Niente mantenimento, nessun reato se c’è fallimento
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29 Nov 2016
 
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Niente mantenimento, nessun reato se c’è fallimento

Il marito fallito che non versa l’assegno di mantenimento all’ex moglie non può essere condannato penalmente perché l’impossibilità è obiettiva e involontaria.

 

Nel caso in cui il marito separato non riesca più a versare il mantenimento all’ex moglie perché dichiarato fallito, non può essere condannato penalmente. Questo perché, in tale ipotesi, la sua condizione di indigenza è obiettiva e assoluta. L’ex coniuge, insomma, è nella totale impossibilità – non dipendente da propria colpa – di procurarsi i soldi, atteso lo spossessamento di tutto il suo patrimonio che il fallimento comporta. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [1].

 

 

La vicenda

In primo grado, un uomo veniva condannato per violazione degli obblighi di mantenimento alla famiglia in quanto non aveva corrisposto l’importo dell’assegno mensile per come stabilito dal giudice al momento della separazione dalla ex moglie. L’uomo si era difeso lamentando una situazione debitoria, che lo aveva condotto al fallimento. La Cassazione, ribaltando il precedente verdetto, ha dato ragione all’ex marito, valutando come oggettiva la sua impossibilità economica.

 

 

Mancato versamento dell’assegno

La legge punisce il comportamento di chi fa mancare i mezzi di sussistenza al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa.

La pena prevista è, congiuntamente, quella della reclusione fino ad un anno e della multa da 103 a 1032 euro.
Il reato è perseguibile a querela, ma quando è commesso a danno di minori diventa procedibile d’ufficio.

 

Perché si configuri il reato, devono sussistere i seguenti elementi:
a) il soggetto offeso deve versare in stato di bisogno: si tratta di un presupposto di applicazione della norma (anche se non espressamente menzionato); rispetto ai figli minori lo stato di bisogno è insito e presunto nel fatto stesso che si tratta di soggetti che non possono procurarsi un reddito proprio;
b) il soggetto obbligato deve avere la concreta capacità di fornire i mezzi di sussistenza. Se invece si trova nell’impossibilità assoluta e incolpevole di somministrare tali mezzi, il reato è escluso;
c) la mancata assistenza deve avere l’effetto di far mancare totalmente o parzialmente i mezzi di sussistenza. La nozione penalistica di mezzi di sussistenza (diversa da quella di mantenimento in senso civilistico) comprende:
– tutto ciò che attiene ai bisogni elementari dell’esistenza (vitto, abbigliamento, abitazione, medicinali, ecc.);
– le spese per l’istruzione dei figli;
– altri beni importanti per il beneficiario anche se relativi ad esigenze qualificabili come secondarie o complementari alla vita quotidiana;
– gli strumenti che consentono, in rapporto alle reali capacità economiche e al regime di vita del soggetto obbligato, un pur contenuto soddisfacimento delle altre complementari esigenze della vita quotidiana come i libri di istruzione per i figli minori, i mezzi di trasporto, i canoni per luce, gas, riscaldamento.

 

Il reato sussiste anche se non c’è alcun provvedimento del giudice che impone al familiare di pagare un assegno.

 

 

Quando non c’è reato di omesso versamento del mantenimento

Non può essere punito penalmente il coniuge che non può prestare i mezzi di sussistenza perché si trova in uno stato di indigenza tale da non consentire neppure un adempimento parziale. È necessario che tale condizione si protragga per tutto il lasso di tempo in cui si è verificata l’inosservanza del precetto. Lo stato di indigenza deve essere involontario e incolpevole, come nel caso del sopraggiungere di una malattia che incida sulle capacità di produzione di reddito.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 13 ottobre – 28 novembre 2016, n. 50295

Presidente Rotundo – Relatore Petruzzellis

Ritenuto in fatto

1.La Corte d’appello di Napoli, con sentenza del 19/11/2014, in riforma della pronuncia liberatoria del Tribunale di Torre Annunziata del 02/02/2010 ed in accoglimento dell’appello proposto dal Pg., ha condannato C.A. per la violazione di cui all’art. 570 cod. pen. consumata tra il (omissis) e la data della prima pronuncia.

A sostegno di tale determinazione il giudicante segnala che lo stesso C. si era impegnato in sede di separazione consensuale a versare l’importo complessivo di Euro 1.250 mensili per il mantenimento della famiglia, sicché le circostanze dedotte in merito alla situazione debitoria, che lo aveva condotto al fallimento prima ed a reperire una nuova, meno remunerativa attività successivamente, non consentivano di escludere l’elemento soggettivo del reato, contrariamente a quanto ritenuto dal primo giudice.

2.La difesa di C. , ha proposto ricorso con il quale eccepisce vizio della motivazione della sentenza, ai sensi dell’art. 606 comma 1 lett. e) cod. proc. pen. per aver desunto la prova dell’elemento psicologico dall’accettazione del versamento di un importo maggiore, senza considerare il lasso temporale tra tale accordo ed il sopraggiunto fallimento,

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[1] Cass. sent. n. 50295/16 del 28.11.2016.

 


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