Malattia sul lavoro per ambiente nocivo e dannoso
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30 Nov 2016
 
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Redazione
 


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Malattia sul lavoro per ambiente nocivo e dannoso

Azienda responsabile per il lavoratore esposto a sostanze pericolose e dannose per la salute: all’ammalato o agli eredi spetta il risarcimento del danno.

 

Brutta vita quella di chi, pur di lavorare, è costretto a stare a contatto con fattori di rischio di malattie come, ad esempio, vernici, amianto, idrocarburi aromatici policiclici, cemento, bitume, pvc. Ma che succede se il dipendente effettivamente si ammala? Può fare causa all’azienda e come deve fare per vincerla? C’è la possibilità di ottenere un risarcimento del danno, se mai si può parlare di un vero e proprio risarcimento quando in mezzo c’è la salute? Diciamo subito che la causa è tutt’altro che semplice, e questo per una semplice ragione: chi chiede un risarcimento deve dimostrare non solo il danno (la malattia), ma anche che tale danno è stato determinato dall’ambiento di lavoro nocivo e non anche da ulteriori fattori. Ad esempio, sarebbe difficile stabilire se una neoplasia polmonare, sopraggiunta a un lavoratore a contatto di sostanze pericolose, sia stata piuttosto dovuta al vizio del fumo che questi aveva. Insomma, per ottenere i soldi dall’Inail bisognerebbe dimostrare che non vi siano state cause concorrenti, il che è molto difficile.

Questa impostazione è avvalorata dalla stessa legge [1] che richiede un vero e proprio legame di dipendenza della malattia dall’attività lavorativa. Secondo anche la giurisprudenza, il lavoratore deve fornire la prova che non esistano concause all’insorgenza della malattia oltre all’esposizione a sostanze pericolose sul luogo di lavoro.

Si comprende benissimo che fornire una tale dimostrazione è assai arduo perché presuppone la conoscenza di tutti i fattori di rischio di una determinata malattia – dato di cui la nostra scienza non sempre è in possesso (si pensi al tumore) – e che l’ammalato non è mai stato esposto a nessuno di essi.

 

Senonché la Cassazione è intervenuta qualche giorno fa con una sentenza [2] che sembra aprire la strada a una più facile risarcibilità delle malattie professionali. È vero che è necessario fornire la prova che la malattia sia derivata unicamente dall’ambiente lavorativo insalubre cui è addetto il dipendente, ma è anche vero – sostiene la Corte – che, per ottenere l’indennizzo dall’Inail, è comunque sufficiente il semplice «rischio ambientale» ossia che il lavoratore abbia contratto la malattia in virtù di un pericolo comunque presente nell’ambiente di lavoro, ossia per via delle lavorazioni eseguite al suo interno.

 

Questo significa che se il lavoratore è messo a contatto, nello svolgimento delle sue mansioni, con sostanze pericolose, la malattia può essere ben dipendente da tali cause anche se ve ne possono essere altre (come ad esempio il tabagismo).

 

Esistono poi le cosiddette malattie professionali tabellate, ossia indicate in una apposita tabella redatta e aggiornate periodicamente in base alla legge allo scopo di agevolare il lavoratore esposto a determinati rischi nella dimostrazione del nesso di causalità sul terreno assicurativo Inail. Per cui, tutte le volte in cui la malattia è inclusa nella tabella, basterà al lavoratore provare la malattia e di essere stato addetto alle suddette mansioni nocive “tabellate”, perché il rapporto di causa-effetto della malattia rispetto all’ambiente di lavoro sia presunto dalla legge. L’azienda e l’Inail potranno anche dimostrare il contrario, ma occorre provino l’esistenza di un’altra causa di per sé capace di provocare, da sola, la malattia contratta dal dipendente, tanto da escludere la responsabilità del luogo di lavoro.

 

Non si può quindi negare, in via assoluta e astratta, il ruolo causale di un fattore nocivo professionale tabellato qualificando semplicemente la sua pericolosità come “modesta”.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 27 settembre – 21 novembre 2016, n. 23653
Presidente D’Antonio – Relatore Riverso

Svolgimento del processo

Con la sentenza n. 1238/2010 la Corte d’Appello di l’Aquila accoglieva l’appello proposto dall’INAIL contro la sentenza di primo grado del Tribunale di Teramo che, riconosciuta sulla scorta di ctu la natura professionale della malattia che aveva cagionato il decesso D.G. , accoglieva la domanda del coniuge L.R.R. e condannato l’Istituto all’erogazione delle prestazioni assicurative di legge in favore dell’attrice. In riforma di detta sentenza la Corte d’Appello affermava invece, in base alla nuova ctu disposta in appello, che il defunto fosse deceduto per un complesso patologico gravissimo (neoplasia polmonare) del tutto autonomo rispetto all’attività lavorativa pregressa (addetto all’edilizia). Aggiungendo che non poteva essere condiviso il parere del consulente di primo grado essendo del tutto convincente il giudizio tecnico peritale acquisito in secondo grado, secondo cui la rilevanza e la gravità della patologia tumorale erano non soltanto sufficienti di per sè a cagionare la morte, ma anche di natura ed entità tali da non essere state influenzate dalla modesta pericolosità dell’ambiente lavorativo (cantiere edile) a fronte

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[1] Art. 3 TU n. 1124/65.

[2] Cass. sent. n. 23653/16 del 21.11.2016.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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