Che succede se non impugno una cartella di pagamento
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30 Nov 2016
 
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Che succede se non impugno una cartella di pagamento

Fare ricorso contro una cartella di pagamento nei termini stabiliti dalla legge rende definitiva la richiesta di pagamento che, se anche illegittima e nulla, va pagata. Salvo attendere la prescrizione.

 

È dura, ma è la legge – dicevano i latini – e, pertanto, va sempre rispettata: anche se la cartella di pagamento è palesemente illegittima e viziata da un macroscopico errore, il contribuente che lasci scadere il termine per l’impugnazione è tenuto a pagarla. Non ha possibilità di appellarsi alla giustizia sostanziale o a qualsiasi tribunale. La cartella di pagamento non impugnata nei termini diventa definitiva, al pari di una sentenza non più impugnabile. In termini ancora più pratici, contro di essa non si può più fare nulla.

Tale tesi, sposata l’anno scorso dalla Cassazione [2], investe qualsiasi tipo di vizio della cartella esattoriale: anche quelli più gravi che comportano la nullità assoluta (nullità che, nel diritto civile, invece, darebbe diritto a ricorrere al giudice senza limiti di tempo, anche dopo diversi anni). Pertanto, se il contribuente – per pigrizia, per impossibilità economica, per dimenticanza o per ignoranza – fa scadere i termini per proporre ricorso contro la cartella di pagamento illegittima notificata dall’Agente della riscossione, non ha armi per difendersi da un eventuale pignoramento, da un’ipoteca o da un fermo auto. È quanto ricorda la Commissione Tributaria di Roma con una recente sentenza [1].

 

 

Entro quanto va impugnata la cartella di pagamento?

Ma quali sono i termini per ricorrere contro una cartella di pagamento notificata dall’Agente della riscossione (ex Equitalia), dal 2017 chiamato «Agenzia delle Entrate-Riscossione»? Si tratta di termini diversi a seconda del tipo di pagamento che la cartella richiede:

  • se con la cartella si pretende un versamento per una multa mai pagata, il termine per fare ricorso contro la predetta cartella di pagamento è di 30 giorni dalla sua notifica (ricorso da presentare al Giudice di Pace);
  • se con la cartella si chiede il pagamento di un contributo previdenziale dovuto all’Inps o all’Inail il termine per fare ricorso è di 40 giorni dalla notifica (ricorso da presentare al Tribunale ordinario, sezione Lavoro e Previdenza);
  • per tutti gli altri casi, e segnatamente per le pretese tributarie che riguardano tasse, imposte e relative sanzioni, il termine per opporsi è di 60 giorni (ricorso da presentare alla Commissione Tributaria Provinciale).

 

Una volta scaduti questi termini, quindi, il contribuente non può più fare ricorso né contro la cartella, né contro i successivi atti dell’Agente della Riscossione, Agenzia delle Entrate. Quindi, impossibile contestare il pignoramento, impossibile opporsi all’ipoteca, impossibile fare ricorso contro il fermo amministrativo dell’auto.

 

È proprio su questo punto che si sofferma la sentenza in commento che dichiara legittima l’iscrizione di ipoteca eseguita dall’Agente della Riscossione (Equitalia) a garanzia dei crediti erariali se la cartella di pagamento, regolarmente notificata al destinatario a mani proprie o a persona di famiglia, diventa definitiva perché il contribuente non la impugna; eventuali vizi di nullità o di notifica restano definitivi e non possono essere rilevati di ufficio.

 

 

Anche la cartella nulla va impugnata entro 60 giorni

L’orientamento, come detto, è partito l’anno scorso con una sentenza a lungo contestata della Cassazione. La Corte si era trovata a decidere della sorte di tutte le cartelle di pagamento emesse sulla scorta di avvisi di accertamento dell’Agenzia delle Entrate firmati da dirigenti successivamente decaduti dalla carica (per via di una sentenza emessa dalla Corte Costituzionale avente effetti retroattivi). La Suprema Corte, con una pronuncia che a molti è sembrata politica (salvare le casse erariali da migliaia di ricorsi) ha decretato che anche per i vizi più gravi, quelli che implicano la nullità assoluta (o inesistenza) della cartella esattoriale richiedente imposte e tributi, il contribuente deve comunque rispettare il termine di 60 giorni per fare ricorso.

Ne consegue che in assenza di tempestiva impugnazione, «un atto affetto da vizio diventa definitivo e anche se emergente dagli atti processuali, non è consentito al giudice di rilevare il vizio d’ufficio.

 

 

Se la cartella di pagamento non è mai stata notificata

L’unico caso in cui è possibile fare ricorso senza limiti di tempo è quando il contribuente si accorge – per aver richiesto un estratto di ruolo all’Agente della riscossione – che risultano a suo nome dei debiti per cartelle che sostiene di non aver mai ricevuto. Dunque, in questi casi, l’interessato può proporre ricorso benché il termine di 60 giorni dalla (presunta e mai avvenuta) notifica sia scaduto. Chiaramente, il contribuente si dovrà limitare a contestare la notifica, il che rende qualsiasi successivo atto di pignoramento, pegno o ipoteca palesemente illegittimo, per mancanza dell’atto presupposto (appunto la notifica della cartella). Spetta all’Agente per la riscossione dimostrare il contrario, con le relate di notifica del messo comunale o con l’avviso di ricevimento della raccomandata a.r.

 

 

L’alternativa è attendere la prescrizione

Un’altra scappatoia per il contribuente è attendere che si verifichi la prescrizione: quando questa si compie, infatti, anche la cartella divenuta definitiva non va più pagata. Perché si compia la prescrizione è necessario attendere i seguenti termini:

  • 10 anni per imposte erariali come Irpef, Iva, Irap; contributi camera di commercio; canone Rai;
  • 5 anni per imposte comunali come Tasi, Tari, Tosap, Imu; per le multe per violazione del codice della strada; per i contributi previdenziali Inps e Inail; per le sanzioni;
  • 3 anni per il bollo auto (il termine decorre dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello in cui doveva avvenire il pagamento).

 

 

L’autotutela

Esiste sempre la possibilità di presentare un ricorso per autotutela chiedendo all’ente titolare del credito di annullare la pretesa palesemente illegittima. Ricorso che può essere presentato anche a termini scaduti per il ricorso. Nulla però garantisce una risposta positiva e, anzi, contro il diniego o il silenzio è estremamente difficile fare ricorso.


[1] Cass. sent. n. 18448/2015.

[2] Ctr Roma, sent. n. 6598/16.

 


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