Reumatismi, posso farmi risarcire dal datore di lavoro?
Lo sai che?
1 Dic 2016
 
L'autore
Noemi Secci
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Reumatismi, posso farmi risarcire dal datore di lavoro?

Lavoro in un ambiente umido e malsano e soffro di reumatismi: posso far causa al datore di lavoro per chiedergli il risarcimento?

 

I reumatismi, o malattie reumatiche, non sono una malattia a sé stante, ma sono un termine non specialistico utilizzato per indicare patologie diverse tra loro, che hanno in comune il fatto di causare dolori cronici o intermittenti, molto difficili da trattare.

I disturbi possono riguardare parti diverse dell’organismo, come articolazioni, ossa, reni, polmoni e cuori. In alcuni casi, la specifica patologia indicata dal termine reumatismo costituisce una malattia professionale tabellata, cioè riconducibile, secondo le indicazioni di un apposito decreto ministeriale [1], a una determinata attività lavorativa o a un ambiente di lavoro, risarcibile dall’Inail (Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro). È il caso, ad esempio, delle osteoartropatie, in merito ai lavori dei palombari o effettuati in spazi ristretti, o a lavori effettuati con macchinari che espongono al rischio di vibrazioni del sistema mano-braccio.

Ma come deve comportarsi il lavoratore quando la malattia reumatica si manifesta, o peggiora, a causa del lavoro in un ambiente umido, freddo o malsano?

 

 

Reumatismi: quali malattie

Innanzitutto, è bene chiarire quali sono le principali malattie comunemente note con il nome di reumatismi:

  • spondilite anchilosante;
  • dorsopatia;
  • borsite/tendinite, dolore alle spalle, ai polsi, ai bicipiti, alle gambe, alle ginocchia (patellari), alle caviglie, alle anche, e al tendine d’achille;
  • capsulite;
  • fibromialgia;
  • cervicalgia;
  • osteoartrite;
  • artrite psoriasica;
  • febbre reumatica;
  • cardiopatia reumatica (complicazione della febbre reumatica);
  • artrite reumatoide;
  • lupus eritematoso sistemico;
  • arterite temporale e polimialgia reumatica;
  • tenosivite.

A seguito dell’ampliamento delle malattie tabellate, molte di queste patologie sono ora collegate a una determinata lavorazione o a particolari ambienti di lavoro, rendendo, per il lavoratore, più facile essere risarcito. Ad esempio, l’artrite reumatoide è collegata all’esposizione a silice libera cristallina: se al lavoratore, pertanto, è diagnosticata l’artrite reumatoide e la sua attività lavorativa lo espone alla silice libera cristallina, ha diritto al riconoscimento dell’artrite reumatoide come malattia professionale.

È invece più difficile per il dipendente essere risarcito, sia quando la sua patologia non rientra tra quelle tabellate, sia quando il lavoro effettuato non rientra tra quelli riconducibili alla malattia tabellata: è questo il caso di chi soffre di patologie reumatiche, aggravate dall’ambiente di lavoro umido e poco salubre. Tuttavia, il risarcimento, in simili ipotesi, è più difficile, ma non impossibile: vediamo perchè.

 

 

Malattie indennizzabili

Grazie a una nota sentenza della Corte Costituzionale [2], nel nostro ordinamento giuridico è stato introdotto il cosiddetto “sistema misto” per le malattie professionali, che ha sostituito il precedente “sistema della lista chiusa”. In pratica, si è passati da un sistema nel quale erano indennizzabili soltanto determinate malattie (le cosiddette malattie professionali tabellate, elencate in apposite tabelle periodicamente aggiornate) ad un sistema aperto, in cui qualsiasi malattia può essere indennizzata purché ne sia provata l’origine professionale (le cosiddette malattie professionali non tabellate o malattie da lavoro).

La diagnosi di malattia professionale (sia tabellata che non)comprende in ogni caso due fasi:

  • la fase clinica, consistente nell’accertamento di una malattia qualificata;
  • la fase medico-legale, consistente nella ricostruzione del nesso causale tra la patologia e l’attività lavorativa o l’ambiente di lavoro.

Per cui si hanno due possibilità:

  • malattia professionale tabellata: se la malattia e la lavorazione sono previste in tabella, la malattia professionale si presume legalmente di origine professionale;
  • malattia professionale non tabellata: se la malattia non è presente in tabella, la professionalità può essere riconosciuta, ma l’onere della prova è a carico del lavoratore.

In pratica, quando la malattia non è tabellata, o quando non è riconducibile a un particolare ambiente di lavoro o a particolari mansioni, il lavoratore deve dimostrare l’origine professionale della sua patologia fornendo le prove dell’esistenza della stessa, della causa di lavoro, del nesso causa-effetto.

 

 

Reumatismi e ambiente di lavoro malsano: risarcimento

Per le malattie non tabellate, quindi, come le patologie osteoarticolari causate o aggravate da un ambiente umido e malsano, il lavoratore, per essere risarcito, deve dimostrare:

  • di avere una determinata patologia;
  • che la malattia è stata contratta nell’esercizio ed a causa dell’attività lavorativa.

A tal fine deve presentare:

  • idonea documentazione sanitaria che attesti l’esistenza e la natura professionale della malattia;
  • elementi idonei a provare obiettivamente che l’attività lavorativa ha determinato la malattia stessa.

È essenziale, in ogni caso, l’esistenza di un nesso diretto causa-effetto fra la malattia e le mansioni svolte o l’ambiente di lavoro: questo non significa che non ci possano essere concause estranee al lavoro, purché queste non risultino le sole responsabili dell’evento o non siano prevalenti rispetto alle cause lavorative.

 

 

Reumatismi e ambiente di lavoro malsano: chi risarcisce?

Se il lavoratore riesce a dimostrare il nesso tra la sua patologia e l’ambiente di lavoro, chi risarcisce?

L’Inail, se il lavoratore è regolarmente assicurato, paga, a seconda delle situazioni, la rendita per inabilità permanente, l’indennizzo per danno biologico o ulteriori eventuali prestazioni, come le cure termali, perché il datore di lavoro è esonerato dalla responsabilità civile per gli infortuni sul lavoro.

Tuttavia, l’Inail ha la possibilità di esperire un’azione di regresso contro il datore di lavoro, se ha riportato una condanna penale per il fatto dal quale l’infortunio è derivato. La responsabilità civile del datore di lavoro resta anche se la sentenza penale stabilisce che l’infortunio è avvenuto per fatto imputabile a uno o più incaricati della direzione o sorveglianza del lavoro, se deve rispondere del loro comportamento secondo il codice civile.

Inoltre, in caso di esercizio dell’azione penale per i delitti di omicidio colposo o di lesioni personali colpose, se il fatto è commesso con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all’igiene del lavoro o ha determinato una malattia professionale, il pubblico ministero ne dà immediata notizia all’Inail ai fini dell’eventuale costituzione di parte civile e dell’azione di regresso.

 


[1] DM 09.04.2008

[2] C. Cost, sent n. 179/1988.

[3] Art 10 e 11 T.U. 1124/1965.

[4] Art. 61, D.Lgs. 81/2008.

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti