Se il datore mi impone di firmare la busta paga che fare?
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1 Dic 2016
 
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Se il datore mi impone di firmare la busta paga che fare?

Buste paga false: il lavoratore costretto dall’azienda a firmare una busta paga che indica un importo diverso dalla retribuzione pagata può denunciare il datore per estorsione.

 

Il datore di lavoro che costringe il proprio dipendente, dietro minaccia di licenziamento, a firmare una busta paga con indicato un importo più alto rispetto alla retribuzione effettivamente erogata, rischia il carcere: il dipendente, infatti, lo può denunciare per estorsione. È quanto chiarito dalla Corte di Appello di Taranto con una recente sentenza [1].

 

Il reato di estorsione, previsto dal nostro codice penale [2], sanziona chiunque, con violenza o minaccia, costringe un’altra persona a fare o a non fare qualche cosa, onde procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno: tutti elementi che sussistono nella fattispecie concreta. Difatti, l’azienda che mette il dipendente davanti all’alternativa tra l’accettare una paga più bassa e conservare il posto di lavoro da un lato, oppure rifiutarla ed essere licenziato dall’altro lato, procura a sé stessa un guadagno (derivante dal conseguente risparmio sul costo del lavoro) e cagiona un danno al lavoratore (per via di un salario inferiore rispetto a quello dovuto per legge).

 

Il lavoratore, in questi casi, può procedere alla denuncia del datore. E se il suo problema è il rischio di licenziamento, è chiaro che la normativa lo tutela, non essendo possibile risolvere il rapporto di lavoro per aver esercitato il proprio diritto.

 

Inoltre, se anche ha firmato una busta paga più bassa, il dipendente può sempre fare causa all’azienda – fino a cinque anni dalla chiusura del rapporto di lavoro (per qualsiasi causa avvenuta: licenziamento o dimissioni) – per ottenere le differenze retributive non pagate. Lo può fare sia che abbia presentato querela, sia nel caso opposto. Difatti, si tratta di un giudizio civile totalmente indipendente dalle sorti di quello penale. Le differenze retributive però vanno dimostrate: e se nel giudizio penale la testimonianza del lavoratore vale come prova, ciò non è possibile nella causa di lavoro. Il che significa che bisognerà procurarsi delle dimostrazioni valide a corroborare la tesi del dipendente (ad esempio, testimoni).

 

Non è quindi possibile, in caso di busta paga firmata per quietanza, ottenere un decreto ingiuntivo (mancherebbe la prova scritta del credito), ma si può ugualmente proporre una causa ordinaria. Nel caso in cui, invece, la busta paga è stata firmata per ricezione e visione (e non per quietanza), il giudice potrebbe ritenere possibile concedere il decreto ingiuntivo tagliando i tempi del recupero crediti (leggi: Se firmi il cedolino paga del datore puoi fare causa?).

 

 

È estorsione fare firmare al lavoratore la busta paga

Con la sentenza in commento, ad ogni modo, il giudice d’appello di Taranto ha confermato un indirizzo giurisprudenziale ormai costante. Il datore di lavoro che costringe il dipendente, dietro la minaccia del licenziamento, ad accettare retribuzioni inferiori rispetto a quanto indicato in busta paga commette il reato di estorsione, in quanto ottiene un profitto ingiusto a danno del lavoratore.

A differenza, però dell’azione civile – che, come detto, si prescrive in 5 anni che decorrono dalla fine del rapporto di lavoro – la querela va presentata entro 3 mesi dai fatti.


La sentenza

Corte d’appello di Taranto – Sezione penale – Sentenza 16 agosto 2016 n. 143

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE DI APPELLO DI LECCE
SEZIONE DISTACCATA DI TARANTO
SEZIONE PENALE
composta dai signori:
Dr. Vito FANIZZI Presidente
Dr.ssa Margherita GRIPPO Consigliere
Dr.ssa Alessandra FERRARO Consigliere estensore
all’udienza del 23/02/2016
ha pronunciato la seguente
SENTENZA DIBATTIMENTALE
nel processo penale a carico di:
RI.CA., nato il (…) a Ginosa – domicilio dichiarato Via (…) – Ginosa (TA) – CONTUMACE appellante

avverso la sentenza n. 140/2014 emessa il 23/01/2014 dal Tribunale di Taranto – con la quale, imputato del reato di cui all’art. 629 c.p. perché costringeva Ga.Pa. e Pu.Vi., in qualità di datore di lavoro ad accettare retribuzioni inferiori a quanto indicato nella busta paga, a non percepire alcunché in altri mesi a rinunciare alle ferie, a riposi, permessi, tredicesime, quattordicesime mensilità; ciò procurandosi un profitto, con danno per le pp.oo., mediante la minaccia di licenziamento. (In Laterza sino al maggio 2010), veniva ritenuto responsabile del reato ascrittogli e, previa concessione delle circostanze attenuanti generiche, condannato alla pena

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[1] C. App. Taranto, sent. n. 143/2016 del 16.08.2016.

[2] Art. 629 cod. pen.

 

Autore immagine: Laleggepertutti.it/Palumbo

 


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