Causa persa, che rischio?
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1 Dic 2016
 
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Redazione
 


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Causa persa, che rischio?

Causa temeraria e persa in partenza: chi ha iniziato un processo sapendo sin dall’inizio di non avere possibilità di vittoria risarcisce due volte il danno all’avversario.

 

Attenti a promuovere o a difendersi in un giudizio sapendo, già in partenza, che si tratta di una tesi “che non attacca”: la causa «persa in partenza», infatti, obbliga la cosiddetta parte soccombente a pagare un enorme risarcimento del danno. È quanto ricordato dal tribunale di Firenze in una recente sentenza [1].

 

La legge sanziona caro chi, in malafede o con colpa grave, avvia o resiste in una causa “persa”. Il giudice può condannarlo:

  • al normale pagamento delle spese processuali nei confronti dell’avversario: quelle cioè da quest’ultimo sostenute per il contributo unificato, le notifiche, il consulente tecnico d’ufficio, i bolli e i diritti di cancelleria, ma soprattutto per la parcella dell’avvocato;
  • al pagamento di una sanzione a titolo di lite temeraria [2] per quella che viene chiamata «responsabilità processuale aggravata», ossia per il danno arrecato alla controparte, danno che comunque va dimostrato;
  • a un’ulteriore sanzione per condotta processuale scorretta.

 

Un arbitrio del giudice? No, è tutto scritto sul codice di procedura civile [3]. Una norma molto chiara che val la pena leggere insieme.

 

«Se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese (le cosiddette «spese di lite» o «spese processuali», al risarcimento dei danni [4], che liquida, anche di ufficio, nella sentenza.

Il giudice che accerta l’inesistenza del diritto per cui è stato eseguito un provvedimento cautelare, o trascritta domanda giudiziale, o iscritta ipoteca giudiziale, oppure iniziata o compiuta l’esecuzione forzata, su istanza della parte danneggiata condanna al risarcimento dei danni l’attore o il creditore procedente, che ha agito senza la normale prudenza (…).

In ogni caso (…), il giudice, anche d’ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata».

 

È proprio su quest’ultima parte della norma che è necessario soffermarsi maggiormente: è quella che prima abbiamo chiamato «sanzione per condotta processuale scorretta». La previsione è volta ad essere un disincentivo a proporre cause o a resistere in giudizio con superficialità, ad esempio allo scopo di attuare mere tattiche dilatorie. Questa sanzione si differenzia da quella della responsabilità processuale aggravata, non solo perché può essere attivato a prescindere da una specifica istanza della parte vincitrice, ma anche in quanto non è necessario dimostrare un danno specifico.

 

Attenzione: la condanna non è solo nei confronti di chi è in malafede, consapevole cioè di essere sleale e, magari, di agire con il preciso scopo di danneggiare l’avversario (si pensi al caso di chi, per non pagare un debito, propone opposizione a un decreto ingiuntivo per allungare i tempi e, magari, avere la possibilità di distrarre i propri beni), ma anche chi è in «colpa grave». Ed è in quest’ultimo concetto che si annida il maggiore rischio. Infatti, se è chiaro che la malafede consiste nell’agire o resistere in giudizio con la consapevolezza del proprio torto, cioè abusare del processo, la colpa grave è un concetto più vago e ampio e riguarda tutte le ipotesi in cui sia mancato un minimo di diligenza e prudenza tale per rendersi conto dell’infondatezza della propria pretesa e per valutare le conseguenze dei propri atti. Si considera «colpa grave», ad esempio, l’ignoranza circa una norma che si dovrebbe invece ben conoscere. Ma non tutti sono “avvocati” e, seppur è vero che la legge non ammette ignoranza, spesso le basi del diritto sono sconosciute ai più. In questo, a volte, il cliente sconta le colpe del proprio avvocato.

 

In secondo grado, le cose peggiorano perché, oltre alla condanna alle spese, c’è anche l’obbligo di pagare una somma pari al contributo unificato versato all’inizio del giudizio, che di certo non è poca cosa.

 

Nella sentenza in commento il Tribunale ha condannato, congiuntamente, la parte soccombente a tutte e tre le voci: per le spese processuali, per la lite temeraria o responsabilità processuale aggravata e, infine, per la condotta processuale scorretta. Condanna triplice, quindi, per via della diversità dei comportamenti rilevanti tenuti dal soccombente, chiamato, così, a pagare – non solo per aver «resistito alla pretesa di controparte con dolo o colpa grave» – ma altresì per avere, nel merito «tenuto una condotta scorretta all’interno del processo» [5].


La sentenza

La domanda di convalida di sfratto per morosità relativo al contratto di locazione non abitativa del 1/12/12, stipulato tra e ed avente ad oggetto l’ immobile ad uso albergo di Via , è stata definita con l’ordinanza di rilascio, emessa da chi scrive il 25/3/16.

In questa fase di merito il convenuto originario ha ribadito di aver perduto già prima della fase di convalida la propria legittimazione passiva in ordine alle domande del ricorrente, avendo ceduto la propria azienda ed il contratto di locazione alla società s.r.l. con contratto del 28/3/13.

Poiché però l’opponibilità al locatore di tali tipi di cessione viene subordinata dall’articolo 36 della legge n. 392 del 1978 ad una comunicazione che il conduttore deve inviare al locatore con lettera raccomandata con avviso di ricevimento, il ha cercato di dimostrare l’accettazione tacita di tale cessione da parte del desumibile a suo dire da due elementi.

Il primo di essi sarebbe costituito da una “presunzione assoluta di conoscibilità ex lege” da parte del locatore dell’atto di cessione di azienda e di locazione, presunzione che deriverebbe dall’iscrizione di tale atto nel registro delle imprese, e che troverebbe le sue fonti normative negli articoli 2193, secondo comma, e 2556 c.c..

Si tratta però di un’eccezione temeraria, che

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[1] Trib. Genova, sent. del 28.10.2016.

[2] Danno per lite temeraria da liquidarsi, secondo l’insegnamento della Cassazione cui si conforma la pronuncia in commento, secondo i parametri della Legge Pinto.

[3] Art. 96 cod. proc. civ.

[4] Il codice richiede come presupposti per ottenere il risarcimento dal danno non solo la prova del comportamento illecito del soccombente, ma anche un’effettiva perdita patrimoniale e la relativa prova. È, infatti, un onere della parte istante fornire la prova del danno subìto non potendo il magistrato, secondo la giurisprudenza, fare ricorso, in sede di liquidazione, a mere nozioni di comune esperienza o al criterio equitativo ove dagli atti non risultino elementi idonei all’identificazione di tale danno.

Inoltre, la responsabilità aggravata può essere riconosciuta solo se espressamente richiesta, riferendosi l’inciso «d’ufficio» alla sola liquidazione dei danni.

[5] Il comma e), del resto, recita che «in ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’articolo 91, il giudice, anche d’ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata». Un «in ogni caso» che – si legge in sentenza – riguarda «condotte più ampie del mero agire o resistere in giudizio con dolo o colpa grave, comprendendo solo quei comportamenti endoprocessuali posti in essere in violazione dell’articolo 88 del Codice di procedura civile».

 


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