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Lo sai che? Pubblicato il 1 dicembre 2016

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Lo sai che? Che si intende per diploma di scuola secondaria superiore?

> Lo sai che? Pubblicato il 1 dicembre 2016

Se un bando per concorso contiene, come requisito di ammissibilità,  il generico richiamo al titolo di studio di «diploma di scuola secondaria superiore» non possono esserci limitazioni sulla durata del corso.

Tra i requisiti dei bandi pubblici, di norma, sono presenti i titoli di studio del candidato e, tra questi, viene sempre più spesso richiesto il diploma di scuola secondaria superiore. Ma cosa si intende con tale dizione? Il dubbio si può porre per quanto riguarda alcuni corsi la cui durata non è sempre la stessa. Ad occuparsi della corretta definizione del concetto di diploma di scuola secondaria superiore è una recente sentenza della Cassazione [1].

Tutto parte dal dato normativo, quello del Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di istruzione [2]. La legge stabilisce che l’istruzione secondaria superiore comprende tutti i tipi di istituti e scuole immediatamente successivi alla scuola media; ad essi si accede con la licenza di scuola media.

Sono quindi istituti e scuole di istruzione secondaria superiore il ginnasio-liceo classico, il liceo scientifico, gli istituti tecnici, il liceo artistico, l’istituto magistrale, la scuola magistrale, gli istituti professionali e gli istituti d’arte.

La norma specifica poi le finalità che devono perseguire ciascuno di tali corsi (che rinviamo in nota [3]).

Il problema, dicevamo, si pone la durata di tali corsi. La norma appena citata specifica che:

  • il ginnasio-liceo classico, il liceo scientifico e gli istituti tecnici hanno durata di cinque anni;
  • il liceo artistico e l’istituto magistrale hanno la durata di quattro anni;
  • gli istituti d’arte e la scuola magistrale hanno la durata di tre anni;
  • gli istituti tecnici agrari con ordinamento speciale per la viticoltura e l’enologia hanno la durata di sei anni;
  • la durata degli istituti professionali è stabilita con decreto del Ministro della pubblica istruzione.

La questione posta all’attenzione della Cassazione è se, in assenza di specificazione alcuna nel bando, chi ha frequentato un corso di scuola magistrale di solo tre anni (e non di quattro anni come recita la norma) possano essere esclusi dai bandi. E la risposta è stata negativa, dando così ragione al candidato. Il requisito del possesso di un diploma di scuola secondaria superiore si può ritenere soddisfatto anche da chi ha frequentato un corso magistrale di solo tre anni.

Le Sezioni Unite della Cassazione si erano già pronunciate in tal senso a proposito di un caso molto simile [4].

Pertanto, se il contratto collettivo e il bando non dicono nulla su quale deve essere la durata del corso di studi frequentato, si deve ritenere valida anche il corso di durata inferiore. Applicare la diversa interpretazione voluta dal Ministero porterebbe all’imposizione di «un’ulteriore condizione, non prevista» e, quindi, non richiedibile al candidato.

note

[1] Cass. sent. n. 24460/16 del 30.11.2016.

[2] Art. 191 D.lgs. n. 297/1994.

[3] Il ginnasio-liceo classico e quello scientifico hanno per fine precipuo quello di preparare agli studi universitari; gli istituti tecnici hanno per fine precipuo quello di preparare all’esercizio di funzioni tecniche od amministrative, nonché di alcune professioni, nei settori commerciale e dei servizi, industriale, delle costruzioni, agrario, nautico ed aeronautico; il liceo artistico ha per fine quello di impartire l’insegnamento dell’arte, indipendentemente dalle sue applicazioni all’industria; gli istituti professionali hanno per fine precipuo quello di fornire la specifica preparazione teorico-pratica per l’esercizio di mansioni qualificate nei settori commerciale e dei servizi, industriale ed artigiano, agrario e nautico; gli istituti d’arte hanno per fine precipuo quello di addestrare al lavoro ed alla produzione artistica, a seconda delle tradizioni, delle industrie e delle materie proprie del luogo.

[4] Cass. S.U. sent. n. 26281/09.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 4 ottobre – 30 novembre 2016, n. 24460

Presidente Napoletano – Relatore Tricomi

Svolgimento del processo

  1. La Corte d’Appello di Palermo, con la sentenza n. 763/10, rigettava l’impugnazione proposta dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti nei confronti di A.M., avverso la sentenza emessa tra le parti dal Tribunale di Trapani n. 282 del 27 aprile 2007.
  2. Il Tribunale aveva riconosciuto alla lavoratrice, dipendete del suddetto Ministero inquadrata nella categoria Cl Super, il diritto alla partecipazione al corso di riqualificazione per il passaggio alla posizione C2, indetto con il bando di selezione del 4 aprile 2001. ‘

In particolare, il Tribunale, premesso che il CCNL (ali. A CCNL Ministeri del 16 febbraio 1999) richiedeva come requisito di ammissione alla procedura di riqualificazione, il possesso di diploma di scuola secondaria superiore, riteneva l’illegittimità del bando di selezione nella parte in cui aveva prescritto il possesso del diploma di scuola secondaria di durata di cinque anni, e previa disapplicazione dello stesso, aveva ritenuto che il titolo di studio posseduto dalla lavoratrice (diploma di scuola magistrale della durata di tre anni) fosse idoneo a consentire la partecipazione al concorso in base alla normativa contrattuale.

  1. Per la cassazione della sentenza resa in grado di appello ricorre il Ministero prospettando un motivo di impugnazione.
  2. Resiste la lavoratrice con controricorso.

Motivi della decisione

  1. Il Collegio ha autorizzato la redazione della sentenza con motivazione semplificata ai sensi del decreto dei Primo Presidente della Corte di cassazione in data 14 settembre 2016.
  2. Con l’unico motivo di ricorso, il Ministero prospetta la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 191 del d.lgs. n. 297/1994, nonché dell’art. 15 del CCNL Comparto ministeri sottoscritto il 16 febbraio 1999, in relazione all’art. 360, n. 3, cpc.

Espone il ricorrente, nel richiamare il testo dell’art. 191 citato, che la Corte d’Appello attribuiva rilievo ai commi 1 e 2, secondo i quali, rispettivamente “L’istruzione secondaria superiore comprende tutti i tipi di istituti e scuole immediatamente successivi alla scuola media; ad essi si accede con la licenza di scuola media”.

“Sono istituti e scuole di istruzione secondaria superiore il ginnasio-liceo classico, il liceo scientifico, gli istituti tecnici, il liceo artistico, l’istituto magistrale, la scuola magistrale, gli istituti professionali e gli istituti d’arte”, ma trascurava quanto sancito dal comma 3 del medesimo art. 191, che riserva l’accesso agli studi universitari a chi abbia conseguito la maturità dopo un corso di studi di cinque anni. Il corso di studi triennale frequentato dalla lavoratrice non era equiparabile a quello di scuola secondaria superiore, come si evinceva anche dall’art. 194 del d.lgs. n. 297 del 1994. A sostegno delle proprie argomentazioni richiamava giurisprudenza amministrativa e deduceva l’erronea interpretazione delle clausole del CCNL.

  1. Il motivo non è fondato e deve essere rigettato.

La declaratoria contrattuale in questione richiedeva, per l’accesso alla procedura di riqualificazione in questione il possesso del diploma di scuola secondaria superiore.

Tale è la scuola magistrale ai sensi dell’art. 191, comma 2, del d.lgs. n. 297 del 1994.

In tal senso si è già pronunciata questa Corte con la sentenza S.U. n. 26281 del 2009, laddove, nel vagliare i requisiti per partecipare ad una selezione interna, si è affermato, con argomentazioni che si condividono, “Non è contestato che le attuali contro ricorrenti siano in possesso del “titolo di studio di scuola media superiore” e cioè del diploma di scuola magistrale, la quale rientra, ai sensi del d.lgs. n. 297 del 1994, tra le scuole di istruzione secondaria superiore. Tanto sembra sufficiente ad integrare le previsioni del CCNL e del bando, dal momento che questi fanno esclusivo riferimento al tipo del titolo di studio, tacendo su quale dovesse esserne la durata, di talché, seguendo la interpretazione propugnata dall’Istituto ricorrente, si finirebbe con l’imporre, per la partecipazione al concorso, una ulteriore condizione, non prevista”.

  1. Il ricorso deve essere rigettato.
  2. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio che liquida in euro cento per esborsi, euro tremila per compensi professionali, oltre spese generali in misura del 15 per cento e accessori di legge.

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