Professionisti Pubblicato il 2 dicembre 2016

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Professionisti Le garanzie dei diritti a tutela dei singoli

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Il diritto alla capacità giuridica, alla cittadinanza, al nome, principio di legalità delle prestazioni personali e patrimoniali, il diritto al giudice naturale.

L’introduzione nella Costituzione del concetto di «garanzia dei diritti soggettivi» tutela i cittadini a livello individuale:

  • sia riconoscendo una serie di garanzie istituzionali, per assicurare il completo godimento dei diritti;
  • sia allestendo alcune garanzie di carattere giurisdizionale, per assicurare rapide ed efficaci dinamiche procedurali.

La Costituzione italiana, in particolare, nel Titolo I, Parte I, dopo aver consacrato i diritti e libertà ai rapporti civili, riconosce negli artt. 22-28 i presupposti e gli istituti di garanzia dei diritti fundamentali.

Il diritto alla capacità giuridica, alla cittadinanza, al nome

L’art. 22 Cost. sancisce che «nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome».

Tale disposizione fa riferimento alle qualità che delineano la personalità giuridica del cittadino, consentendo a quest’ultimo di essere identificato (nome), di operare nel mondo del diritto (capacità giuridica), e di esercitare i diritti e i doveri che scaturiscono dall’appartenenza allo Stato (cittadinanza).

La norma ha il preciso compito di impedire che nell’ordinamento repubblicano si ripetano le odiose esperienze del regime fascista che, al fine di disfarsi dei suoi oppositori, ne calpestò anche i diritti più elementari come quelli menzionati nell’art. 22 Cost. La legislazione fascista, infatti, privò della cittadinanza gli appartenenti alla comunità ebraica e coloro che svolgevano attività antifascista. Essa impose, inoltre, l’italianizzazione dei cognomi a chi apparteneva alle minoranze linguistiche.

 

Principio di legalità delle prestazioni personali e patrimoniali

In base all’art. 23 Cost. «nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge».

Tale norma, che disciplina prevalentemente il sistema tributario, sancisce una specifica riserva di legge con il preciso scopo di evitare che a carico dei cittadini possa essere arbitrariamente imposto (soprattutto dal potere esecutivo) un obbligo consistente nel fare (prestazione personale) o nel dare qualcosa (prestazione patrimoniale) senza, cioè, che l’entità della prestazione imposta sia desumibile dai criteri previsti dalla legge (C. Cost. 109/2007).

Dal momento che la libertà personale o il patrimonio dei cittadini possono essere limitati solo per superiori esigenze di tutta la collettività, spetta unicamente all’organo che rappresenta l’intera nazione (il Parlamento e le Assemblee Regionali mediante lo strumento legislativo) e non ad altri (ad es. il Governo o i Comuni mediante il potere regolamentare), il potere di fissare l’oggetto di tali prestazioni a norma dell’art. 53 e nel rispetto del principio di eguaglianza dei cittadini.

 

Diritto alla tutela giurisdizionale e riparazione degli errori giudiziari

L’art. 24 Cost. così recita: «Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione. La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari».

Questo diritto inviolabile, basato sul principio di uguaglianza, riconosce a tutti la possibilità di ricorrere in condizioni paritarie al sistema giudiziario e a essere giudicati da giudici imparziali a tutela delle proprie ragioni: è questo il diritto di azione giurisdizionale universalmente riconosciuto (sia ai cittadini che agli stranieri), per impedire che i singoli si facciano giustizia da sé (ne cives ad arma ruant) e che la scelta del giudice sia imparziale.

Il diritto alla difesa è universale ed inviolabile, in quanto rappresenta un istituto fondamentale di ogni sistema democratico e non può essere limitato o cancellato neppure da norme di diritto internazionale consuetudinario, né da eventuali leggi di revisione costituzionale.

Esso implica sia l’obbligo di assistenza (anche gratuita garantita a cittadini e stranieri) di un esperto del diritto esercente la professione legale (difesa tecnica), deve consentire sia l’effettiva partecipazione al processo della parte, che deve essere sempre informata sulle vicende del giudizio, ascoltata tutte le volte in cui il giudice debba prendere una decisione, nonché sempre ammessa a provare o contestare i fatti che vengono dedotti in giudizio.

La partecipazione al processo, inoltre, deve assicurare un corretto contraddittorio e svolgersi in condizioni di completa ed effettiva uguaglianza fra le parti sia nella fase di assunzione delle prove che, più in generale, nello svolgimento dell’intero giudizio per garantire un’imparziale dialettica processuale (C. Cost. 190/1970).

Il testo costituzionale non ha posto direttamente a carico dello Stato l’onere di questo tipo di difesa, ma ha lasciato alla legge ordinaria la disciplina della materia. Ciò spiega perché fino al 1990 il gratuito patrocinio costituiva un ufficio onorifico ed obbligatorio demandato, però, prevalentemente alla sola coscienza dei singoli patrocinatori investiti spesso al momento dell’incarico violando palesemente il principi di uguaglianza tra le parti in giudizio.

L’approvazione della L. 30 luglio 1990, n. 217, in materia di gratuito patrocinio, non aveva portato in concreto rilevanti cambiamenti. Successivamente l’istituto è stato riformato dal D.P.R. 30-5-2002, n. 115, che ne ha mutato la denominazione in patrocinio a spese dello Stato ed elevato il limite di reddito (precedentemente fissato a 10 milioni annui) della parte non abbiente per accedervi.

Da tempo, si invoca una riforma del sistema sulle orme di quello anglosassone, dove è anche offerta l’opera di avvocati dipendenti dallo Stato (cosa del resto già presente nel Regno d’Italia (1861-1946) con l’istituzione dell’«avvocatura dei poveri»).

Nel garantire a tutti e nella maniera più ampia possibile la tutela giurisdizionale assume rilevanza la tutela accordata a coloro che subiscono un danno derivante dall’errato esercizio della funzione giudiziaria.

L’art. 24 Cost., infatti, prevede per l’individuo danneggiato non solo la tutela della propria situazione compromessa, ma anche il diritto a una decisione priva di errori: pertanto, la riparazione degli errori giudiziari è volta a verificare la lesione di una situazione giuridica soggettiva e il conseguente ripristino dell’ordine giuridico violato.

Il diritto ad un processo equo (art. 111) in Italia è al momento completamente disatteso in relazione all’eccessiva durata dei processi che collocano il nostro Paese, a livello mondiale, tra quelli nei quali i cittadini non sono adeguatamente tutelati.

Il diritto al giudice naturale

L’art. 25, comma 1, Cost. recita: «Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge».

Questa norma pone il principio per cui la competenza del giudice deve essere predeterminata direttamente dalla legge, in base a criteri oggettivi che la affermino preventivamente, cioè prima del suo concreto esercizio e anteriormente al fatto commesso.

Non è, dunque, ammissibile che il giudice competente venga scelto al momento in cui si presenta la necessità di giudicare, perché ciò potrebbe causare inevitabili abusi o favoritismi che non garantirebbero l’imparzialità dell’esercizio della giurisdizione e, come tali, potrebbero nuocere sulle decisioni processuali.

I criteri che determinano la competenza, dunque, devono essere fissati in assoluto, e le controversie assegnate ai singoli giudici devono rispondere a criteri casuali e astratti.

Tale individuazione non può essere adottata da autorità diverse dal Parlamento (come, ad sempio, dal Governo o dai singoli capi degli uffici giudiziari o dalla stessa Corte di Cassazione). La legge impone di operare sempre sulla base di una disciplina a carattere generale, senza eccezioni.

La irretroattività delle leggi penali

L’art. 25, comma 2, Cost., prevede che «nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso».

Questo corollario del principio di legalità espresso con la famosa massima «nullum crimen sine praevia lege», comporta che la legge penale si applichi ai fatti commessi dopo che la legge stessa sia entrata in vigore; essa dunque, non si applica ai fatti verificatisi anteriormente alla sua vigenza.

Tale principio, comunque, è temperato da quello della retroattività della legge più favorevole al reo, eccezionalmente applicata per il principio del favor rei se non sia già intervenuta una sentenza irrevocabile di condanna.

Pur non sussistendo un divieto generale di leggi retroattive, la Corte costituzionale ha in più occasioni affermato la propria competenza a giudicare leggi che, ridisciplinando rapporti pregressi, sono suscettibili di violare il principio d’eguaglianza e di ledere l’affidamento dei destinatari delle norme e la certezza dei rapporti. In quest’ottica si inquadrano le leggi di interpretazione autentica, con le quali il legislatore fissa il significato delle disposizioni normative contenute in una precedente legge. La Corte ha ritenuto che solo quando le disposizioni interpretative rappresentano una delle possibili interpretazioni del testo, non incompatibile con i consolidati e riconoscibili orientamenti giurisprudenziali e giustificata da dubbi interpretativi effettivi, si può parlare di leggi d’interpretazione e non di leggi retroattive.

Il divieto di estradizione per motivi politici

L’estradizione consiste nella consegna di uno Stato straniero di un presunto responsabile di un reato perché venga giudicato nello Stato in cui lo stesso è stato commesso; questa prevede la condizione della doppia incriminazione del fatto in entrambi gli Stati interessati. In virtù di quanto previsto dall’art. 26 Cost. «l’estradizione del cittadino può essere consentita soltanto ove sia espressamente prevista dalle convenzioni internazionali. Non può in alcun caso essere ammessa per reati politici».

Per delitti politici si intendono tutti quelli che sono puniti per discriminatorie finalità di persecuzione politica.

Nel divieto di estradizione rientrano il diritto alla vita (essendo vietata l’estradizione di un responsabile di un reato astrattamente punibile con la pena di morte in paese dove vige tale forma di pena) e il diritto a un giusto ed equo processo.

Non rientrano, tuttavia, nell’ambito dei delitti politici quelli manifestamente contrastanti con i principi fondamentali della stessa Costituzione, perché lesivi dei diritti e delle libertà da essa tutelati (terrorismo, genocidio, delitti contro l’umanità).

La L. cost. 21 giugno 1967, n. 1, infatti, in attuazione della Convenzione sul genocidio, pur riconoscendo il carattere politico di tale delitto, lo ha espressamente escluso dal divieto di estradizione.

 

 

Il diritto penale umanitario

L’art. 27 Cost. stabilisce che «la responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte».

L’articolo sancisce i principi della personalità della pena e della presunzione di non colpevolezza fino alla condanna definitiva.

Esso, inoltre, attribuisce alla pena una funzione rieducativa, ripudiando ogni trattamento violento del detenuto contrario al senso di umanità (umanità della pena).

L’Italia, con la L. 26 luglio 1975, n. 354, recante Norme sull’ordinamento penitenziario, ha tenuto conto del principio di umanizzazione del trattamento penitenziario con l’introduzione di alcuni istituti come i permessi, le licenze ed altre agevolazioni per i detenuti meritevoli.

Il rispetto di tali principi ha comportato la cancellazione della pena di morte. Inoltre, l’art. 1 della L. 13-10-1994, n. 589 ha cancellato la pena di morte anche dai codici penali militari di guerra.

Successivamente con la legge costituzionale n. 1 del 2007, è stata cancellata definitivamente la possibilità di reintrodurre sotto qualsiasi forma nel nostro ordinamento la pena di morte.

In base al principio di personalità della pena sono stati abrogati con la L. cost. 23 ottobre 2002, n. 1 i commi 1 e 2 della XIII Disp. trans. della Costituzione che sanciva il divieto assoluto per il Casato Savoia e i suoi discendenti di rientrare o soggiornare nel territorio italiano, nonché di candidarsi alle elezioni politiche.

In tal modo, è stata cancellata una grave violazione da parte del Costituente di un fondamentale principio democratico, quella del divieto — esteso anche ai discendenti — dell’ingresso nel nostro Paese perché in stridente contrasto con il principio di «personalità della pena».

 

Principio di responsabilità dei pubblici  dipendenti

In base all’art. 28 Cost. «i funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili, secondo le leggi penali, civili e amministrative, degli atti compiuti in violazione di diritti. In tali casi la responsabilità civile si estende allo Stato e agli enti pubblici».

La responsabilità congiunta sia del pubblico dipendente che della P.A. per gli atti compiuti in violazione dei diritti del cittadino è un principio riconosciuto solo di recente in giurisprudenza (cfr. Cass. civ., S.U. 22-7-1999, n. 500) che lo ha collegato direttamente con il principio della risarcibilità del danno derivante da fatto illecito (art. 2043 c.c.) anche in virtù di quanto stabilito a livello europeo (art. 340 TFUE: «L’Unione deve risarcire, conformemente ai principi generali comuni ai diritti degli Stati membri, i danni cagionati dalle sue istituzioni o dai suoi agenti nell’esercizio delle loro funzioni»).

Tale responsabilità non si riferisce più solo all’amministrazione in qualità di ente danneggiante, ma anche al dipendente che, in virtù del principio della personalizzazione dell’amministrazione, deve rispondere in prima persona degli atti che abbiano recato un danno agli utenti (in veste di responsabile del procedimento).

Pertanto, la responsabilità può essere: amministrativa, penale, civile, contabile, disciplinare.

Si ha responsabilità penale quando la trasgressione dei doveri di ufficio, da parte dell’impiegato, assume il carattere di violazione dellordine giuridico generale e si concreta nella figura del reato, sì da provocare l’intervento dello Stato nell’esercizio della sua funzione giurisdizionale, per l’inflizione della pena.

Si ha responsabilità civile o, secondo la qualificazione della Corte dei conti responsabilità patrimoniale quando dalle trasgressioni derivi per l’ente pubblico o per i terzi un danno patrimoniale. La sanzione consiste nell’obbligo di risarcire il danno, sempreché sussista dolo o colpa. In tale nozione viene ricompresa sia la responsabilità amministrativa che la responsabilità contabile.

manuale diritto costituzionale 2016

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