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Lo sai che? Pubblicato il 10 dicembre 2016

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Lo sai che? La caduta dell’acqua piovana dal tetto: quali regole?

> Lo sai che? Pubblicato il 10 dicembre 2016

Ci sono regole anche per la costruzione dei tetti e lo sgocciolamento dell’acqua piovana: vediamo quali.

Il codice civile pone norme anche rispetto alle modalità di costruzione dei tetti ed allo scolo della pioggia [1]: si tratta di norme che fanno parte delle regole riferite ai rapporti di vicinato e sono importanti perché mirano a prevenire liti e cause in tribunale. È dunque importante rispettare questi principi: esponiamoli.

La costruzione dei tetti

La prima disposizione che la legge pone riguarda il modo con il quale il tetto deve essere costruito: il codice civile vieta infatti il cosiddetto stillicidio, ovvero il gocciolamento diretto dell’acqua che cade dal  tetto di un immobile sul fondo del proprietario vicino: precisamente, il proprietario dell’immobile è obbligato a costruire il tetto in modo che l’acqua piovana che fluisce dallo stesso non finisca nel fondo del proprietario vicino.

Essendo dunque vietato lo stillicidio dell’acqua piovana sull’altrui proprietà, non è ammessa la costruzione di tetti, gronde, doccioni o colatoi in modo tale che facciano fluire l’acqua su un fondo diverso da quello del proprietario dell’immobile del quale questi accessori fanno parte.

Si vuole così evitare che le strutture destinate allo scolo dell’acqua siano costruite in modo tale da causare l’entrata furiosa e rovinosa delle acque piovane nel fondo del vicino; la norma non vieta invece lo scorrere naturale delle acque stesse ed il loro sempre naturale dirigersi verso le proprietà vicine. Il proprietario del fondo confinante, quindi, non ha possibilità di vietare lo scorrere delle acque piovane o il loro espandersi quando tali eventi sono causati dall’ordine naturale delle cose, ma può solo tutelarsi quando i tetti, le gronde, i doccioni o i colatoi sono costruiti in modo da far invadere la sua proprietà dall’acqua stessa, in maniera più o meno pericoloso [2].

La norma nulla dice circa la forma del tetto: dunque, purchè si rispetti il divieto che pone, il proprietario dell’immobile è libero di costruire il tetto come preferisce, salva l’osservanza delle regole urbanistiche ed edilizie.

Per fare un esempio tratto dalla casistica, possiamo dire che il divieto sarebbe certamente violato da un tetto la cui falda sporgesse fino ad invadere il fondo altrui, causando così il gocciolio all’interno della porzione di proprietà del vicino.

La servitù di stillicidio

Questo divieto di stillicidio posto dalla legge non è però assoluto: infatti, i proprietari dei due fondi possono trovare un accordo e regolare così lo scarico delle acque; in questo modo stipuleranno un contratto e daranno vita ad una servitù di stillicidio, la quale infatti ha per oggetto proprio la caduta dell’acqua dal tetto ed il suo gocciolare al suolo o ai piani inferiori di un edificio. In forza di questo accordo, si andrà a stabilire che il fondo servente riceverà le acque piovane provenienti per gocciolamento dal fondo dominante. È ammesso che questa servitù, essendo apparente (poiché può esercitarsi solo grazie ad opere e strutture materiali e visibili, come le gronde, i gocciolatoi del marmo o dei frontalini, le falde e via discorrendo) venga costituita non solo sulla base di un accordo contrattuale, ma anche per usucapione o destinazione del padre di famiglia.

La servitù di stillicidio è molto impegnativa per il proprietario del fondo servente, cioè della cosa che è destinata ad accogliere le acque: egli, infatti, avendo la disponibilità delle opere destinate ad accogliere il flusso piovano, è obbligato a garantire la manutenzione di queste strutture e risponde dei danni che esse dovessero causare ad altri soggetti [3]. Fra l’altro, in caso di danno a terzi dipendente dalla omessa manutenzione delle cose destinate ad accogliere l’acqua, il proprietario del fondo servente risponderà per custodia, e potrà evitare di risarcire il pregiudizio solo dimostrando che questo si è creato per caso fortuito, cioè per circostanze imprevedibili e non eliminabili [4].

Esistenza di pubblici colatoi

Il codice prevede anche l’ipotesi in cui vi siano delle strutture comunali o comunque pubbliche destinate a convogliare l’acqua derivante dallo stillicidio: si tratta di strutture denominate pubblici colatoi, che hanno proprio la funzione di raccogliere l’acqua piovana e di evitare il suo disperdersi nelle vie e nelle altre zone destinate al  transito. Qualora queste opere esistano, il proprietario del fondo è obbligato a far si che l’acqua che cade dal suo tetto sia incanalata nelle stesse e non si disperda in altro modo, pena l’incorrere in sanzione amministrativa secondo la disciplina regolamentare locale.

note

[1] Art. 908 cod. civ.

[2] Cass. sent.2069/1964 del 27 luglio.

[3] Cass. sent. 6222/2005 del 23 marzo.

[4] Art. 2051 cod. civ.

Autore immagine: Pixabay

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