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Lo sai che? Pubblicato il 4 dicembre 2016

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Lo sai che? Il capo mi può insultare sul lavoro?

> Lo sai che? Pubblicato il 4 dicembre 2016

Così come il datore di lavoro o il superiore gerarchico, anche il titolare dello studio non può insultare i dipendenti.

Il capo non può insultare i dipendenti sul posto di lavoro. Costa caro al datore, titolare dell’azienda o dello studio professionale, pronunciare offese nei confronti di quanti lavorano o collaborano con lui: per lui scatta il reato di maltrattamenti in famiglia  [1] (punito con la reclusione da 1 a 5 anni). Benché questi, infatti, sia in una posizione di superiorità organizzativa e gestionale, questo non lo autorizza a ledere la dignità dei sottoposti, trattandosi di un rapporto tra persone poste sul medesimo piano.

Un principio di estrema democrazia e uguaglianza quello pronunciato l’altro giorno dalla Cassazione [2] con una sentenza che, certamente, non mancherà di far discutere in certi ambienti lavorativi caratterizzati da animosità e impeto.

In buona sostanza, il principio elaborato della Corte è quello secondo cui le preoccupazioni, le insidie e le “arrabbiature” sul lavoro non consentono di andare oltre una certa soglia quando si tratta di terminologia usata con le altre persone: non si può arrivare a ingiuriare i dipendenti, criticando non tanto il loro operato, quanto piuttosto la loro persona. Insomma, l’offesa non deve essere gratuita, ma deve rimanere sempre nei limiti di una naturale critica all’attività prestata.

La Cassazione ha più volte affrontato il problema, in ambito di lavoro subordinato, dei comportamenti posti dal capo ai danni dei dipendenti, idonei a produrre in questi ultimi uno stato di abituale sofferenza fisica o solo morale. In particolare i giudici hanno confermato che, in questo caso, scatta non tanto il reato di abuso dei mezzi di correzione quanto il più grave delitto di maltrattamenti quando la finalità quella dello sfruttamento del dipendente per motivi di lucro personale [3].

Non c’è dubbio – si legge in sentenza – che il datore di lavoro sia titolare del potere di correzione e di disciplina, intesi come poteri di indicare le modalità adeguate di esecuzione della prestazione di lavoro, necessarie, o anche solo opportune, perché la complessiva attività posta in essere dal lavoratore per raggiungere un risultato economico possa essere efficiente. In tali limiti è possibile ritenere il dipendente un soggetto sottoposto all’autorità del datore di lavoro. Tuttavia, il rapporto tra datore di lavoro e lavoratore dipendente è rapporto tra due persone uguali, poste cioè sul medesimo piano, quanto al profilo della dignità e dell’autonomia individuale. Non si può quindi parlare di un potere riconducibile al concetto di educazione, quale invece quello, ad esempio, che si ritrova in ambiente scolastico.

Ebbene, se è vero che il più tenue reato di abuso dei mezzi di correzione può comunque configurarsi in ambienti di lavoro. La nozione di abuso presuppone infatti un eccesso rispetto al “normale” e questo può avvenire, ad esempio, quando il rimprovero verbale superi i limiti suoi propri (ad esempio, il ricorso a epiteti ingiuriosi o minacciosi).

Tuttavia, quando sono in gioco esplosioni d’ira, sanzioni umilianti, insulti o addirittura il lancio di oggetti – anche se in concomitanza di errori dei dipendenti – si ha il reato di maltratamenti.

In altri termini, nel caso del rapporto di lavoro il potere di correzione e disciplina è esclusivamente funzionale ad assicurare la qualità e l’efficacia del risultato perseguito dalla singola organizzazione lavorativa, di cui è responsabile e fonte il datore di lavoro.

note

[1] Art. 572 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 51591/16 del 2.12.2016.

[3] Cass. sent. n. 10090/2001.

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