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Lo sai che? Pubblicato il 4 dicembre 2016

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Lo sai che? Se la casa la paga mio marito rischio un accertamento fiscale?

> Lo sai che? Pubblicato il 4 dicembre 2016

L’Agenzia non può eseguire un accertamento fiscale se il contribuente, intestatario dell’immobile, dimostra la donazione indiretta, ossia il transito di denaro dal conto del marito sul proprio o su quello del venditore.

«Se mio marito compra casa e poi la intesta a me, cosa rischio?» Anche le donne sono ormai al centro degli accertamenti fiscali dell’Agenzia delle Entrate ed è legittimo porsi domande di questo tipo prima di compiere qualche errore irreversibile. Difatti, se il fisco dovesse accorgersi della presenza di beni di lusso, come appunto un’abitazione, in capo a un contribuente la cui dichiarazione dei redditi non consente un acquisto di questo tipo o il semplice mantenimento del bene (si pensi alle spese di condominio, alle tasse, ecc.), scatterebbe l’invito a fornire chiarimenti prima di spiccare l’accertamento fiscale.

Cosa si rischia, allora, a farsi intestare una casa dal proprio marito o, comunque, dal coniuge o dal convivente? Il principio è che qualsiasi trasferimento di denaro o di beni è legittimo, purché – ma questo solo ai fini della prova – se ne lasci una traccia. Traccia che servirà come documentazione da opporre all’Agenzia delle Entrate qualora dovesse sospettare, in un successivo momento, che l’acquisto è avvenuto con denaro dell’intestatario non dichiarato.

Difatti, secondo quanto chiarito da una recente sentenza della Commissione Tributaria Regionale di Roma [1], è illegittimo l’accertamento al contribuente che dimostra che gli acquisti di un immobile sono avvenuti non integralmente con le sue disponibilità finanziarie, ma grazie al supporto economico del coniuge.

Ma quando va fornita questa prova? Come abbiamo detto prima, l’Agenzia delle Entrate, in questi casi, non manda direttamente l’accertamento fiscale, ma prima invita il contribuente presso i propri uffici o a fornire chiarimenti scritti circa la provenienza del denaro con cui è stato acquistato l’appartamento. Il contribuente dovrà insomma spiegare da dove sono arrivati i soldi per pagare il prezzo degli immobili acquistati, considerato che al Fisco risulta che l’intestatario non aveva redditi sufficienti a potersi permettere l’acquisto di beni di lusso.

Questo è un momento chiave, da non sottovalutare e, anzi, da considerare con la presenza di un professionista del settore (anche perché, in una successiva sede giudiziale, non si potranno produrre documenti che non siano stati forniti in sede precontenziosa, quando l’ufficio ha chiesto «in via bonaria», la documentazione).

Solo se i chiarimenti forniti non verranno ritenuti sufficienti, allora l’Agenzia delle Entrate notificherà un accertamento fiscale vero e proprio nel quale si procederà a calcolare l’Irpef sulla differenza tra il prezzo pagato e il reddito dichiarato tenuto eventualmente conto di quanto giustificato, con l’applicazione delle sanzioni per infedele dichiarazione (dal 100% al 200% della maggiore imposta accertata) oppure omessa dichiarazione (dal 120% al 240% dell’imposta evasa) e degli interessi.

Ma quale prova potrà essere sufficiente per vincere le presunzioni del fisco? Sicuramente la tracciabilità bancaria o la provenienza degli assegni. La presenza di un bonifico dal conto del marito a quello della moglie o, direttamente, del venditore taglierà le gambe a qualsiasi tipo di successivo accertamento.

Nel caso deciso dalla Commissione Tributaria romana, una contribuente non aveva dichiarato alcun reddito, ma era stata in grado di affrontare importanti spese come l’acquisto di una casa. A fronte di ciò, il fisco desumeva una certa capacità contributiva. Tuttavia, in giudizio, veniva ripristinata la verità: dall’esame degli estratti conto intestati alla donna emergeva infatti chiaramente come parte delle somme corrisposte dalla contribuente per l’acquisto di un immobile «non corrispondano ad effettive disponibilità della contribuente, determinate da redditi non dichiarati».

note

[1] Ctr Roma, sent. n. 5366/16.

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