Professionisti Pubblicato il 5 dicembre 2016

Articolo di

Professionisti Dimissioni e crisi di Governo

> Professionisti Pubblicato il 5 dicembre 2016

Che succede quando il Presidente del Consiglio dei Ministri si dimette ed apre la cosiddetta Crisi di Governo; il rimpasto.

Il Governo della Repubblica cessa la sua attività qualora presenti le dimissioni, sia o meno obbligato a farlo, e le stesse siano accettate.

Durante la permanenza in carica, il Governo può subire delle variazioni della sua composizione interna a seguito di rimpasti, revoca di singoli Ministri o approvazione di una mozione di sfiducia individuale (v. lett. D).

Crisi di Governo e dimissioni

Si apre la crisi quando al Governo viene meno la fiducia della maggioranza parlamentare e non è di fatto più in grado di funzionare regolarmente (perché il Parlamento si opporrebbe sistematicamente alle sue iniziative).

Seguendo le vicende della prassi costituzionale le crisi di governo possono distinguersi in:

  • parlamentari, in seguito alla sfiducia del Parlamento che può essere:
    • espressa (94 Cost.): ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante un atto detto mozione, proposto e firmato da almeno un decimo dei componenti della Camera e votato per appello nominale.

Nella storia della nostra Repubblica vi è un solo caso di Governo dimessosi a seguito di mozione di sfiducia, il Governo Prodi nel 1998;

  • tacita: si verifica quando il Governo si dimette in seguito a comportamenti del Parlamento che vengono interpretati come revoca tacita della fiducia;
  • extraparlamentari, in seguito ad un evento esterno alla dinamica parlamentare, che paralizza il funzionamento del Governo e lo costringe alle dimissioni.

Nella prassi tali crisi (GALIZIA) si sono verificate per i seguenti motivi:

  • morte, grave malattia o dimissioni del Presidente del Consiglio;
  • decisioni della Corte costituzionale che incidono pesantemente sull’indirizzo politico del Governo;
  • prese di posizione degli organi direttivi dei partiti di governo (soprattutto in seguito alle risultanze dei congressi, alle elezioni di nuovi segretari o a scelte di diverse linee politiche etc.) in contrasto con i contenuti del programma governativo;
  • grave e insanabile dissenso insorto tra Presidente della Repubblica e Governo;
  • orientamenti di stampa o di opinione pubblica o gravi manifestazioni di piazza contrari al Governo;
  • mutati atteggiamenti o votazioni di uno o più gruppi parlamentari o di un numero consistente di parlamentari che fa venir meno la maggioranza.

A seconda del tipo di crisi che le determina, le dimissioni del Governo sono:

  • obbligatorie, a seguito di sfiducia della Camera o di mancata concessione della fiducia iniziale, che il Capo dello Stato ha l’obbligo di accettare;
  • di rito, cioè solo formali come a seguito di elezione del nuovo Presidente della Repubblica, che provvederà a respingerle;
  • facoltative, a seguito dei mutati rapporti col Parlamento o con i partiti che l’appoggiano, che il Capo dello Stato può respingere, invitando il Governo a presentarsi davanti alle Camere e il Presidente del Consiglio a cercare un nuovo accordo con le minoranze.

Le principali cause che hanno determinato le crisi di governo nel nostro Paese sono:

  1. decisione, concordata fra il Presidente del Consiglio e i partiti della maggioranza, di modificare l’accordo di governo. In questi casi la crisi si risolve in tempi rapidi con la conferma del Presidente del Consiglio e un mero aggiustamento dell’accordo di coalizione, a maggioranza invariata. Un esempio è rappresentato dalla crisi di governo che ha portato alla formazione del secondo Governo D’Alema;
  2. conflitto tra Governo e uno o più partiti della coalizione. In questi casi l’esito della crisi non è facilmente prevedibile e può concretizzarsi in una conferma del Presidente del Consiglio e della maggioranza di governo (ad esempio la crisi del Governo Berlusconi II), oppure dare adito ad una maggioranza diversa (è il caso della crisi del Governo Prodi I, caduto a causa del voto contrario espresso da una parte del gruppo parlamentare di Rifondazione comunista ad una questione di fiducia posta dal Governo);
  3. assunzione di responsabilità da parte del Governo di una sconfitta della maggioranza in una consultazione elettorale intermedia. In tali casi, il Presidente del Consiglio, oppure alcuni partiti della coalizione, possono ritenere che l’esito della consultazione elettorale sia rivestito di significati politici anche a livello nazionale, e decidere, quindi, di aprire la crisi.

Vige, dunque, un onere in capo al Governo di misurare costantemente la sussistenza del rapporto di fiducia col Parlamento in quanto l’art. 94 obbliga il Governo a dimettersi nel caso in cui sia approvata la mozione di sfiducia, ma non lo obbliga a restare in carica se le condizioni politiche non lo consentono (VILLONE).

In ogni caso di dimissioni, di solito accettate con riserva dal Presidente della Repubblica (ma possono anche essere respinte), il Governo dimissionario resta in carica, su invito del Capo dello Stato, sino alla nomina del nuovo Governo, per il disbrigo degli affari di ordinaria amministrazione (si assiste, così, ad una prorogatio di fatto).

 

Rimpasto

Il rimpasto consiste nella sostituzione di uno o più Ministri dell’esecutivo, o perché costoro non godono più della fiducia del Presidente del Consiglio o delle forze di maggioranza, o per altre cause (malattia, morte, dimissioni etc.).

Generalmente il rimpasto non causa la crisi di Governo, anzi costituisce un mezzo per evitarla.

 

 

Sfiducia individuale

La Costituzione non prevede la sfiducia individuale nei confronti del singolo Ministro. Ciononostante, il regolamento della Camera dei deputati espressamente la prevede all’art. 115, assoggettandola alla stessa disciplina dettata per la mozione di sfiducia al Governo, e a partire dal 1984 la stessa è stata introdotta nella prassi seguita dal Senato.

 

 

Questione di fiducia

Il governo, per mantenere unita la propria maggioranza, può ritenere necessario nel procedimento legislativo porre la questione di fiducia (su un intero disegno di legge, su un singolo articolo o anche su ordini del giorno, mozioni e risoluzioni) con l’avvertimento che un eventuale voto contrario di una assemblea porterebbe alle dimissioni.

In questo senso, la questione di fiducia rappresenta uno strumento di pressione e di persuasione, giacché costringe i parlamentari della maggioranza a conformarsi alla «disciplina di partito», pena la perdita della loro carica e dei benefici pensionistici derivanti se a tale carica non copre l’intero arco della legislatura.

Presumibilmente, infatti, in caso di dimissioni del governo a seguito di sfiducia, gli appartenenti alla maggioranza che le hanno causate non dovrebbero essere più inclusi nelle liste elettorali dai rispettivi partiti di appartenenza.

Per evitare un «salto nel buio», alcuni ordinamenti, come quello tedesco (art. 67 della Legge fondamentale), hanno previsto la cd. «sfiducia costruttiva», la sfiducia cioè che può essere richiesta solo se esiste una concreta possibilità di costituzione di un «governo alternativo» che abbia i numeri sufficienti (in termini parlamentari) per poter governare al posto di quello «sfiduciato».

È appena il caso di notare che negli ultimi tempi tutti i governi del nostro Paese hanno fatto un ricorso quasi incessante alla «questione di fiducia»: ciò oltre a denotare un grave difetto nel funzionamento della democrazia, costituisce (soprattutto per la conversione dei decreti legge) un pericoloso attentato al sistema democratico-parlamentare, in quanto riduce il peso, la centralità e l’attività legislativa al Parlamento.

manuale diritto costituzionale 2016

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter.
Scarica L’articolo in PDF

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

I PROFESSIONISTI DEL NOSTRO NETWORK