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Lo sai che? Pubblicato il 6 dicembre 2016

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Lo sai che? Multa al semaforo rosso, come fare ricorso

> Lo sai che? Pubblicato il 6 dicembre 2016

T-Red o Photored: comunque lo si chiami, la multa per il passaggio con il rosso, elevata grazie alla telecamera sul semaforo che ha scattato la fotografia, è difficilmente contestabile.

Difficile contestare una multa per chi passa al semaforo rosso: numerose sono le sentenze della Cassazione e dei giudici di merito che respingono quelle che sono le contestazioni più tipiche degli automobilisti. Quando è possibile, allora, fare ricorso contro la multa se la telecamera – posta sul semaforo – scatta la foto proprio nel momento in cui l’auto attraversa l’incrocio? Al di là delle note dicerie, che circolano su internet, sulla facilità delle opposizioni, quante possibilità di vincere la causa ci sono?

Procediamo con ordine.

La telecamera non deve essere segnalata prima

La prima questione riguarda l’eventuale obbligo di segnalare la presenza della telecamera sul semaforo. Secondo la giurisprudenza, il photored non è assimilabile all’autovelox e, pertanto, la presenza dell’obiettivo pronto a scattare la foto a chi attraversa col rosso non deve essere segnalata con un apposito cartello posto prima o vicino al semaforo.

Questo principio, ormai condiviso da numerosi giudici, è stato di recente ribadito dal giudice di Pace di Taranto [1].

Secondo la sentenza in commento, le norme che impongono la segnalazione della presenza di autovelox non si applicano anche agli apparecchi photored.

Perché mai questa differenza di trattamento? La ragione è molto semplice e, per spiegarla, bisogna comprendere perché, invece, per gli autovelox è necessario il previo avviso. Il cartello – che deve essere posto a una ragionevole distanza dal misuratore elettronico della velocità – serve a evitare che gli automobilisti, alla vista dell’apparecchio, frenino improvvisamente per non essere immortalati dall’obiettivo, così costituendo un pericolo ancor più serio per il traffico. «L’avviso agli utenti della strada – afferma il giudice – trova infatti giustificazione nell’esigenza di non creare intralci alla circolazione e rischi per l’incolumità degli stessi utenti, che potrebbero essere in pericolo nel momento in cui le auto, accorgendosi improvvisamente dell’esistenza di un autovelox, inevitabilmente frenassero». Ebbene, questo rischio non c’è in presenza di un semaforo rosso. In particolare, si legge in sentenza, l’esigenza di indicare la presenza dei misuratori di velocità per evitare intralci improvvisi e rischi di tamponamenti non sussiste rispetto ai photored, posto che al semaforo rosso occorre comunque arrestarsi, con o senza preavviso.

Il photored non deve essere tarato

La seconda contestazione tipica che viene normalmente mossa contro gli autovelox – e che, spesso, consente di vincere il ricorso – è quella della mancata taratura periodica (almeno una volta all’anno). Quest’obbligo, sancito da una sentenza dell’anno scorso della Corte Costituzionale, non sussiste però per i photored i quali, a differenza degli autovelox, non vengono montati e smontati continuamente per essere portati da un luogo a un altro. Al contrario, la telecamera rimane sempre fissa sul semaforo e di lì non si muove.

Peraltro gli apparecchi photored sono semplici rilevatori fotografici e non misuratori di velocità.

Per il giudice di Pace di Taranto [1], «mancando allo stato una specifica normativa nazionale o comunitaria che ne imponga la taratura periodica, ad essi restano applicabili le norme nazionali relative all’omologazione dell’apparecchiatura».

Non c’è obbligo di immediata contestazione

Con una recente sentenza la Cassazione ha inoltre detto che non è necessaria la presenza di una pattuglia della polizia o dei vigili a presidio della postazione del photored, onde contestare immediatamente l’infrazione all’automobilista. In altre parole, se la macchina passa nonostante il semaforo rosso non deve essere arrestata di lì a poco per l’elevazione e la firma del verbale. Il proprietario del mezzo multato si vedrà recapitare la multa a casa (entro i successivi 90 giorni), con l’obbligo peraltro di fornire (nei 60 giorni dopo) la comunicazione dei dati dell’effettivo conducente.

Secondo la Cassazione, “non è necessaria la presenza degli organi di polizia stradale, qualora l’accertamento avvenga mediante rilievo con dispositivi o apparecchiature che sono stati omologati ovvero approvati per il funzionamento in modo completamente automatico”. A condizione però che tali strumenti siano gestiti direttamente dagli organi di polizia stradale. Sul punto però si segnala un precedente di segno contrario emesso dal giudice di Pace di Lecce.

Se il giallo dura pochi secondi

Un altro cavallo di battaglia molto inflazionato in tema di ricorsi contro multe al semaforo rosso è quello della durata della luce gialla che, secondo una nota del Ministero dei Trasporti, deve essere di 4 secondi nelle zone urbane e di 5 secondi fuori dal centro abitato. Invece, secondo la Cassazione, il codice della strada nulla dispone a riguardo e, pertanto, chi passa col rosso può essere fotografato dal T-Red, ed è tenuto a pagare la multa, anche se il giallo resta sul semaforo per meno di quattro secondi. Il dato dei quattro secondi indicato dal Ministero – si legge in sentenza – non è assoluto: piuttosto deve essere il conducente dell’auto ad adeguare la velocità del mezzo allo stato dei luoghi. Quindi la durata della luce gialla va valutata in base alle condizioni della strada e del traffico e non può essere genericamente determinata da una norma valida sempre e ovunque. Il codice della strada, al momento, non indica una durata minima del periodo di accensione della luce gialla: tre secondi, però, secondo i giudici della Corte, sono più che sufficienti perché si tratta del tempo sufficiente per consentire la frenata a un veicolo che va a 50 chilometri orari (tale infatti è il limite di velocità sul sentiero urbano).

Multa a chi supera la linea di stop?

Come abbiamo già spiegato in un precedente articolo (leggi Multa a semaforo rosso) la foto non viene scattata se le ruote dell’auto superano di poco la linea di stop presente sull’asfalto della strada. È necessario, per ricevere la multa che le ruote anteriori abbiano superato interamente la linea di stop. Solo in quel momento la telecamera può percepire la targa dell’automobilista e scatta la foto.

La risposta è affermativa. Il Codice della strada, infatti, stabilisce che, «durante il periodo di accensione delle luci rosse, i veicoli non devono superare la striscia di arresto; in mancanza di tale striscia, i veicoli non devono impegnare l’area d’intersezione, né l’attraversamento pedonale, né oltrepassare il segnale, in modo da poterne osservare le indicazioni».

Dunque, a un semaforo controllato da “fotored”, se l’auto si ferma un paio di metri oltre la linea di stop, a semaforo rosso, si rischia la decurtazione dei punti. Il divieto di oltrepassare la linea stabilita per l’arresto vige anche durante il periodo di accensione della luce gialla, che deve servire proprio per rallentare e arrestare la marcia dei veicoli. Il conducente del veicolo che prosegue la marcia, nonostante le segnalazioni del semaforo lo vietino, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 163 a 651 euro, aumentata di un terzo quando la violazione è commessa dopo le 22 e prima delle 7, con la decurtazione di sei punti della patente di guida, che si raddoppiano se chi commette l’infrazione è un neopatentato.

Multa al semaforo rosso, come fare ricorso?

Vien da chiedersi, allora, se tutti questi espedienti lasciano il tempo che trovano, come fare ricorso contro una multa fatta dalla telecamera al passaggio del semaforo rosso?

Se l’apparecchio – almeno al momento – viene considerato dai giudici come “semi infallibile”, non resta che affidarsi ai vizi normalmente eccepibili contro le multe, come ad esempio:

  • stato di necessità: l’automobilista era diretto, d’urgenza, in qualche luogo (verosimilmente l’ospedale) per salvare sé o altri da un imminente e grave rischio alla salute o di vita. Non conta se questo rischio fosse effettivo, ma solo come era percepito dall’automobilista, secondo le proprie conoscenze e timori;
  • notifica della multa dopo 90 giorni dal passaggio col rosso. Si considera la data in cui la polizia ha portato la multa all’ufficio postale;
  • errata indicazione della data e dell’ora dell’infrazione;
  • errata indicazione del luogo ove è avvenuta l’infrazione, ma solo a condizione che ciò abbia messo l’automobilista nell’impossibilità di difendersi;
  • errata indicazione dei dati del conducente.

Come difendersi

I termini per fare opposizione sono:

  • 30 giorni per il ricorso al giudice di pace
  • 60 giorni per il ricorso al Prefetto.

L’eventuale presentazione di una istanza in autotutela all’organo accertatore non sospende i predetti termini.

note

[1] G.d.P. Taranto sent. n. 2345/16 del 19.07.2016.

Tribunale di Taranto – Sezione civile – Sentenza 19 luglio 2016 n. 2345

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI TARANTO

Il Giudice Unico, dott.ssa Rossella Di Todaro ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa iscritta in secondo grado nel registro generale affari contenziosi civili sotto il numero d’ordine 318 dell’anno 2012,

TRA

COMUNE DI SAN GIORGIO IONICO, in persona del Sindaco pro tempore, rappr. e difeso dall’avv. P.MO.,

– appellante –
E
Pa.An. – contumace –
– Appellato –
OGGETTO: APPELLO – Sanzione Amministrativa. MOTIVI DELLA DECISIONE
Premesso che

– con citazione notificata regolarmente al convenuto il Comune di San Giorgio Ionico ha impugnato la sentenza n. 382/2011 pronunciata dal giudice di pace, con la quale è stata accolta l’opposizione a sanzione amministrativa, proposta da Pa.An., ai sensi dell’art. 22 L. 689/81 ed annullati i relativi verbali di contestazione, il primo n. (…) elevato in data 21/8/2010 per violazione dell’art. 41 in relazione all’art. 146 co.3 c.d.s. accertata a mezzo photored; il secondo n. (…) elevato il 29/11/2010 dalla Polizia Municipale di San Giorgio Ionico, per violazione dell’art. 126 bis comma 2, c.d.s., per avere omesso di comunicare nel termine di legge il conducente del veicolo che ha commesso l’infrazione di cui al precedente verbale.

– l’appellante ha assunto 1) l’erroneità della sentenza impugnata laddove ha condiviso i motivi di opposizione sostenuti dall’opponente, giacché essi sono completamente insussistenti, atteso che l’onere della prova di dimostrare l’inidoneità e la mancata taratura degli apparecchi photored grava sullo stesso opponente, e così anche l’onere di dimostrare l’assenza di segnalazione in loco dell’apparecchio; 2) peraltro l’obbligo del proprietario del veicolo di comunicare gli estremi del conducente è svincolato dalla pendenza di ricorsi amministrativi o

giurisdizionali avverso il verbale cui si riferisce la comunicazione e, decorre dalla notificazione della violazione. Ha domandato pertanto la riforma della sentenza impugnata, annullandola.

– Parte appellata non si è costituita.

Rilevato che

– La violazione contestata nel primo verbale di accertamento in relazione all’art. 146, comma 3, cds, ossia attraversamento col semaforo rosso, era sussistente, appalesandosi le motivazioni, poste alla base del ricorso in impugnazione innanzi al giudice di pace, estremamente generiche e non pertinenti con la violazione accertata, che non si riferiva ad un eccesso di velocità. Infatti l’opponente lamentava la mancata indicazione del decreto prefettizio autorizzatorio all’istallazione, la assenza di segnalazione in loco dell’apparecchio utilizzato e la mancata taratura periodica dell’apparecchio. Quanto alla prima, non risulta che la legge prescriva la emanazione di un decreto autorizzatorio da parte del prefetto relativamente ai photored, a meno che il ricorrente non volesse riferirsi ai decreti prefettizi che indicano le strade in cui possono essere istallati gli autovelox, ma ciò non vale comunque per gli apparecchi photored.

– Quanto alla seconda, poi, l’obbligo di segnalare la presenza di una postazione elettronica rileva in tema di misuratori della velocità, ai sensi del comma 6 bis art. 142, cds e dell’art. 2 DM 15/8/2007, ma tali norme non sono estensibili ai photored. L’avviso agli utenti della strada trova infatti giustificazione nell’esigenza di non creare intralci alla circolazione e rischi per l’incolumità degli stessi utenti, che potrebbero essere in pericolo nel momento in cui le auto, accorgendosi improvvisamente dell’esistenza di un autovelox, inevitabilmente frenassero ponendosi come ostacolo improvviso alle altre che sopraggiungono da dietro. E tra l’altro la stessa ragione ha spinto il legislatore, adeguandosi ad una giurisprudenza in tal senso, di imporre che gli autovelox fossero collocati in modo da essere ben visibili da lontano da parte degli automobilisti, sempre per non creare intralci improvvisi e rischi di tamponamenti. Tali esigenze, come è evidente, non ricorrono in relazione ai photored, posto che al semaforo rosso occorre comunque arrestarsi e chi non lo fa mette comunque a rischio la circolazione, con o senza preavviso.

– Quanto alla terza, infine, relativa alla taratura periodica degli apparecchi utilizzati, deve dirsi che non vi è poi alcun obbligo di taratura degli apparecchi photored, che sono semplici apparecchi fotografici e non misuratori di velocità. Sul punto la giurisprudenza ha sostenuto che “In tema di rilevamento delle violazioni al codice della strada effettuato mediante apparecchiature elettroniche (nella specie passaggio con semaforo rosso rilevato mediante (…)) mancando allo stato una specifica normativa nazionale o comunitaria che ne imponga la taratura periodica, ad essi restano applicabili le norme nazionali relative all’omologazione dell’apparecchiatura, ovvero gli art. 45 c. strad., 192 e 345 reg. c. strad”. Del resto la possibilità che l’apparecchio non funzionasse regolarmente doveva essere allegata e dimostrata concretamente dall’opponente, non potendo costui limitarsi a lamentare il mancato rispetto formale dei controlli previsti dalla legge a tutela della funzionalità dell’apparecchio. Si sostiene, infatti, con riferimento ai misuratori di velocità, ma con considerazioni estensibili

anche al photored, che “in tema di rilevazione dell’inosservanza dei limiti di velocità dei veicoli a mezzo di apparecchiature elettroniche, ne’ il codice della strada (art. 142 C.d.S., comma 6) ne’ il relativo regolamento di esecuzione (D.P.R. 16 dicembre 1992, n. 495, art. 345) prevedono che il verbale di accertamento dell’infrazione debba contenere, a pena di nullità, l’attestazione che la funzionalità del singolo apparecchio impiegato sia stata sottoposta a controllo preventivo e costante durante l’uso, giacché, al contrario, l’efficacia probatoria di qualsiasi strumento di rilevazione elettronica della velocità dei veicoli perdura sino a quando non risultino accertati, nel caso concreto, sulla base di circostanze allegate dall’opponente e debitamente provate, il difetto di costruzione, installazione o funzionalità dello strumento stesso, o situazioni comunque ostative al suo regolare funzionamento, senza che possa farsi leva, in senso contrario, su considerazioni di tipo meramente congetturale, connesse all’idoneità della mancanza di revisione o manutenzione periodica dell’attrezzatura a pregiudicarne l’efficacia ex art. 142 C.d.S. (Cass. 5.7.06 n. 15324,16.5.05 n. 10212, 20.4.05 n. 8233, 10.1.05 n. 287, 22.6.01 n. 8515, 5.6.99 n. 5542)”; Peraltro, anche “il termine di validità dell’omologazione da parte dei competenti organi ministeriali attiene non ad un arco di tempo durante il quale l’apparecchiatura può essere validamente utilizzata ed oltre il quale tale utilizzazione non è più legittima – dacché tale operatività, una volta omologato il modello, dipende soltanto dalla permanente funzionalità della singola apparecchiatura – ma ad un arco di tempo durante il quale le apparecchiature di quel modello possono continuare ad essere commercializzate dal costruttore; ciò che si evince chiaramente sia dal D.M. 30 novembre 1998, n. 6025, art. 3, sia dal D.M. 20 marzo 2000, n. 1824, art. 2, sia dalle premesse dei detti decreti, nelle quali risulta come la determinazione ministeriale sia adottata sulla richiesta del produttore onde autorizzare la commercializzazione del prodotto in quanto riscontrato conforme agli standard normativamente richiesti; pertanto, la scadenza del termine d’omologazione del modello d’apparecchiatura incide soltanto sulla possibilità per il costruttore di continuare a vendere le apparecchiature di quel modello e non sull’ulteriore utilizzabilità, oltre la scadenza di quel termine, delle apparecchiature già esistenti da parte degli organi operativi che ne siano dotati; diversamente opinando, si perverrebbe all’assurda conseguenza per cui un’apparecchiatura acquistata in prossimità della scadenza dell’omologazione diverrebbe inutilizzabile a far data da tale scadenza pur se perfettamente funzionante ed idonea allo scopo in ragione degli accertamenti in base ai quali era stata concessa l’omologazione del modello (Cass. 26.4.07 n. 9950).

– Anche la violazione contestata nel secondo verbale di accertamento, in relazione all’art. 126 bis, comma 2, c.d.s. era sussistente e andava sanzionata. In tema di violazioni al codice della strada, infatti, integra l’ipotesi di illecito amministrativo previsto dal combinato disposto degli artt. 126 bis e 180 C.d.S. l’omessa collaborazione che il cittadino deve prestare all’autorità amministrativa al fine di consentirle l’attuazione dei necessari e previsti accertamenti per l’espletamento dei servizi di polizia stradale. La vigente normativa di cui alla L. n. 286 del 2006 (applicabile ratione temporis), sopravvenuta a seguito dell’intervento della Corte Costituzionale (sent. 12 gennaio 2005 n. 27), dopo aver eliminato, al quarto periodo del secondo comma dell’art. 126 bis C.d.S., la previsione della riduzione dei punti – patente in danno del proprietario del veicolo, ha riaffermato a carico dello stesso l’onere della comunicazione dei dati del conducente, stabilendo il termine dei sessanta giorni dalla

notificazione del verbale; ha, poi, anche ribadito, nella modificazione del sesto periodo, l’illiceità di per se stessa dell’omessa comunicazione, senza giustificato e documentato motivo, sanzionandola autonomamente con il pagamento d’una somma, che attualmente, va Euro 284,00 a Euro 1.133,00. Come ormai uniformemente sostenuto dalla Sprema Corte “in tema di sanzioni amministrative conseguenti a violazioni del codice della strada, il termine entro cui il proprietario del veicolo è tenuto – ai sensi dell’art. 126 bis comma 2 quarto periodo del codice – a comunicare all’organo di polizia che procede i dati relativi al conducente, non decorre dalla definizione del procedimento di opposizione avverso il verbale di accertamento dell’illecito presupposto, ma dalla richiesta rivolta al proprietario dall’organo di polizia, senza che quest’ultimo sia tenuto a soprassedere alla richiesta in attesa della definizione della contestazione dell’illecito; ne consegue che la sanzione di cui all’art. 180 comma 8 c. strad. sussiste anche in caso di annullamento del verbale di contestazione dell’infrazione, attesa l’autonomia delle due infrazioni, la seconda delle quali attiene ad un obbligo di collaborazione nell’accertamento degli illeciti stradali. Invero neppure l’annullamento del verbale di contestazione dell’infrazione presupposta comporta esclusione della sanzione prevista dall’art. 180 C.d.S.. comma 8, attesa l’autonomia delle due infrazioni, la seconda delle quali attiene a un obbligo di collaborazione nell’accertamento degli illeciti stradali e dei loro autori (cfr. Cass. 13488/2005, 3123/2002, 9924/2001) che rileva in sé stesso e non in quanto collegato alla effettiva commissione di un precedente illecito”.

– Insomma nel caso di specie il giudice di pace ha confuso il termine di trenta giorni entro cui gli organi di polizia procedenti devono inviare i dati del conducente all’anagrafe nazionale al fine di consentire la decurtazione dei punti della patente, che decorre appunto dalla definizione dei procedimenti amministrativo o giurisdizionale eventualmente instaurati contro il verbale di accertamento o dall’inutile decorso dei termini di impugnazione dello stesso, dal termine di sessanta giorni accordato al proprietario del veicolo per comunicare il nominativo del conducente, che decorre dalla notifica del verbale di contestazione. Tale ultimo termine non subisce alcuna sospensione in conseguenza di eventuali impugnazioni del verbale, perché si riferisce ad un obbligo autonomo imposto al proprietario del veicolo, che deve essere adempiuto a prescindere dalla contestazione nel merito dell’infrazione contestata e della sanzione irrogata. E la sanzione per l’omessa comunicazione nei termini non viene meno in caso di annullamento della sanzione irrogata con il verbale impugnato, stante appunto l’autonomia delle infrazioni.

– Per completezza di argomentazione va chiarito che, se anche l’omessa comunicazione del nominativo del conducente fosse dipesa dall’ignoranza del proprietario in ordine alla persona che guidava il mezzo al momento della violazione, ugualmente la sanzione avrebbe dovuto essere comminata al proprietario. Infatti, per giurisprudenza consolidata anche su tale punto “in tema di violazioni al codice della strada, l’ipotesi dell’illecito amministrativo previsto dal disposto dell’art. 126 bis C.d.S., comma 2 (concetto che vale anche per la L. n. 286 del 2006, art. 164), va intesa nel senso che il legislatore ha ritenuto di sanzionare l’omissione della collaborazione che il cittadino ed, in particolare, il proprietario del veicolo in quanto titolare della disponibilità di esso e quindi responsabile dell’immissione dello stesso nella circolazione – deve prestare all’autorità preposta alla vigilanza sulla circolazione stradale al fine di consentirle di procedere agli accertamenti necessari per l’espletamento dei servizi di polizia

amministrativa e giudiziaria, dovendosi tener conto che la violazione delle norme del C.d.S. può assumere rilevanza non solo amministrativa ma anche penale. Interpretazione che trova conferma anche nella lettura della richiamata sentenza n. 27/2005 della Corte Costituzionale, nella quale non va, infatti, confusa la valutazione della parte del secondo comma dell’art. 126 bis C.d.S. – come modificato dal D.L. 27 giugno 2003, n. 151 a sua volta modificato dalla legge di conversione 1 agosto 2003, n. 214 – dichiarata incostituzionale, che era quella in cui veniva commi nata la riduzione dei punti della patente a carico del proprietario del veicolo che non fosse stato anche responsabile dell’infrazione stradale, con la valutazione d’altra parte della stessa norma, che è quella rilevante nel presente giudizio, non solo non dichiarata incostituzionale, ma la legittimità della cui applicazione che è stata, anzi, espressamente affermata dal giudice delle leggi che, a conclusione della motivazione, si è testualmente espresso nel senso che: “L’accoglimento della questione di legittimità costituzionale, per violazione del principio di ragionevolezza, rende, tuttavia, necessario precisare che nel caso in cui il proprietario ometta di comunicare i dati personali e della patente del conducente, trova applicazione la sanzione pecuniaria di cui all’art. 180 C.d.8., comma 8. Nella specie il giudice del gravame ha fatto corretta applicazione della citata norma del codice della strada posta a base dell’infrazione contestata al ricorrente. Il proprietario del veicolo. infatti, in manto responsabile della circolazione dello stesso nei confronti delle pubbliche amministrazioni non meno che dei terzi, è tenuto sempre a conoscere l’identità dei soggetti ai quali ne affida la conduzione, onde dell’eventuale incapacità di identificare detti soggetti necessariamente risponde. nei confronti delle une per le sanzioni e degli altri per i danni, a titolo di colpa per negligente osservanza del dovere di vigilare sull’affidamento in guisa da essere in grado d’adempiere al dovere di comunicare l’identità del conducente (in tal senso, v. Cass. 12 giugno 2007 n. 13748; Cass. 24 aprile 2008 n. 10786; Cass. 8 agosto 2007 n. 17348)”.

– In conclusione la violazione accertata nel primo verbale di accertamento e l’omissione della comunicazione, da parte dell’appellato, del nominativo del conducente nel termine di legge, contestata nel secondo verbale di accertamento, hanno giustificato l’irrogazione delle sanzioni amministrative di cui ai verbali impugnati.

– La sentenza impugnata dunque deve essere riformata integralmente e l’opposizione relativa ad ambedue i verbali di accertamento impugnati deve essere respinta.

– Le spese del doppio grado di giudizio gravano su Pa.An., liquidate come da dispositivo. Non vi può essere invece responsabilità aggravata, essendoci ancora in materia conflitto di giurisprudenza.

P.Q.M.
Il Tribunale di Taranto definitivamente pronunciando sull’appello proposto, così provvede:

a) accoglie l’appello e, riformata la sentenza del giudice di pace impugnata, dichiara legittime le contravvenzioni irrogate con i verbali impugnati;

b) condanna l’appellato al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio, che liquida in Euro 63,00 per esborsi e Euro 1800,00 per compensi professionali, oltre iva, cpa e rimborso forfetario come per legge.

Così deciso in Taranto l’11 luglio 2016. Depositata in Cancelleria il 19 luglio 2016.

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1 Commento

claudio fanton

7 dicembre 2016 alle 08:58

Buon giorno, la parte dell’articolo che si riferisce a “multa a chi supera la linea di stop” non è corretta in quanto da pochi anni il Ministero Infrastrutture e Trasporti ha consentito di riomologare, per le aziende che avessero voluto, gli strumenti per l’art.146 anche per il comma 2 dello stesso. Pertanto si può sanzionare il mancato rispetto della linea di arresto con la luce rossa accesa. grazie

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