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Lo sai che? Pubblicato il 7 dicembre 2016

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Lo sai che? La responsabilità medica

> Lo sai che? Pubblicato il 7 dicembre 2016

Risarcimento del danno per errore medico: a chi va chiesto, cosa bisogna dimostrare e qual è il termine per attivarsi.

I casi di responsabilità medica sono molto frequenti nei tribunali civili. Se il medico commette un errore durante un’operazione o un ciclo di cure, il paziente può chiedere il risarcimento citando in giudizio sia l’ospedale (o la clinica privata) sia direttamente lo stesso professionista. Dovrà solo dimostrare di aver subito un pregiudizio a causa dell’intervento. Spetterà invece al medico provare di non avere colpe. Il termine per chiedere il risarcimento è di 10 anni da quando il paziente si è accorto del danno.

La responsabilità civile del medico

Immaginiamo di dover affrontare un qualsiasi trattamento terapeutico o intervento chirurgico. Se il medico commette un errore causando danni alla nostra salute, possiamo chiedere il risarcimento? Ovviamente sì: ma come bisogna procedere? Occorre citare in giudizio la struttura sanitaria (ospedale, clinica privata, ecc.) oppure direttamente il professionista che ci ha assistito? Ancora, spetta a noi provare che il medico ha commesso un errore, o ci basta dimostrare che abbiamo subito un danno? Inoltre, quanto tempo abbiamo per chiedere il risarcimento?

Dopo anni di incertezze, la giurisprudenza è ormai assestata su una specifica soluzione, che prevede l’estensione del regime della responsabilità contrattuale anche nel rapporto tra medico e paziente (rapporto in cui un contratto non c’è). Ma vediamo nella pratica cosa vuol dire quanto appena affermato.

Il rapporto tra ospedale e paziente

Quando ci sottoponiamo a un intervento chirurgico o a un trattamento curativo, noi stipuliamo un contratto con la struttura sanitaria, e non col medico. Quindi, dal punto di vista giuridico, la nostra controparte è l’ospedale o la clinica privata a cui ci siamo rivolti. Essa ha determinati obblighi nei nostri confronti, a seconda dei casi (si pensi alle prestazioni cosiddette «alberghiere»: stanza, letto, pasti, medicinali ecc.). Quindi, in tutti i casi in cui l’ospedale (o la clinica privata) ci procura un danno perché non ha provveduto (o ha provveduto male) a questi doveri, potremo chiedere il risarcimento.

Lo stesso potrà avvenire quando i responsabili del pregiudizio sono i dipendenti della struttura stessa. Quest’ultima, infatti, risponde per i fatti commessi dal personale che ci lavora (medici, infermieri, ausiliari) [1].

Il rapporto tra medico e paziente

Al contrario di quanto avviene con l’ospedale, tra medico e paziente non esiste alcun contratto. Tuttavia, la Cassazione ormai unanimemente afferma che, anche se non c’è un contratto scritto, vi è un «contratto di fatto». In pratica, il medico ha una serie di obblighi nei confronti del paziente ed è tenuto ad adempierli come avviene in qualsiasi rapporto contrattuale. Si parla, a questo proposito, di «contatto sociale»: tra medico e paziente si instaura una relazione particolare, in cui il professionista ha precisi doveri verso la persona che è tenuta a curare (dovere di informazione sulla natura e i rischi dell’intervento, dovere di eseguire correttamente l’operazione e così via).

Anche se non c’è un documento scritto, quindi, possiamo chiedere il risarcimento al medico nello stesso identico modo in cui possiamo chiederlo alla struttura: con l’ospedale c’è un contratto vero e proprio; con il medico c’è un contratto di fatto [2]. Le norme di legge che si andranno ad applicare sono quindi le medesime: andiamo ad analizzarle.

A chi spetta provare la colpa del medico?

Ora, secondo la legge esistono due tipi di responsabilità:

  • la responsabilità contrattuale, le cui norme si applicano quando c’è un contratto;
  • la responsabilità extracontrattuale, che sussiste quando un soggetto subisce un danno, ma non esiste un rapporto contrattuale con la persona che gliel’ha procurato [3].

Le norme che si applicano per queste due tipologie di responsabilità sono diverse. Ad esempio, in caso di responsabilità extracontrattuale si può chiedere il risarcimento entro 5 anni dal verificarsi del danno; viceversa, per quella contrattuale il termine è di 10 anni. Senza dilungarci su questioni prettamente giuridiche, vediamo cosa accade in ambito di responsabilità medica. Come abbiamo affermato, sia per il medico che per la struttura sanitaria si tratta di responsabilità contrattuale. Andiamo quindi ad analizzare cosa dice la legge in merito a questo tipo di responsabilità: prima di tutto, a chi spetta provare la colpa del medico?

Secondo la legge, quando chiede in giudizio il risarcimento del danno, il paziente ha solo l’onere di:

  1. dimostrare che è stato proprio quel medico a curarlo od operarlo;
  2. allegare il danno patito (cioè provare di aver subito un pregiudizio).

Viceversa, spetterà al medico il più difficile onere di dimostrare l’assenza di un suo errore e, quindi, di una sua colpa [4].

Ad esempio, ci sottoponiamo a un intervento nel corso del quale il sanitario commette uno sbaglio: questo ci causa una patologia che prima non esisteva oppure non migliora le nostre condizioni (che sono la causa per cui ci siamo operati); potremo quindi essere costretti a subire una nuova operazione e a sostenere ulteriori costi, oltre a nuovi rischi per la nostra salute. In questo caso, rivolgendoci al giudice, potremo chiedere il risarcimento affermando che ci siamo rivolti a quella determinata struttura, che ci ha operati quel determinato medico e, infine, che abbiamo subito un determinato danno. Dimostrare la colpa del medico non spetta al paziente: sarà il professionista a dover provare di non aver commesso un errore [5].

Attenzione però, perché se l’operazione era particolarmente complessa (ad esempio se non è mai stata effettuata prima in campo sanitario), il medico risponde del danno solo in caso di colpa grave: quindi, può essere condannato al risarcimento esclusivamente se ha commesso un errore importante [6].

Entro quando si può chiedere il risarcimento?

Il paziente può chiedere il risarcimento del danno per responsabilità medica entro 10 anni. La prescrizione infatti, come in tutti i casi di responsabilità contrattuale, è decennale [7]. Ma da quando decorre questo periodo di tempo? La Cassazione [8] afferma che i 10 anni non partono da quando si è verificata la lesione, ma dal momento in cui il paziente avverte l’esistenza del danno riconducibile all’errore del medico.

A chi va chiesto il risarcimento?

Il paziente ha facoltà di chiedere il risarcimento sia direttamente al medico sia alla struttura ospedaliera in cui egli opera. Si tratta infatti di una responsabilità solidale: significa che entrambi sono obbligati a risarcire l’intero danno. Alla legge non interessa chi paga, ma chi lo fa deve farlo integralmente (non esiste quindi un riparto interno di quote risarcitorie).

Ovviamente, specie se si tratta di una somma considerevole, sarà comunque conveniente chiamare in causa la struttura, dato che il professionista difficilmente sarà in grado di soddisfare le richieste economiche con il suo patrimonio personale. In ogni caso, se la struttura sanitaria paga, potrà poi rivalersi sul sanitario che ha concretamente causato il danno [9].

Ci si può rivalere sull’assicurazione?

In tema di responsabilità medica, accade spesso che le somme richieste a titolo di risarcimento siano abbastanza elevate. Sia il medico sia la struttura sanitaria possono trovarsi nelle condizioni di non riuscire a coprire l’intero importo: ben può accadere quindi che il paziente danneggiato non riceva il denaro domandato, a causa del patrimonio limitato di chi è tenuto a pagare. A questo proposito dunque, sarebbe utile chiamare in causa l’assicurazione che copre questo tipo di danni sia per il professionista che per l’ospedale.

Tuttavia, ad oggi l’assicurazione obbligatoria per i medici non è ancora attiva, se non con alcune eccezioni. In particolare, le strutture sanitarie pubbliche hanno l’obbligo di sottoscrivere una polizza che copra gli errori dei sanitari, ma solo per i casi di colpa lieve del professionista. Per gli errori gravi, al contrario, non esiste l’obbligo di avere l’assicurazione. Per quanto riguarda i medici privati poi, il noto decreto Balduzzi [10] ha introdotto l’obbligo di sottoscrivere una polizza assicurativa per coprire i rischi di errori. Tuttavia, quest’obbligo non è concretamente entrato in vigore, in quanto si aspettano ulteriori provvedimenti normativi che ne diano attuazione (per un approfondimento, si veda l’articolo Il medico deve per forza avere l’assicurazione?).

In pratica, bisogna concludere che se esiste una polizza assicurativa, questa deve essere senz’altro portata a conoscenza del paziente al momento della firma del consenso informato: egli ha il diritto di sapere se l’ospedale o il medico sono assicurati e di conoscere gli estremi della polizza stessa. In questo modo, qualora si dovesse subire un danno per un errore del medico, ci si potrà rivalere sull’assicurazione e avere la sicurezza di ottenere l’integrale risarcimento richiesto.

note

[1] Art. 1228 cod. civ; Cass. sent. n. 1610/2012 del 03.02.2012; Cass. sent. n. 27285/2013 del 05.12.2013.

[2] Cass. sent. n. 589/1999 del 22.01.1999; Cass. sent. n. 8826/2007 del 13.04.2007; Cass. sent. n. 577/2008 dell’11.01.2008; Cass. sent. n. 1610/2012 del 03.02.2012.

[3] Art. 2043 cod. civ.

[4] Art. 1218 cod. civ.

[5] Cass. sent. n. 6093/2013 del 12.03.2013; Cass. sent. n. 13533/2011 del 30/10/2001; Cass. sent. n. 577/2008 dell’11.01.2008.

[6] Art. 2236 cod. civ.

[7] Art. 2946 cod. civ.

[8] Cass. sent. n. 13198/2013 del 28.05.2013; Cass. sent. n. 12666/2003 del 29.08.2003.

[9] Art. 1299 cod. civ.

[10] D.L. n. 158/2012, conv. in L. n. 189/2012.

Cassazione civile, sez. III, 22.01.1999, n. 589

L’obbligazione del medico dipendente del S.s.n. per responsabilità professionale nei confronti del paziente, ancorché non fondata sul contratto, ma sul «contatto sociale» ha natura contrattuale.

Cassazione civile, sez. III, 03.02.2012, n. 1610

La responsabilità della struttura ospedaliera, fondata sul «contatto sociale», ha natura contrattuale. Ne consegue che, in virtù del contratto, la struttura deve fornire al paziente una prestazione assai articolata, definita genericamente di «assistenza sanitaria», che ingloba al suo interno, oltre alla prestazione principale medica, anche una serie di obblighi c.d. di protezione ed accessori. Così ricondotta la responsabilità della struttura ad un autonomo contratto (di spedalità), la sua responsabilità per inadempimento si muove sulle linee tracciate dall’art. 1218 c.c., e, per quanto concerne le prestazioni mediche che essa svolge per il tramite dei medici propri ausiliari l’individuazione del fondamento di responsabilità dell’ente nell’inadempimento di obblighi propri della struttura consente quindi di abbandonare il richiamo, alquanto artificioso, alla disciplina del contratto d’opera professionale e di fondare semmai la responsabilità dell’ente per fatto dei dipendenti sulla base dell’art. 1228 c.c.

Cassazione civile, sez. III, 12.03.2013, n. 6093

Quanto all’onere della prova, in particolare, il paziente ha solo l’onere di dedurre qualificate inadempienze, in tesi idonee a porsi come causa o concausa del danno, restando poi a carico del debitore convenuto l’onere di dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possa essergli mosso, o che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla produzione del danno.

Cassazione civile, sezioni unite, 11.01.2008, n. 577

Il paziente danneggiato che chiede il risarcimento deve limitarsi a provare il contratto con la struttura sanitaria (o il «contatto sociale» con il medico), l’aggravamento della patologia o l’insorgenza di un’affezione; all’ammalato-creditore basterà allegare un inadempimento del debitore che sia «qualificato», cioè astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato: starà poi al debitore dimostrare che l’inadempimento non c’è stato o che, pur esistendo, esso non è stato rilevane sotto il profilo eziologico.

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