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Lo sai che? Pubblicato il 8 dicembre 2016

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Lo sai che? Quanto devo dare all’avvocato?

> Lo sai che? Pubblicato il 8 dicembre 2016

Compenso pattuito verbalmente con l’avvocato: validità e prova. Il tentativo di conciliazione dinanzi al Consiglio dell’Ordine.

 

Nella pratica quotidiana, il rapporto con il professionista di turno è quasi sempre incentrato sulla fiducia. In virtù di ciò, è frequente il caso in cui l’incarico sia acquisito e proseguito senza aver concordato i diritti ed i doveri nascenti dal rapporto.

Tra questi, sicuramente, il più importante è quello del compenso. In particolare, quando si svolge un attività di una certa complessità e di un determinato valore, l’onorario dovuto al legale potrebbe risultare di un ammontare non indifferente.

Ebbene, quando il compenso diventa elevato, in mancanza di un patto scritto, il litigio è quasi inevitabile, si rompe il rapporto di fiducia, fioccano le revoche del cliente o le rinunce del professionista.

Ma andiamo per ordine e vediamo cosa accade se manca un contratto scritto.

 

 

Non ho pattuito il compenso con l’avvocato: cosa succede?

Secondo la normativa vigente, il mandato conferito al professionista – avvocato non deve necessariamente avere la forma scritta. La stessa legge, però, precisa che il compenso per le prestazioni professionali e’ concordato al momento del conferimento dell’incarico professionale. In questa sede, l’avvocato deve quindi fornire tutte le informazioni utili circa l’opera da compiere e gli oneri da affrontare. L’ammontare del compenso è reso noto al cliente con un preventivo, dove in relazione all’importanza della prestazione, sono indicate le varie voci della medesima ed i costi della stessa [1].

Il successivo regolamento ministeriale, attuativo della legge citata, ha inteso, tuttavia, disciplinare le ipotesi in cui il compenso non sia stato concordato in forma scritta, in tal modo giustificando e legittimando tutte i casi in cui manca ogni pattuizione documentata, circa i costi delle prestazioni professionali, rese dal legale [2].

Anche la legge professionale in materia [3] ha inteso avallare questa possibilità, stabilendo che il compenso deve essere pattuito “di regola” per iscritto, ma non prevedendo alcuna sanzione o conseguenza a seguito del cosiddetto incarico verbale e tanto meno affermandone l’invalidità.

Ritornando al regolamento ministeriale, esso contempla le prestazioni professionali stragiudiziali, stabilendo che in questi casi, il compenso deve essere stabilito in base a vari parametri (ad esempio, le caratteristiche, l’urgenza ed il pregio dell’attività prestata oppure l’importanza della prestazione così come la difficoltà).

Il giudice, chiamato a decidere in merito, valutati i parametri citati, applicherà il valore medio previsto nella tabella allegata al decreto, aumentandolo o diminuendolo (sino al 50%) secondo i casi [4].

In particolare, in materia di prestazioni stragiudiziali, una recente decisione giurisprudenziale, nel confermare una precedente pronuncia della Corte di Appello di Roma, ha precisato che, se non esiste un mandato scritto, incombe sul professionista – avvocato, l’onere di dimostrare l’incarico ricevuto nonché l’opera eseguita. A tale scopo il mero scambio di corrispondenza tra le parti o la redazione di un atto, però non sottoscritto dal cliente, non sono sufficienti in tal senso [5].

 

 

Posso trovare un accordo sul compenso?

Abbiamo visto che in assenza di un compenso pattuito per iscritto, lo stesso è comunque dovuto al professionista, secondo le regole sopra riportate.

Tuttavia, non si può negare che l’avvocato potrebbe non essere stato proprio impeccabile nei vari comportamenti adottati in pendenza del rapporto professionale. Magari è stato sempre poco trasparente nell’attività compiuta e nell’informazione sulla stessa. Magari non ha mai volutamente comunicare al cliente, quanto dovutogli per l’incarico da eseguire.

Ebbene, se proprio non riuscite ad accordarvi con il vostro legale, una via da percorrere potrebbe essere quella del tentativo di conciliazione dinanzi al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati cui appartiene il vostro legale. Esso è previsto dalla legge professionale forense [6].

Su istanza, anche del cliente, inviata al Consiglio di cui sopra, sarà fissato un incontro tra le parti. In quella sede, prospettando le proprie ragioni, sarà possibile accordarsi. Della riunione sarà redatto un verbale formale, che rappresenterà la prova del consenso raggiunto.

note

[1] Art 9, comma 4 Dl. 1/2012.

[2] Art. 1 D.M.55/2014.

[3] Art. 13, co 2 Legge 247/2012.

[4] Art. 18 e seg. D.M.55/2014.

[5] Cass. Civ. sent. n. 13106/2015.

[6] Art. 13, co 9 Legge 247/2012.

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1 Commento

  1. Ho i miei dubbi sul fatto di interessare il consiglio dell’ordine degli avvocati. Perché questa riflessione.Per il semplice motivo che l’avvocato è sempre un membro iscritto all’ordine degli avvocati quindi…….. e poi nell’immaginario collettivo questo organismo non è che viene visto di buon occhio.Cordialità.

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