Professionisti Pubblicato il 9 dicembre 2016

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Professionisti Le prerogative dei parlamentari

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L’immunità penale dei parlamentari, perquisizione e arresto, intercettazioni delle conversazioni o comunicazioni e sequestro della corrispondenza; l’abolizione del vitalizio per gli ex parlamentari condannati in via definitiva per reati gravi.

La Costituzione riconosce ai parlamentari determinate prerogative che sono irrinunciabili in quanto non costituiscono privilegi personali ma perseguono il fine di tutelare la regolarità e l’indipendenza del mandato parlamentare.

Tali prerogative sono:

1) l’immunità penale. In base all’art. 68, comma 2, Cost., così come modificato dalla L. cost. 29 ottobre 1993, n. 3, è consentito:

  • sottoporre ad indagini i parlamentari, senza la necessità di richiedere una preventiva autorizzazione a procedere da parte della Camera di appartenenza;
  • arrestare il parlamentare, quando vi è una sentenza irrevocabile di condanna;
  • trarre in arresto il parlamentare, nel caso in cui sia colto nell’atto di commettere un reato per cui è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza (art. 380 c.p.p.): tale facoltà era comunque prevista anche dalla precedente formulazione dell’art. 68 della Costituzione.

Non è consentito, invece, all’autorità giudiziaria, senza la preventiva autorizzazione della Camera a cui appartiene:

  • sottoporre a perquisizione personale o domiciliare il parlamentare;
  • arrestare o comunque privare della libertà personale il membro del Parlamento, ad eccezione dei due casi prima citati (sentenza irrevocabile ed arresto in flagranza);
  • procedere ad intercettazioni delle conversazioni o comunicazioni e a sequestro della corrispondenza.

L’istituto dell’immunità costituisce una garanzia affinché il parlamentare possa svolgere il suo mandato in piena indipendenza e senza subire attacchi strumentali da parte dell’autorità giudiziaria. Tuttavia, al pari dell’insindacabilità, tale garanzia non può degenerare in un privilegio personale.

Alla base della modifica costituzionale operata nel 1993 vi era proprio la constatazione che l’istituto era diventato negli anni un vero e proprio privilegio per i parlamentari, dal momento che il numero delle autorizzazioni negate rispetto a quelle concesse era di gran lunga superiore.

La forte indignazione per l’uso strumentale che venne fatto dell’immunità parlamentare nel periodo delle inchieste sulla corruzione dei partiti politici dopo 1990 consentì di coagulare il necessario consenso parlamentare per la riforma dell’art. 68 Cost., modifica che fu votata da quasi tutte le forze politiche presenti in Parlamento; fu in tal modo eliminato l’obbligo della richiesta di autorizzazione a procedere, che di fatto bloccava l’attività di indagine dei magistrati, senza tuttavia intaccare le altre garanzie, come il divieto di arresto, di perquisizione e di intercettazione.

Con la modifica dell’art. 68 della Costituzione è mutata anche la funzione della Giunta per le autorizzazioni a procedere. Soppresso l’obbligo della preventiva autorizzazione della Camera di appartenenza per sottoporre ad indagini un parlamentare, la Giunta è ora chiamata a decidere solo nel caso in cui si intendano adottare provvedimenti restrittivi della libertà personale o domiciliare (arresto, intercettazioni, sequestro della corrispondenza etc.);

2) l’insindacabilità: i parlamentari «non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni» (art. 68, comma 1, Cost.). Questo principio intende salvaguardare la piena libertà di espressione del parlamentare, per evitare quei possibili condizionamenti che potrebbero derivargli dalla consapevolezza di dover rendere conto (in sede penale, civile o disciplinare) dell’attività svolta in Parlamento (MANZELLA).

L’art. 3 della L. 140/2003, ha precisato che la tutela prevista dal primo comma dell’art. 68 della Costituzione si applica non solo per l’attività svolta nelle sedi parlamentari, ma anche «per ogni altra attività di ispezione, di divulgazione, di critica e di denuncia politica, connessa alla funzione di parlamentare, espletata anche fuori del Parlamento».

La norma in esame ha superato anche il vaglio della Corte costituzionale (sent. 120/2004), la quale ha precisato che l’insindacabilità parlamentare non può mai trasformarsi in un privilegio personale attribuito  ad un soggetto per la sua sola qualità di parlamentare ma deve sempre presentare un nesso con le funzioni parlamentari.

Pertanto, spetterà alla Corte costituzionale valutare se l’atto posto in essere dal parlamentare sia realmente inquadrabile nella fattispecie dell’art. 68, comma 1 Cost.

L’art. 3 della L. 140/2003 introduce anche una sorta di pregiudizialità parlamentare, prevedendo che nei procedimenti giurisdizionali il giudice, qualora non ritenga la norma in esame applicabile, deve trasmettere gli atti alla Camera alla quale il membro appartiene o apparteneva al momento del fatto e sospendere il processo in attesa che la stessa si pronunci sul punto. Lo stesso parlamentare può sollevare la questione dell’applicabilità dell’art. 68, comma 1, Cost., dinanzi alla Camera di appartenenza, che può chiedere che il giudice sospenda il procedimento;

  1. l’indennità: «I membri del Parlamento ricevono una indennità stabilita per legge» (art. 69 Cost.): la logica che ha ispirato il Costituente è stata quella di assicurare a tutti i parlamentari, a prescindere dalle personali condizioni economiche, la possibilità di svolgere il loro mandato senza condizionamenti di tipo economico. Tale indennità, spesso giudicata eccessiva, è stata progressivamente ridotta, anche per far fronte alla crisi economica che ha colpito il Paese.

L’abolizione del vitalizio per gli ex parlamentari condannati in via definitiva per reati gravi

Il vitalizio costituisce una sorta di «pensione» garantita ai parlamentari come riconoscimento dell’attività svolta.

Tale trattamento pensionistico, a partire dal 1° gennaio 2012, si fonda sul cd. calcolo contributivo, ossia il calcolo viene effettuato in base all’ammontare totale ed effettivo dei contributi versati dal parlamentare nell’arco dell’attività lavorativa, in luogo di quello retributivo, il cui calcolo avviene in misura percentuale, in rapporto alla media di retribuzione percepita durante gli ultimi anni di lavoro.

In particolare, la disciplina prevede che i deputati cessati dal mandato conseguono il diritto alla pensione al compimento dei 65 anni di età e a seguito dell’esercizio del mandato parlamentare per almeno 5 anni effettivi.

Per ogni anno di mandato ulteriore, l’età richiesta per il conseguimento del diritto è diminuita di un anno, con il limite all’età di 60 anni.

A tal fine, i deputati sono assoggettati d’ufficio al versamento di un contributo pari all’8,80 per cento dell’indennità parlamentare lorda.

È prevista la sospensione del pagamento della pensione nell’ipotesi in cui il deputato:

a) sia rieletto al Parlamento nazionale;

b) sia eletto al Parlamento europeo o a un Consiglio regionale;

c) sia nominato componente del governo nazionale, assessore regionale o titolare di incarico istituzionale per il quale la Costituzione o altra legge costituzionale prevede l’incompatibilità con il mandato parlamentare;

d) in caso di nomina ad incarico per il quale la legge ordinaria prevede l’incompatibilità con il mandato parlamentare, ove l’importo della relativa indennità sia superiore al 50 per cento dell’indennità parlamentare.

Infine, con deliberazione degli Uffici di Presidenza di Camera e Senato del 7 maggio 2015, opportunamente sollecitata da una petizione popolare che aveva raccolto più di 500.000 firme, è stata approvata la proposta di abolire i vitalizi per gli ex parlamentari condannati in via definitiva per reati gravi con pene superiori a due anni.

I reati interessati sono mafia, terrorismo e la maggioranza dei reati contro la Pubblica Amministrazione (come peculato, concussione, violazione del segreto d’ufficio), con l’eccezione del reato di abuso d’ufficio.

Per i reati minori, invece, affinché possa applicarsi tale disciplina, occorre che una precedente «condanna definitiva con pene superiori a due anni di reclusione per delitti non colposi, consumati o tentati, per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a sei anni».

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