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Lo sai che? Pubblicato il 11 dicembre 2016

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Lo sai che? Dito medio, schiaffo, gestacci e sputi: sono reato?

> Lo sai che? Pubblicato il 11 dicembre 2016

Alzare il dito medio, dare uno schiaffo o incrociare le braccia per dire vaffa… non è più reato, ma si rischia una multa fino a 10.000 euro.

Alzare il dito medio verso una persona, sputare in faccia a qualcuno o fare qualsiasi altro tipo di gesto o gestaccio che possa ledere l’altrui reputazione non è più reato, ma espone il colpevole a una multa che va da 5 a 10 mila euro. È questo uno degli effetti del decreto depenalizzazioni approvato ad inizio anno [1]. Così, chi dice una parolaccia mentre è alla guida nei confronti di un pedone o di un altro automobilista; chi, nel corso della riunione di condominio, tira uno schiaffo o, addirittura, spingendosi oltre, sputa in faccia a un condomino non rischia più di macchiare la propria fedina penale. Ma procediamo con ordine.

Il gestaccio è un reato?

La Cassazione ha sempre ritenuto che l’ingiuria [2] non deve necessariamente manifestarsi con parolacce o frasi offensive. La lesione all’altrui dignità può essere realizzata in qualsiasi modo, anche attraverso comportamenti inequivoci che manifestino un sentimento di disprezzo verso la persona offesa e siano, quindi, tali da offenderne l’onore o il decoro [3]. È il caso, ad esempio, dell’internazionale “dito medio”, del più italiano gesto delle “corna”, la più antica “bracciata”. Forse un po’ meno lo può essere la linguaccia ad uso più dei bambini che non degli adulti. La Suprema Corte ha anche escluso che possa essere ingiuria innaffiare qualcuno con la pompa dell’acqua [3] (fermo restando che il risarcimento del danno in via civilistica potrebbe essere comunque richiesto).

Spinte, schiaffi e sputi: quali gestacci sono vietati?

Anche una spinta o un gesto di provocazione, come ad esempio lo schiaffetto dietro la nuca o il calcio sul sedere, possono acquisire un carattere ingiurioso. E ovviamente, soprattutto la sberla. A riguardo, la Suprema Corte ha detto [4] che la percossa – nella specie appunto uno schiaffo – per poter presentare il carattere dell’ingiuria, deve essere espressione di una violenza simbolica, costituita anche da un leggero contatto fisico e diretta, in modo palese e plateale, a manifestare disprezzo evitando una sia pur minima sofferenza fisica. Laddove invece lo schiaffo faccia male si parlerà del reato di percosse e lesioni.

Affinché però lo schiaffo, la spinta o il calcio possano essere considerati ingiuria è necessario agire con l’intenzione di arrecare un’offesa morale senza però fare male. L’azione, in altre parole, deve essere diretta solo ad avvilire la vittima con un gesto di disprezzo, contenne tale gesto in misura così ben calcolata da evitarle qualunque sofferenza fisica anche di tenuissima entità.

In un’altra occasione, la Cassazione [5] ha chiarito che scatta l’ingiuria davanti a qualsiasi atto che può ledere l’onore e il prestigio del dipendente. È il caso del comportamento del superiore gerarchico che, in particolare alla presenza di altre persone, spinga con violenza contro un muro il suo subordinato, accompagnando il gesto con l’ingiunzione verbale a lasciare il proprio posto di lavoro.

Ingiuria: come difendersi?

Detto ciò, non possiamo però parlare, in tutti tali casi, di reato. Questo perché l’ingiuria non è stata depenalizzata. In pratica, non è più illecito penale dire una parolaccia, proferire un’offesa, fare un gestaccio, alzare il dito medio, sputare in faccia a una persona, darle una spinta o un calcio sul sedere o ancora un tenue schiaffo. Si tratta oramai solo di un illecito civile: detto in termini pratici, l’unica condizione per poter punire un’offesa è che la vittima le faccia causa – una causa civile s’intende – all’esito della quale il giudice condannerà il responsabile al risarcimento del danno e a una multa da 5 a 10 mila euro da pagare alle casse dello Stato. La Procura della Repubblica resta fuori da tutto il procedimento e la fedina penale resta immacolata. Chiaramente, se la vittima non agisce e non intende avviare la causa, il colpevole resterà impunito e non subirà alcuna conseguenza.

Per maggiori chiarimenti sul tema invitiamo la lettura di due interessanti schede: Ingiuria, come difendersi e ottenere il risarcimento del danno e Scompare l’ingiuria, impossibile punire le offese.

note

[1] D.lgs. n. 7/2016.

[2] Art. 595 cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 460/2014.

[4] Cas. Sent. n. 12674/2010. Sul punto vi è giurisprudenza costante. Sulla stessa linea Cass. sent. n. 1801/1985: «La percossa, al pari dello schiaffo, per poter presentare il carattere dell’ingiuria ex art. 594 cod., pen., deve essere espressione di una violenza puramente formale, di inavvertibile entità, che testimoni l’intento di evitare qualsiasi pur minima sofferenza alla parte offesa evidenziando, invece, l’esclusivo proposito di arrecare offesa morale»; Cass. sent. n. 800/1983 «Il calcio, al pari della spinta e dello schiaffo, integra di per sé un’azione violenta, concretandosi in un’energia fisica esercitata direttamente sulla persona e, nella generalità dei casi, costituisce il reato di percosse o di lesioni dolose; perché possa considerarsi, in casi del tutto eccezionali, come reato d’ingiuria è necessaria la prova rigorosa, da un lato, che l’intenzione dell’autore del fatto fu esclusivamente quella di arrecare un’offesa morale e, dall’altro, che la violenza ebbe carattere solo apparente giacché la condotta dell’agente, diretta solo ad avvilire la vittima con un gesto di disprezzo, contenne tale gesto in misura così ben calcolata da evitarle qualunque sofferenza fisica anche di tenuissima entità»; Cass. sent. n. 8617/1982: «Nell’ipotesi in cui la percossa assuma la particolare forma dello schiaffo, l’intenzione di offendere la personalità morale del soggetto passivo è insita nella stessa azione prevista dall’art. 581 c.p. e non vale quindi a qualificare il fatto come ingiuria anziché come percossa, salva l’ipotesi eccezionale in cui, per le particolari condizioni personali dell’offensore e dell’offeso, per l’atteggiamento assunto dal primo e soprattutto per il modo in cui il medesimo ha avvicinato la mano al viso dell’altro, risulti palese che si è voluto evitare la produzione di qualunque sofferenza fisica ed infliggere una sofferenza esclusivamente morale».

[5] Cass. sent. n. 36297/2001.

Autore immagine: 123rf com

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