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Lo sai che? Pubblicato il 13 dicembre 2016

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Lo sai che? Il mantenimento del figlio maggiorenne

> Lo sai che? Pubblicato il 13 dicembre 2016

L’obbligo di versare l’assegno di mantenimento al figlio una volta che abbia raggiunto i 18 anni non cessa fino a quando questi non abbia realizzato le proprie aspirazioni lavorative.

Il genitore deve mantenere i figli non ancora autonomi economicamente anche dopo che siano divenuti maggiorenni o se andati a vivere da soli (si pensi allo studente universitario). Non è infatti l’età a determinare il venir meno dell’obbligo di versare l’assegno di mantenimento per i figli, ma la loro capacità di mantenersi da soli, raggiungendo l’autosufficienza (anche se, in proposito, si segnala una sentenza del Tribunale di Milano, secondo cui l’obbligo del mantenimento cessa dopo i 34 anni). Ma procediamo con ordine.

Fino a quando il genitore deve mantenere un figlio maggiorenne?

L’obbligo dei genitori di mantenere i figli [1] non cessa al sopraggiungere della maggiore età, ma perdura fino al momento in cui i figli non siano divenuti economicamente autosufficienti o non abbiano, addirittura, secondo le più recenti pronunce, realizzato le loro aspirazioni.

L’obbligo di mantenere i figli prescinde dall’esercizio della potestà genitoriale, potestà che si perde quando la prole diventa maggiorenne. Invece l’obbligo di mantenimento non ha un termine finale fissato per legge e pertanto la sua sussistenza resta affidata al buon senso dei genitori o alla decisione del giudice nel caso in cui vi sia una separazione o un divorzio. I genitori quindi restano tenuti a mantenere il figlio e a provvedere ai suo bisogni, ma nello stesso tempo non possono intervenire sulle sue scelte dopo i 18 anni compiuti.

Quando cessa l’obbligo di mantenere un figlio?

I genitori non devono più mantenere il figlio solo quando questi raggiunge una indipendenza economica: si deve trattare di un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato. Non rileva il tenore di vita condotto con il nucleo familiare d’origine; pertanto, il figlio che, nato da una coppia di professionisti, abbia deciso di intraprendere la carriera di musicista, non potrà rivendicare il proprio diritto al mantenimento fino a quando non raggiunge l’agio garantitogli invece dai genitori.

L’indipendenza economica del figlio non è dimostrato dal mero conseguimento di una borsa di studio di poche centinaia di euro mensili, correlata ad un dottorato di ricerca, sia per la sua temporaneità, sia per la modestia dell’introito in rapporto alle incrementate, presumibili necessità, anche scientifiche, del beneficiario.

Anche la semplice prestazione di lavoro da parte del figlio occupato come apprendista o praticante non è di per sé tale da dimostrarne la totale autosufficienza economica, atteso che il complessivo contenuto dello speciale rapporto di apprendistato si distingue sotto vari profili, anche retributivi, da quello degli ordinari rapporti di lavoro subordinato. È necessaria la prova del trattamento economico percepito nel medesimo rapporto di apprendistato e, in particolare, dell’adeguatezza di detto trattamento, nel senso esattamente dell’idoneità di quest’ultimo, che pure deve essere proporzionato e sufficiente ad assicurare in concreto all’apprendista, per la sua stessa entità e con riferimento anche alla durata, passata e futura, del rapporto l’autosufficienza necessaria al fine della cessazione dell’obbligo di mantenimento.

Anche in caso di matrimonio del figlio non viene automaticamente meno l’obbligo di mantenimento dei genitori. Secondo la Cassazione, infatti, il principio secondo cui il matrimonio del figlio maggiorenne comporta l’automatica cessazione del contributo di mantenimento a carico di ciascuno dei genitori va disatteso se il genitore non prova che il figlio sia divenuto autosufficiente (anche attraverso l’attività lavorativa del coniuge), ovvero che il mancato svolgimento di un’attività professionale dipende da un suo atteggiamento di inerzia o anche di rifiuto ingiustificato di avvalersi del titolo conseguito.

Poiché l’obbligo di mantenimento ricomprende non solo il materiale versare i soldi, ma anche l’educazione e l’istruzione, non è dunque possibile prevedere in astratto un termine finale, in quanto il raggiungimento dell’indipendenza economica varia caso per caso. Il figlio ha infatti il diritto di essere posto in condizioni di terminare il ciclo di studi e di acquistare una propria professionalità nel campo lavorativo prescelto.

Se il figlio ritarda a raggiungere l’indipendenza economica, il genitore non deve più versargli l’assegno di mantenimento nell’ipotesi in cui il mancato inserimento nel mondo del lavoro sia causato da una volontà o dalla negligenza del figlio per non essersi messo in condizione di conseguire un titolo di studio (si pensi al giovane che non dà mai un esame universitario) o di procurarsi un reddito mediante l’esercizio di un’idonea attività lavorativa (si pensi al caso del figlio che ha ingiustamente rifiutato un’idonea attività lavorativa).

Il figlio ha quindi diritto, anche una volta raggiunta la maggiore età, di essere mantenuto per completare gli studi iniziati. Il genitore non può sottrarsi a tale obbligo a meno che non dimostri una colpevole trascuratezza del figlio negli studi. Tuttavia, l’accertamento di tale condotta colposa del figlio va valutata caso per caso, in quanto necessariamente ancorato alle aspirazioni, alle capacità, al percorso scolastico, universitario e post universitario del soggetto ed alla situazione attuale del mercato del lavoro, con specifico riguardo al settore nel quale egli abbia indirizzato la propria formazione e la propria specializzazione, investendo impegno personale ed economie familiari.

Infine, il genitore che voglia essere definitivamente liberato dall’onere di mantenere il figlio deve, per non incorrere in futuri problemi, attivare un giudizio innanzi al tribunale perché revochi tale precedente obbligo dimostrando il raggiungimento della indipendenza economica del figlio. Diversamente, se il genitore cessa autonomamente il pagamento del mantenimento, sulla base di una propria valutazione discrezionale, rischia di dover poi affrontare un contenzioso e una eventuale condanna penale per il reato di omesso adempimento agli obblighi di assistenza familiare.

note

[1] L’obbligo dei genitori di mantenere i figli è sancito sancito dagli artt. 30 Cost., 147 c.c. e ribadito dall’ art. 337-ter come introdotto dal decreto legislativo 28 dicembre 2013, n. 154, pubblicato nella G.U. n. 5 dell’8 gennaio 2014, in vigore dal 7 febbraio 2014.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile Sentenza 22 giugno 2016, n. 12952

Il giudice di merito non puo’ prefissare in astratto un termine finale di persistenza dell’obbligo di mantenimento. L’avanzare dell’eta’ non puo’, tuttavia, essere ininfluente, concorrendo a conformare l’onere della prova gravante sull’obbligato nella forma di una crescente incidenza del ricorso alla prova per presunzioni e alla valutazione critica (prova logica) di condotte stabilmente non piu’ dirette verso il raggiungimento degli obiettivi di competenza professionale o tecnica prescelti al fine di raggiungere un’autonomia reddituale con essi coerente. Con il raggiungimento di un’eta’ nella quale il percorso formativo e di studi, nella normalita’ dei casi, ampiamente concluso e la persona e’ da tempo inserita nella societa’, la condizione di persistente mancanza di autosufficienza economico reddituale, in mancanza di ragioni individuali specifiche (di salute, o dovute ad altre peculiari contingenze personali, od oggettive quali le difficolta’ di reperimento o di conservazione di un’occupazione) costituisce un indicatore forte d’inerzia colpevole. La consequenzialita’ delle condotte perseguite dal raggiungimento della maggiore eta’ costituiscono un altro elemento probatorio rilevante. Ne consegue che gli ostacoli personali al raggiungimento dell’autosufficienza economico reddituale, in una fase di vita da qualificarsi pienamente adulta sotto il profilo anagrafico, devono venire puntualmente allegati e provati, se collocati all’interno di un percorso di vita caratterizzato da mancanza d’iniziativa e d’impegno verso un obiettivo prescelto. Il diritto del figlio si giustifica, infatti, all’interno e nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso formativo, tenendo conto, ex articolo 147 c.c., delle sue capacita’, inclinazioni ed aspirazioni, posto che la funzione educativa del mantenimento e’ nozione idonea a circoscrivere la portata dell’obbligo di mantenimento, sia in termini di contenuto, sia di durata, avendo riguardo al tempo occorrente e mediamente necessario per il suo inserimento nella societa’.

Cassazione Civile, Sez. VI, 12 aprile 2016, n. 7168, ord.

L’obbligo dei genitori di concorrere al mantenimento del figlio maggiorenne, ai sensi degli artt. 147 e 148 c.c., cessa a seguito del raggiungimento da parte di questo di una condizione di indipendenza economica con la percezione di un reddito corrispondente alla professionalità acquisita ovvero quando il figlio, divenuto maggiorenne, è stato posto nelle concrete condizioni per potere essere economicamente autosufficiente, senza averne però tratto utile profitto per sua colpa o per sua scelta.

Corte di Cassazione, Sezione 6 civile Ordinanza 29 ottobre 2013, n. 24424

L’obbligo dei genitori di concorrere al mantenimento dei figli, secondo le regole degli artt. 147 e 148 c.c., non cessa, ipso facto, con il raggiungimento della maggiore età da parte di questi ultimi, ma perdura, immutato, finché il genitore interessato alla declaratoria della cessazione dell’obbligo stesso non dia la prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica, ovvero che il mancato svolgimento di un’attività economica dipende da un atteggiamento di inerzia ovvero di rifiuto ingiustificato dello stesso. L’obbligo non può essere eliminato per il solo fatto della disoccupazione e può essere fissato in misura sostenibile sulla base delle capacità lavorative del genitore e della possibilità di reperire occupazione anche saltuaria.

Corte di Cassazione, Sezione 2 civile Sentenza 23 settembre 2013, n. 21736

Le pattuizioni intervenute tra i coniugi che abbiano in corso una separazione consensuale, con cui si obblighino a trasferire determinati beni facenti parte della comunione legale, successivamente o in vista dell’omologazione della loro separazione personale consensuale, e al dichiarato fine della integrativa regolamentazione del relativo regime patrimoniale, non configura una convenzione matrimoniale ex articolo 162 del Cc, postulante il normale svolgimento della convivenza coniugale e avente riferimento a una generalità di beni anche di futura acquisizione, né un contratto di donazione, avente come causa tipici ed esclusivi scopi di liberalità (e non l’esigenza di assetto dei rapporti personali e patrimoniali dei coniugi separati), bensì un diverso contratto atipico, con propri presupposti e finalità. L’obbligo di mantenimento dei figli minori, o maggiorenni non autosufficienti, può essere adempiuto dai genitori in sede di separazione personale o di divorzio (cessazione degli effetti civili del matrimonio) mediante un accordo che attribuisca direttamente o impegni il promittente ad attribuire la proprietà di beni mobili o immobili ai figli. Tale accordo – sostanzialmente costituente applicazione del principio stabilito dall’articolo 1322 del Cc attesa la indiscutibile meritevolezza di tutela degli interessi perseguiti – non realizza una donazione in quanto assolve a una funzione solutoria-compensativa dell’obbligazione di mantenimento e comporta l’immediata e definitiva acquisizione al patrimonio dei figli della proprietà dei beni che i genitori abbiano loro attribuito o si siano impegnati ad attribuire.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile  Sentenza 9 maggio 2013, n. 11020

L’obbligo dei genitori di concorrere tra loro al mantenimento dei figli secondo le regole dell’art. 148 c.c., non cessa, “ipso facto”, con il raggiungimento della maggiore età da parte di questi ultimi, ma perdura, immutato, finché il genitore interessato alla declaratoria della cessazione dell’obbligo stesso non dia la prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica, ovvero che il mancato svolgimento di un’attività economica dipende da un atteggiamento di inerzia ovvero di rifiuto ingiustificato dello stesso, il cui accertamento non può che ispirarsi a criteri di relatività, in quanto necessariamente ancorato alle aspirazioni, al percorso scolastico, universitario e post – universitario del soggetto ed alla situazione attuale del mercato del lavoro, con specifico riguardo al settore nel quale il soggetto abbia indirizzato la propria formazione e la propria specializzazione.

Corte di Cassazione, Sezione 6 civile Ordinanza 15 febbraio 2012, n. 2171

L’obbligo del genitore separato di concorrere al mantenimento del figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età da parte di quest’ultimo, ma perdura finché il genitore interessato non dia prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica; il raggiungimento di detta indipendenza economica non è dimostrato dal mero conseguimento di una borsa di studio (nella specie, di 800 euro mensili) correlata ad un dottorato di ricerca, sia per la sua temporaneità, sia per la modestia dell’introito in rapporto alle incrementate, presumibili necessità, anche scientifiche, del beneficiario.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile  Sentenza 8 febbraio 2012, n. 1773

Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, l’obbligo del genitore separato di concorrere al mantenimento del figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore eta’ da parte di quest’ultimo, ma perdura finche’ il genitore interessato non dia prova che il figlio abbia raggiunto l’indipendenza economica, ovvero sia stato posto nella concreta condizione di poter essere economicamente autosufficiente, senza averne pero’ tratto utile profitto per sua colpa o per sua scelta.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile Sentenza 26 settembre 2011, n. 19589

L’obbligo dei genitori di concorrere al mantenimento dei figli, ai sensi degli articoli 147 e 148 cod. civ., non cessa, ipso facto, con il raggiungimento della loro maggiore eta’ – come ora codificato dall’articolo 155-quinquies c.c., comma 1, -, ma perdura, immutato, finche’ il genitore interessato alla declaratoria, della cessazione dell’obbligo stesso non dia la prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica, ovvero che il mancato svolgimento di un’attivita’ economica dipende da un comportamento inerte o di rifiuto ingiustificato dello stesso, il cui accertamento non puo’ che ispirarsi a criteri di relativita’, in quanto necessariamente ancorato alle aspirazioni, al percorso scolastico, universitario e post-universitario del soggetto ed alla situazione attuale del mercato del lavoro, con specifico riguardo al settore nel quale il soggetto abbia indirizzato la propria formazione e la propria specializzazione

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 16.06.2011, n. 13184

L’obbligo dei genitori di concorrere tra loro, secondo le regole dell’art. 148 c.c., al mantenimento dei figli non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età, ma perdura immutato finché il genitore interessato non provi che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica (o sia stato avviato ad attività lavorativa con concreta prospettiva di indipendenza economica), ovvero finché non sia provato che il figlio stesso, posto nelle concrete condizioni per poter addivenire all’autosufficienza, non ne abbia, poi, tratto profitto per sua colpa.

Corte di Cassazione, 14 aprile 2010, n. 8954

Dagli artt. 30 Cost., 147, 148, 155 c.c., 6 legge sul divorzio, si trae il precetto che i figli maggiorenni ma tuttora non dipendenti per loro colpa dai genitori hanno diritto a conseguire il mantenimento da costoro, fino al momento in cui raggiungano una propria indipendenza economica, ovvero versino in colpa per non essersi messi in condizione di conseguire un titolo di studio o procurarsi un reddito mediante l’esercizio di un’idonea attività lavorativa. Detto diritto non consiste nella mera corresponsione degli alimenti, ma assume eguale consistenza di quello attribuito dal menzionato art. 155 c.c. ai figli minorenni cui la loro posizione va assimilata

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 24.02.2006, n. 4188

L’autosufficienza economica del figlio maggiorenne che comporta la cessazione dell’obbligo di mantenimento dello stesso in capo ai genitori è configurabile solo quando risulti provata la percezione, da parte sua, di un reddito corrispondente -secondo le condizioni normali e concrete di mercato- alla professionalità acquisita.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 03.04.2002, n. 4765

Deve, in via generale escludersi che siano ravvisabili profili di colpa nella condotta del figlio che rifiuti una sistemazione lavorativa non adeguata rispetto a quella cui la sua specifica preparazione, le sue attitudini e i suoi effettivi interessi siano rivolti, quanto meno nei limiti temporali in cui dette aspirazioni abbiano una ragionevole possibilità di essere realizzate, e sempre che tale atteggiamento di rifiuto sia compatibile con le condizioni economiche della famiglia. (Nella specie la Suprema Corte aveva confermato la pronuncia dei giudici del merito che nel 1999 avevano riconosciuto alla madre separata con cui uno dei figli, allora ventinovenne, laureato in giurisprudenza, conviveva il diritto a percepire un assegno di un milione e mezzo di lire a carico del padre, non avendo ancora l’ex minore trovato un’attività lavorativa adeguata alle sue aspirazioni).

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 13.02.2003, n. 2147

Il genitore già affidatario, il quale continui a provvedere direttamente e integralmente al mantenimento dei figli conviventi divenuti maggiorenni e non ancora economicamente autosufficienti resta legittimato non solo a ottenere iure proprio , e non già capite filiorum , il rimborso di quanto da lui anticipato a titolo di contributo dovuto dall’altro genitore, ma anche a pretendere detto contributo per il mantenimento futuro dei figli stessi. (Nel caso di specie la Corte ha confermato la pronuncia di merito che aveva aumentato l’assegno di mantenimento a favore di una donna divorziata e dei suoi due figli, una delle quali aveva da poco avuto un bambino. In particolare la Corte d’Appello riteneva che la nascita di un bambino fuori dal matrimonio costituisse un evento sicuramente condizionante la possibilità di indipendenza economica della neo mamma e incidente sulla natura e sull’entità delle esigenze di vita della stessa e del nucleo familiare).

Secondo la Cassazione il fatto che il figlio trovi un’occupazione non fa necessariamente venire meno l’obbligo del genitore di versare l’assegno:

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile Sentenza 3 settembre 2013, n. 20137

Il dovere di mantenimento del figlio maggiorenne gravante, sotto forma di obbligo di corresponsione di un assegno, sul genitore non convivente, cessa all’atto del conseguimento, da parte del figlio, di uno “status” di autosufficienza economica consistente nella percezione di un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato. Pertanto, l’attribuzione del beneficio periodico non può essere fondata su ragioni improprie quali la perdita di chances rispetto ad una migliore e più proficua formazione personale e collocazione economico-sociale, guardando al livello culturale e socio-economico della famiglia di origine. In tal modo, si valorizza illegittimamente il diverso aspetto della responsabilità genitoriale, avente natura squisitamente compensativa e risarcitoria, indebitamente assumendolo a funzione del mantenimento.ù

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile Sentenza 8 agosto 2013, n. 18974

Il dovere di mantenimento del figlio maggiorenne, gravante sul genitore (tanto separato quanto divorziato) non convivente, sotto forma di obbligo di corresponsione di un assegno, cessa all’atto del conseguimento da parte del figlio, di uno status di autosufficienza economica consistente nella percezione di un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato, poiché il fondamento del diritto del coniuge convivente a percepire l’assegno del quo risiede, oltreché nell’elemento oggettivo della convivenza (che lascia presumere il perdurare dell’onere del mantenimento), nel dovere di assicurare un’istruzione e una formazione professionale rapportate alle capacità del figlio (oltreché alle condizioni economiche e sociali dei genitori), onde consentirgli un propria autonomia, dovere che cessa con l’inizio dell’attività lavorativa di quegli.

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