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Lo sai che? Pubblicato il 14 dicembre 2016

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Lo sai che? Non fermarsi all’alt di carabinieri o polizia: quali rischi?

> Lo sai che? Pubblicato il 14 dicembre 2016

Se, mentre guido, una pattuglia di carabinieri o di polizia mi ferma e mi dice di accostare, ma non mi accorgo dell’alt, perché sono distratto, che rischio?

La condotta dell’automobilista che non si ferma all’alt dei carabinieri o della polizia non integra un reato, ma solo un illecito amministrativo passibile di semplice multa. Da un lato, infatti, la giurisprudenza ha più volte chiarito che non si configura reato di resistenza a pubblico ufficiale quando il conducente non si ferma al posto di blocco, salvo che, per sfuggire al controllo, abbia commesso altre violazioni del codice della strada o una condotta di guida imprudente (ad esempio, zigzagando, aumentando la velocità, passando col rosso, ecc.); dall’altro lato il codice della strada sanziona espressamente chi non si ferma all’invito di chi svolge i servizi di polizia stradale. Ma procediamo con ordine.

La multa per chi non si ferma all’alt della polizia o carabinieri

Chi non si ferma all’alt di carabinieri e polizia, anche se ciò avviene per semplice distrazione, è passibile di una multa. Multa che, per ovvie ragioni, non può essere contestata immediatamente, ma sarà notificata a casa, al pari di un comune eccesso di velocità o passaggio col rosso. La distrazione o il fatto di non essersi accorti per tempo del posto di blocco non può essere una scusante, specie quando si è al volante; tutt’al più conferma una condotta di guida non improntata alle regole del codice della strada che richiedono prudenza e massima attenzione.

Il codice della strada stabilisce [1] espressamente che chi circola sulle strade è tenuto a fermarsi all’alt dei funzionari, ufficiali ed agenti cui spetta l’espletamento dei servizi di polizia stradale. L’obbligo scatta tanto nell’ipotesi in cui l’agente sia in uniforme, tanto in quella in cui sia semplicemente munito dell’apposito segnale distintivo.

La multa prevista per la condotta di chi non si ferma al posto di blocco è compresa tra un minimo di 84 euro ad un massimo di 335. È poi prevista la decurtazione di 10 punti dalla patente. Gli importi vengono periodicamente aggiornati tenendo conto dell’inflazione.

Dunque, da un punto di vista prettamente amministrativo (e non – come vedremo a breve – penale), fermarsi a un posto di blocco è obbligatorio e non semplicemente facoltativo.

Contro la multa è possibile fare ricorso al giudice di Pace, entro 30 giorni dalla notifica a casa del verbale. Una possibile contestazione è, ad esempio, il fatto che la pattuglia fosse poco visibile (si pensi a quando sia appostata subito dopo una curva) o magari quando, in una situazione di particolare traffico, il conducente non abbia supposto che l’alt era indirizzato ad altri conducenti e non a sé. Ovviamente, poiché il verbale della polizia fa pubblica fede dei fatti accertati, bisognerà stare attenti a come muovere le contestazioni e dimostrarle accuratamente con l’ausilio di testimoni. Visto il limitato importo della multa, proporre un ricorso potrebbe essere poco conveniente, per via dell’elevato rischio di insuccesso della causa.

Il reato per chi non si ferma all’alt della polizia o carabinieri

La giurisprudenza è orma concorde nel ritenere che il comportamento di chi non si ferma al posto di blocco di polizia o carabinieri non costituisce reato. Non scatta neanche la resistenza al pubblico ufficiale, condotta che, invece, richiede non semplicemente un’azione passiva, ma una condotta attiva di violenza su persone o cose. Dunque, il reato di resistenza a pubblico ufficiale viene integrato solo se l’automobilista, per sottrarsi allo stop intimatogli dalla pattuglia, avvii una fuga in velocità e compia una serie prolungata di manovre rischiose e vietate, tali da porre in pericolo l’incolumità degli altri conducenti o pedoni oltre che degli agenti di polizia, costretti al rocambolesco inseguimento. La Cassazione, in proposito, ha chiarito [2] che integra gli estremi del reato di resistenza a un pubblico ufficiale il comportamento di chi, per sottrarsi a un controllo di polizia, sia fuggito a bordo della propria auto, affrontando una strada stretta e affollata, compiendo manovre pericolose, zigzagando, così costringendo le forze dell’ordine a manovre azzardate e di fatto, quindi, realizzando una condotta idonea a porre in pericolo la pubblica incolumità e volta a creare una coartazione psicologica indiretta dei pubblici ufficiali operanti.

In tema di resistenza a pubblico ufficiale, la fuga rocambolesca dall’intimazione dell’alt della polizia a bordo di un’auto non deve necessariamente porre in pericolo l’incolumità della polizia poiché il reato di resistenza a pubblico ufficiale è un delitto contro la pubblica amministrazione.

Come è stato più volte chiarito, non basta non fermarsi al posto di blocco della polizia o carabinieri, che abbiano intimato all’automobilista di fermarsi, ma è necessario qualcosa in più: una fuga che abbia creato pericolo per gli altri utenti della strada. Tale comportamento, infatti, ha una componente offensiva solo quando l’imputato non soltanto non obbedisce all’intimazione di alt rivoltagli dagli operanti, ma dà inizio, ad alta velocità, ad una spericolata fuga protrattasi per lunga distanza, durante la quale – con dissennata condotta di guida, senza fermarsi agli incroci e senza rispettare i segnali di stop e la presenza di veicoli e pedoni – pone in serio e concreto pericolo l’incolumità degli operanti inseguitori, costringendoli, per raggiungerlo e fermarlo, a manovre di guida rischiose per se stessi e per terze persone [3].

Le sentenze, a riguardo, vanno tutte verso la stessa linea interpretativa: è riscontrabile l’ipotesi di resistenza a pubblico ufficiale quando un soggetto per sfuggire alla polizia, alla guida di un’autovettura, senza fermarsi all’alt degli agenti, proceda a zig zag a costo di creare una situazione generale di pericolo.

Il reato, invece, non scatta se l’automobilista non si ferma all’alt intimatogli da un agente in borghese, all’interno della propria auto, che lo inviti ad accostare. Il mancato riconoscimento del pubblico ufficiale da parte del privato cittadino e la fuga di quest’ultimo – magari temendo che si tratti di un malintenzionato – giustifica il suo comportamento, anche se si è dato alla fuga violando il codice della strada. Secondo la giurisprudenza si tratterebbe di uno stato di necessità.

Addirittura, anche la fuga a piedi tra le auto non è stata considerata, da una sentenza del Tribunale di Napoli, un reato. I giudici hanno detto che la fuga tra le auto ferme a piedi che costringe il pubblico ufficiale a rincorrere il colpevole non integra il reato di resistenza a pubblico ufficiale, trattandosi di resistenza passiva (nel caso di specie, il pubblico ufficiale era intervenuto su richiesta di uno dei corrissanti all’interno di un appartamento ove l’imputato pur consapevole della presenza del pubblico ufficiale aveva di mira solo di colpire il proprio avversario e non di opporsi al pubblico ufficiale, fuggendo poi tra le auto in sosta a piedi) [4]. Ma allora quand’è che c’è reato? Sempre secondo il Tribunale partenopeo [5], l’illecito penale di resistenza a pubblico ufficiale scatta se il soggetto, fermato dalla polizia per un controllo, oltre che a divincolarsi, utilizzi una forza e violenza diretta a neutralizzare l’atto del pubblico ufficiale. In tal caso non si parla più di una semplice resistenza passiva, la quale – come appena detto – non integra il reato e consiste in una reazione spontanea volta esclusivamente a divincolarsi (nel caso di specie, il soggetto fermato prima spingeva uno dei pubblici ufficiali intervenuti e poi colpiva alla mano sinistra l’altro). Ai fini della configurabilità del reato di resistenza a pubblico ufficiale non è necessario che la violenza o la minaccia sia usata sulla persona del pubblico ufficiale, ma soltanto che sia stata posta in essere per opporsi allo stesso nel compimento di un atto di ufficio, con la conseguenza che è sufficiente anche la violenza sulle cose, la quale non è però configurabile quando la condotta si traduce in un mero atteggiamento di resistenza passiva [6].

note

[1] Art. 192 cod. str.

[2] Cass. sent. n. 46239/2012; n. 5572/2011.

[3] Cfr. C. App. Napoli, sent. n. 226/2014: «La materialità del delitto di resistenza ex art. 337 c.p. è integrata anche dalla violenza cosiddetta impropria, che – pur non aggredendo direttamente il pubblico ufficiale – si riverbera negativamente sullo svolgimento della relativa funzione pubblica, impedendola o unicamente ostacolandola. Per comportamento violento, infatti, si intende non soltanto l’energia fisica adoperata dal soggetto attivo direttamente sul pubblico ufficiale o sull’incaricato di pubblico servizio, ma anche attraverso strumenti non destinati per loro natura all’offesa quand’anche essa sia attuata anche su soggetti diversi dal pubblico ufficiale e persino sulle cose. Solo la negazione assoluta di qualsiasi forma di violenza o di minaccia costituisce resistenza passiva che esula dalla tipizzazione normativa della fattispecie. Al contrario, commette il reato di resistenza il conducente di un veicolo a motore che, con condotta idonea ad opporsi in modo concreto ed efficace all’atto che legittimamente sta compiendo il pubblico ufficiale, piuttosto che fermarsi all’alt da questi intimatogli, si dia alla fuga ad elevata velocità e – per eludere l’inseguimento – effettui manovre di guida tali da produrre situazioni di grave e generale pericolo per l’operante e altri utenti stradali (Cassazione penale, VI sez., 08.04.2003 n. 31716; Cassazione penale, IV sez., 14.07.2006 n. 41936; Cassazione penale VI sez., 11.02.2010 n. 8997)».

[4] Trib. Napoli Nord, sent. n. 1789/2016.

[5] Trib. Napoli, sent. n. 3070/2015.

[6] Cass. sent. n. 6069/2015.

Autore immagine: 123rf com

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