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Lo sai che? Pubblicato il 15 dicembre 2016

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Lo sai che? Fermarsi dopo l’incidente è un dovere

> Lo sai che? Pubblicato il 15 dicembre 2016

In caso di feriti, il responsabile dell’incidente ha l’obbligo di prestare soccorso e attendere l’arrivo della polizia per l’identificazione e l’accertamento delle responsabilità.

Vietato scappare dopo un incidente; allo stesso modo è vietato anche fermarsi per poco tempo, dare una mano al ferito e poi andare via. Il reato di fuga, infatti, scatta per non aver aspettato le autorità che, dopo il sinistro, devono intervenire per verificare le responsabilità e identificare i conducenti. Sconta pertanto la condanna penale chi si ferma solo momentaneamente, aiuta il motociclista ad alzarsi e poi scappa. È quanto chiarito dalla Cassazione poche ore fa [1].

Il Codice stradale prevede «l’obbligo di fermarsi» in caso di incidente. È irrilevante aver prestato i primi soccorsi.

La legge, in questi casi, prevede due distinti reati per chi non si ferma dopo aver provocato un incidente:

  • l’omissione di soccorso [2]: scatta quando il responsabile dell’incidente, dopo aver provocato le lesioni all’altro conducente, se ne va senza aver riscontrato l’esistenza di un effettivo danno alle persone;
  • la fuga [3]: scatta quando il bisogno del soggetto leso sia effettivo e di ciò sia consapevole chi scappa.

Leggi Omissione di soccorso anche se l’infortunato ce la fa da solo.

Il caso di specie riguarda un uomo che, dopo aver investito un motociclista lo aiutava ad alzarsi e poi, con la scusa di allontanarsi un attimo per parcheggiare meglio l’auto, se ne scappava senza fornire le sue generalità.

Chi provoca un incidente, invece, se da esso sono derivati danni a persone, deve sempre attendere l’arrivo della polizia stradale o di qualsiasi altra autorità. L’intervento serve per identificare i responsabili e prendere i loro dati anche ai fini dell’assicurazione. Chi ha fretta dovrà poi vedersela con il giudice penale.

note

[1] Cass. sent. n. 53325/16 del 15.12.16.

[2] Art. 189, comma 6, cod. str.

[3] Art. 189, comma 7, cod. str.

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 15 novembre – 15 dicembre 2016, n. 53325

Presidente Blaiotta – Relatore Menichetti

Ritenuto in fatto

1.Con sentenza in data 8 ottobre 2014 la Corte d’Appello di Trieste confermava la condanna resa dal locale Tribunale nei confronti di V. G. quale responsabile del reato di cui all’art.189, sesto comma, CdS e disponeva la sospensione della patente di guida per un anno.

2.La Corte territoriale, nel ricostruire la dinamica di un tamponamento che aveva visto coinvolti l’autovettura condotta dall’imputato ed il motociclista A. A., caduto a terra dopo essere stato urtato, riteneva sussistente l’elemento oggettivo del reato di fuga, dato che il V. era sceso dall’auto per lo stretto tempo necessario ad aiutare il ragazzo a sollevare il proprio ciclomotore e quello a fianco, dei pari caduto a terra, ma poi, con la scusa di parcheggiare, si era allontanato senza permettere l’accertamento della sua identità, delle modalità del sinistro e l’individuazione del suo veicolo, tutti adempimenti che giustificavano ed integravano l’obbligo di fermarsi disciplinato dalla norma incriminatrice: tanto era emerso dalla descrizione meramente esteriore dell’automobilista fatta dalla persona offesa alla Polizia Municipale, intervenuta sul luogo, e dalle dichiarazioni rese da un teste che aveva annotato il numero di targa dell’auto mentre si stata allontanando.

Quanto al trattamento sanzionatorio, la Corte di merito riteneva di non accogliere la richiesta della difesa di applicazione di una pena più mite e di concessione delle circostanze attenuanti generiche, per una valutazione negativa della personalità dell’imputato, desunta sia dai precedenti a carico, alcuni relativi a guida in stato di ebbrezza, sia dal comportamento ingannevole tenuto nell’occorso, avendo lasciato la persona offesa nell’illusoria attesa di un suo sollecito ritorno sul posto.

3.Ha proposto ricorso l’imputato, a mezzo del difensore di fiducia, lamentando, con un unico motivo, inosservanza e/o erronea applicazione dell’art.189, sesto comma, CdS e contraddittorietà della motivazione nella mancata valutazione dell’elemento soggettivo: era totalmente assente il dolo, poiché l’agente non era consapevole di aver recato un danno alla persona del motociclista, che non presentava lesioni, tanto che la Corte aveva pronunciato l’assoluzione dal reato di cui all’art.189, comma sette, contestualmente contestato.

Considerato in diritto

1.II ricorso non è fondato.

2.L’art.189 del CdS impone all’utente della strada, in caso di incidente comunque ricollegabile al suo comportamento, di fermarsi e di prestare l’assistenza occorrente a coloro che, eventualmente, abbiano subito danno alla persona (comma 1) e punisce chiunque, in caso di incidente con danno alle persone, non ottemperi all’obbligo di fermarsi (comma 6), e di prestare l’assistenza occorrente alle persone ferite (comma 7). L’obbligo di fermarsi è strettamente collegato all’esigenza di consentire la identificabilità del conducente e del veicolo.

2.1. Questa Corte ha più volte affermato che nel reato di “fuga”, punito solo a titolo di dolo, l’accertamento dell’elemento psicologico va compiuto in relazione al momento in cui l’agente pone in essere la condotta e, quindi, alle circostanze dal medesimo concretamente rappresentate e percepite in quel momento, le quali devono essere univocamente indicative della sua consapevolezza di aver provocato un incidente idoneo ad arrecare danno alle persone, rilevando solo in un successivo momento il definitivo accertamento delle effettive conseguenze del sinistro (Sez.4, 4 febbraio 2013 n.5510, Rv 254667); l’elemento soggettivo può essere integrato anche dal dolo eventuale, ossia dalla consapevolezza del verificarsi di un incidente riconducibile al proprio comportamento, che sia concretamente idoneo a produrre eventi lesivi, senza che debba riscontrarsi l’esistenza di un effettivo danno alle persone (Sez.4, 9 maggio 2012 n.17220, Rv 252374). Si è ancora precisato che nel reato di “fuga” previsto dai commi 6 e 7 del citato art.189, il dolo deve investire non solo l’evento dell’incidente ma anche il danno alle persone e, conseguentemente, la necessità del soccorso, che non costituisce una condizione di punibilità; tuttavia la consapevolezza che la persona coinvolta nell’incidente ha bisogno di soccorso può sussistere anche sotto il profilo del dolo eventuale, che si configura normalmente in relazione all’elemento volitivo, ma che può attenere anche all’elemento intellettivo, quando l’agente consapevolmente rifiuti di accertare la sussistenza degli elementi in presenza dei quali il suo comportamento costituisce reato, accettandone per ciò stesso l’esistenza (Sez.4, 6 settembre 2007 n.34134, Rv 237239).

3.Ciò posto, la Corte di Trieste ha motivato in maniera esaustiva e corretta sull’elemento psicologico dei reato, poiché l’imputato si era allontanato dal luogo dell’incidente dopo essersi solo apparentemente fermato, tanto che la sua identificazione è stata possibile solo in base al numero di targa rilevato da altri, disinteressandosi delle condizioni dei ragazzo e delle lesioni che potevano essere conseguite alla caduta a terra.

Nessuna contraddittorietà si ravvisa rispetto all’assoluzione dal reato di cui all’art.189, comma settimo, CdS – per il quale era stata riportata condanna in primo grado – cui la Corte è pervenuta mancando l’effettività di bisogno dell’investito (Sez.4, 9 maggio 2000 n.5416, Rv 216465), cioè il riscontro positivo della presenza di lesioni, ma ciò alla luce della certificazione medica rilasciata dall’ospedale ove il motociclista si era

riservato di recarsi, accertamento successivo all’allontanamento dell’imputato, ben consapevole al momento della “fuga” di aver provocato un sinistro idoneo a recare danno alle persone.

Non sussistono pertanto i vizi denunciati.

4.Al rigetto del ricorso segue la condanna dei ricorrente ai pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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