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Editoriali Pubblicato il 8 gennaio 2017

Editoriali Che fare se i figli rifiutano di andare a scuola?

> Editoriali Pubblicato il 8 gennaio 2017

Contrasti tra i genitori sulla scelta della scuola: rivolgersi al giudice può non essere la soluzione se c’è il categorico rifiuto del figlio a frequentare le lezioni. Come muoversi in questi casi?

Sono separato e vivo con mia figlia che a breve dovrà iscriversi alla scuola superiore. La madre non è d’accordo sull’istituto scelto dalla ragazza, mentre io preferisco rispettare la sua volontà anche perché è già reduce dalla turbolenta separazione di noi genitori e ultimamente si rifiuta di andare a scuola. Cosa potrei fare se mia figlia non volesse più andare a scuola? Incorrerei in qualche responsabilità?

 

Sicuramente la legge offre degli strumenti in grado di supportare i genitori in disaccordo circa le scelte riguardanti la vita dei figli, tra le quali anche quella della istruzione scolastica. Problema sul quale ha avuto modo di pronunciarsi, ad esempio, il Tribunale di Milano con una pronuncia dello scorso anno [1].

 

Disaccordo dei genitori sulla scelta della scuola: come decide il giudice?

Tra i vari aspetti del problema, la pronuncia chiarisce che, quando il contrasto riguardi la coppia di genitori separati (anche se ex conviventi), come nel caso in esame, il giudice non dovrà stabilire a quale dei due spetti la scelta definitiva (come avverrebbe invece dove il contrasto sorgesse in seno alla famiglia unita), bensì dovrà sostituirsi del tutto ai genitori, prendendo in prima persona la decisione riguardante la scuola.

E’ evidente, quindi, che mai come in questo caso, in cui si abbia a che fare con una questione così importante (quale quella dell’istruzione scolastica) riguardo la vita di un minore in piena età di discernimento, il giudice dovrà procedere (verosimilmente tramite un esperto) all’ascolto del figlio, raccogliendone la volontà. E’ facile supporre che l’ascolto della ragazza farebbe emergere (se anche non espressamente manifestato) il suo disagio, suggerendo al giudice stesso la scelta scolastica più adeguata.

Cosa rischiano i genitori se il figlio non vuole frequentare la scuola?

Vi è però dall’altro lato il fatto che, nonostante l’esistenza dell’obbligo scolastico e la decisione (anche presa da un giudice) circa la scuola da frequentare, una ragazzina di 13-14 anni ben potrebbe rifiutarsi materialmente di seguire le lezioni. E, diciamo la verità, potrebbe anche scegliere di andare a scuola portando, tuttavia, avanti una sorta di resistenza passiva attraverso la mancata partecipazione (intesa come attenzione) alle lezioni e alle attività svolte in classe.

Tra l’altro – ed esaminando un altro aspetto del problema – anche se i genitori hanno una precisa responsabilità penale nel caso in cui non facciano frequentare la scuola ai figli, pur tuttavia, il «rifiuto volontario, categorico e assoluto del minore» ad andare a scuola «non superabile con l’intervento dei genitori e dei servizi sociali» può far escludere la responsabilità dei genitori, in quanto esso rappresenta un elemento che rende inattuabile l’adempimento dell’obbligo di istruzione scolastica previsto dalla legge [2].

Quindi, abbiamo da un lato che la minore non può essere costretta in alcun modo (magari prelevata dalla forza pubblica) a frequentare la scuola se non lo vuole e dall’altro che, comunque, la responsabilità della famiglia può essere ritenuta insussistente ove sia provato il netto rifiuto della figlia (specie se non più piccolissima) a frequentare le lezioni.

Rifiuto del figlio a frequentare la scuola: il consiglio pratico

Per tale motivo ritengo che il problema potrebbe essere meglio affrontato (seppur senza garanzie di risultato) con modalità più soft che non trasmettano alla ragazza l’idea di volerle imporre alcunché.

La minore, infatti, va aiutata a capire che è in una fase di passaggio importante della sua vita. E che se è vero che a breve nessuno potrà più obbligarla ad andare a scuola, quello che deciderà oggi potrebbe cambiare drasticamente il suo futuro. In altre parole la giovane deve convincersi da sola – o meglio, senza imposizioni – che le sue decisioni (e non quelle dei genitori o del tribunale) possono aiutarla a fare nella vita ciò che davvero vorrà senza dipendere dagli altri.

Facendo allora leva (magari) sul fatto che la sua decisione di non frequentare la scuola potrebbe avere delle ripercussioni sui genitori che, per legge, hanno l’obbligo di fargliela frequentare, la si potrebbe invitare a fare ancora uno sforzo (fino a quando non potrà decidere da sola) e accettare, quantomeno, di farsi seguire da un insegnante privato (anche in casa) che possa aiutarla a riacquistare fiducia in se stessa. E certamente, in questa fase, potrebbe rivelarsi di fondamentale importanza la collaborazione dei genitori.

Occorrerà individuare una persona, che, in sostanza possa rivedere con la giovane quanto è stato fatto in classe, coadiuvando il padre in un sostegno che non può essere in grado di fornire alla figlia (una cosa è infatti aiutare un bambino della scuola primaria a fare i compiti e altra è farlo nel passaggio dalle scuole medie alle superiori).

Dovrebbe trattarsi però di una persona non solo preparata (meglio se laureata), ma che possibilmente sappia pure rivestire un ruolo che vada al di là di quello di un insegnante (precettore); qualcuno col quale la ragazza possa sentirsi libera di manifestare le proprie difficoltà (anche a livello di relazioni personali) senza sentirsi giudicata.

Tale scelta potrà richiedere per un po’ di tempo un certo sacrificio economico (anche solo da parte del padre, se la madre non volesse saperne), ma se indirizzata sulla persona giusta potrebbe dare, a mio avviso, risultati tangibili anche in tempi brevi e condurre alla volontà della minore di portare avanti gli studi.

Purtroppo, dinanzi a questo genere di problemi (da cui non possono dirsi esentate neppure le famiglie «unite») difficilmente si possono trovare risposte nella legge e neppure esistono soluzioni magiche da tirar fuori al momento giusto. Tutto sta a cercare le soluzioni sapendo toccare le corde giuste, conoscendo l’animo e la sensibilità di chi ci sta accanto.

note

[1] Trib. di Milano, decr. 4.02.15.

[2] Cfr.Cass. sent. n. 47110/2014.

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