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Lo sai che? Pubblicato il 6 gennaio 2017

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Lo sai che? Se mi faccio male sul lavoro di chi è la colpa?

> Lo sai che? Pubblicato il 6 gennaio 2017

Infortuni sul lavoro e malattie professionali, Inail e risarcimento.

Infortuni sul lavoro e malattie professionali: di chi è la colpa?

Gli infortuni sul lavoro – ad esempio, una caduta dall’alto o l’ipotesi di chi venga colpito da un oggetto, schiacciato da un peso, ustionato dal fuoco o da una sostanza chimica, ferito da un vetro, da una lamiera – e i casi di malattia professionale (cioè quelle contratte durante l’attività lavorativa a causa delle lavorazioni effettuate: ad esempio, sordità da rumori, tumori causati da particolari vernici o coloranti, tumori causati da fibre di amianto, malattie respiratorie causate da silicio e altri agenti chimici o altro, purché riconosciuta da un medico su apposito documento, certificato medico di malattia professionale) sono, ormai all’ordine del giorno. Non sempre, però, responsabile è il lavoratore ma solo quando il suo comportamento sia stato completamente anomalo ed estraneo alle mansioni che gli sono attribuite. In tutti gli altri casi, anche è stato imprudente, la colpa è del datore di lavoro.

Infortuni sul lavoro e malattie professionali: cosa deve fare il datore di lavoro?

Quest’ultimo, infatti, ha il dovere di garantire un ambiente di lavoro sicuro, adottando tutte le misure di prevenzione che, a seconda della tipologia di attività, dell’esperienza e della tecnica, siano in grado di tutelare l’integrità fisica e morale dei lavoratori. In caso contrario sarà responsabile di eventuali infortuni subiti dal lavoratore.

Infortuni sul lavoro e malattie professionali: quando è colpa del lavoratore?

Tuttavia, se da un lato, il datore di lavoro deve comportarsi nel modo in cui si è detto, dall’altro, il lavoratore deve svolgere le proprie mansioni in modo attento e diligente: diversamente, infatti, se quest’ultimo resta vittima di un infortunio, occorrerà verificare se quella sua imprudenza potesse essere prevista (ed evitata) dal datore di lavoro. E, quindi:

  • se l’imprudenza del lavoratore è stata commessa nel normale svolgimento dei compiti a lui affidati significa che poteva essere prevista dal datore di lavoro che è solo responsabile per non aver predisposto mezzi efficienti ed efficaci per lo svolgimento del lavoro;
  • se, invece, la disattenzione è avvenuta nel corso di un’attività anomala ed imprevedibile svolta dal lavoratore, allora egli sarà il solo responsabile del suo infortunio.

 

 

Infortuni sul lavoro e malattie professionali: a cosa ha diritto il lavoratore?

Il lavoratore che resta vittima di un infortunio sul lavoro ha diritto a un indennizzo a carico dell’Inail (l’Istituto si occupa proprio di tutelare nel nostro Paese i lavoratori dagli infortuni per tutte quelle attività che vengono giudicate come rischiose). Se, però, tale somma di denaro non è sufficiente a fronte al danno subito, spetterà al datore di lavoro provvedere al risarcimento del danno biologico. Stesso discorso per le malattie professionali. Per approfondire la differenza tra infortunio e malattia professionale si legga Differenza tra malattia professionale e infortunio sul lavoro.

Da quanto detto, si può intuire che il fatto che l’Inail provveda ad erogare un indennizzo non esclude che possa essere risarcito anche il cosiddetto danno differenziale, cioè quello che deriva dalla differenza tra quanto versato dall’Inail per l’infortunio o la malattia professionale e la maggior somma risarcibile dal datore di lavoro a titolo di responsabilità civile: in altre parole, se è il datore di lavoro ad essere responsabile per l’infortunio o malattia professionale del dipendente (perché, ad esempio, non ha rispettato le norme relative agli obblighi di sicurezza e tutela della salute sul luogo di lavoro), egli dovrà provvedere ad erogare al lavoratore tale somma aggiuntiva [1].

Infortuni sul lavoro e malattie professionali: risarcimento o indennizzo?

Ciò si spiega in ragione del fatto che l’erogazione effettuata dall’Inail deve essere considerata un semplice indennizzo e non un risarcimento vero e proprio: non si tratta di una somma che dipende dall’esistenza di un precedente illecito (contrattuale o extracontrattuale) e, quindi, dal dolo o dalla colpa del soggetto che lo ha posto in essere.

Ma non è l’unica differenza: mentre, con la morte del lavoratore, la rendita Inail cessa, nel senso che non confluisce nell’asse ereditario, il diritto al risarcimento, una volta consolidatosi, si trasferisce agli eredi. Il perché di questa ulteriore distinzione è presto detto: l’indennizzo Inail si fonda su quanto affermato nella nostra Costituzione che prevede doveri di assistenza e solidarietà [2], così come anche il risarcimento del danno biologico dal momento che sempre la Costituzione prevede la tutela della salute come diritto fondamentale della persona [3].

Quanto detto spiega perché non è possibile pensare che l’indennizzo Inail possa escludere il risarcimento del danno da parte del datore di lavoro responsabile dell’infortunio o malattia professionale de lavoratore: il primo, infatti, non potrebbe mai compensare il lavoratore infortunato o ammalato del danno patito [4].

 

Infortuni sul lavoro e malattie professionali: come provare il danno differenziale?

Per poter ottenere, però, il risarcimento del danno differenziale il lavoratore deve provarlo: il fatto che siano stati lesi importanti valori della persona, infatti, non può portare semplicemente a darlo per scontato, in quanto si tratta di un danno conseguenza che, come tale, va dimostrato [5]. Per questo motivo, occorre provare le circostanze poste a fondamento delle proprie pretese, contestando chiaramente fatti specifici. Solo così  il giudice può, ad esempio, disporre un accertamento medico legale oppure (nel caso in cui l’indagine diretta sulla persona non sia possibile, perché deceduta, o quando lo ritenga superfluo) può decidere di basare la sua decisione su tutti gli altri elementi utili acquisiti al processo, anche avvalendosi di presunzioni.

note

[1] Cass. sent. n. 3074 del 17.02.2016.

[2] Art. 38 Cost.

[3] Art. 32 Cost.

[4] Cass. sent. n. 777 del 19.01.2015 e n. 18469 del 16.10.2012.

[5] Cass., Sez. Un., sent. n. 26972 dell’11.11.2008.

Cass., sez. Lavoro, 17.02.2016, n. 3074

Il danno non patrimoniale, anche quando sia determinato dalla lesione di diritti inviolabili della persona, costituisce danno conseguenza che deve essere allegato e provato, non potendosi rinvenire un danno in re ipsa nel caso di lesione di valori della persona (cfr. Cass. S.U. n. 26972/2008). Coloro che, pertanto, formulano domanda di risarcimento del danno non patrimoniale debbono allegare, sin dal primo atto introduttivo del giudizio, tutti i fatti rilevanti e chiedere di provare le circostanze poste a fondamento delle pretese, in modo da circoscrivere esattamente la materia controversa ed evidenziare con chiarezza gli elementi in contestazione. Dedotti tempestivamente i fatti posti a fondamento della domanda ed articolate tempestivamente tutte le fonti di prova, il giudice può ritenere di accedere all’accertamento medico legale oppure (nel caso in cui l’indagine diretta sulla persona non sia possibile, perché deceduta, ovvero quando lo ritenga motivatamente superfluo) può porre a fondamento della sua decisione tutti gli altri elementi utili acquisiti al processo nonché avvalersi delle presunzioni. Questa Corte ha ritenuto che la prova presuntiva, con riguardo all’accertamento del pregiudizio ad un bene immateriale, e’ destinata ad assumere particolare rilievo e potrà costituire anche l’unica fonte per la formazione del convincimento del giudice, purché il danneggiato abbia allegato tutti gli elementi che, nella concreta fattispecie, siano idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti che consentono di risalire al fatto ignoto (cfr. Cass. S.U. n. 26072/2008).

Cass., sez. Lavoro, 19.01.2015, n. 777

Il danno esistenziale, quale criterio di liquidazione del più generale danno non patrimoniale, risarcibile ex art. 2059 cod. civ., può essere desunto in forza dell’art. 115, secondo comma, cod. proc. civ. da massime di comune esperienza, quali la giovane età del danneggiato al momento dell’infortunio (nella specie, venticinque anni) e la gravità delle conseguenze dell’infortunio (nella specie, immobilizzazione su sedia a rotelle) incidenti sulla normale vita di relazione dell’infortunato avuto riguardo alla capacità di procreazione, alla vita sessuale, alla possibilità di praticare sport ed altre analoghe attività.

Cass., Sez. Un. Civili, 11.11.2008, n. 26972

L’art. 2059 cod. civ. non disciplina una autonoma fattispecie di illecito, distinta da quella di cui all’art. 2043 c.c., ma si limita a disciplinare i limiti e le condizioni di risarcibilità dei pregiudizi non patrimoniali, sul presupposto della sussistenza di tutti gli elementi costitutivi dell’illecito richiesti dall’art. 2043 c.c.: e cioè la condotta illecita, l’ingiusta lesione di interessi tutelati dall’ordinamento, il nesso causale tra la prima e la seconda, la sussistenza di un concreto pregiudizio patito dal titolare dell’interesse leso. L’unica differenza tra il danno non patrimoniale e quello patrimoniale consiste pertanto nel fatto che quest’ultimo è risarcibile in tutti i casi in cui ricorrano gli elementi di un fatto illecito, mentre il primo lo è nei soli casi previsti dalla legge.

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