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Lo sai che? Pubblicato il 18 dicembre 2016

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Lo sai che? Quali qualità deve avere un avvocato?

> Lo sai che? Pubblicato il 18 dicembre 2016

L’avvocato non deve essere un retore, né una persona convincente: deve essere uno studioso perseverante, paziente e con un’ottima capacità di organizzare il proprio tempo.

Hollywood ci ha rovinato: l’immagine di un avvocato astuto, spigoloso e polemico, nello stesso tempo convincente, abile ed ampolloso retore, capace di ammaliare una folla con le sue «interpretazioni della realtà» (eufemismo per non dire bugie), ha dato, per anni, a molti studenti di giurisprudenza, l’idea che per fare l’avvocato, fossero necessarie determinate caratteristiche piuttosto che altre. Non bisogna però aspettare di sostenere molti esami di legge per capire che le qualità che deve avere un avvocato sono tutt’altre, in primo luogo la pazienza, la preparazione e la capacità di avere una visione d’insieme delle norme, delle sentenze e della dottrina. Insomma, l’avvocato deve essere un “vero studioso”, sia che intenda specializzarsi in una singola materia, sia – ancor di più – che voglia essere un generalista, occupandosi un po’ di tutto.

Abbiamo spiegato, in una precedente guida, Come diventare avvocato dopo la riforma, parlando di come va fatto il corso di studi, il tirocinio, l’esame di abilitazione professionale, il giuramento e l’iscrizione all’albo, l’apertura di una partita Iva e i requisiti che bisogna conservare per poter rimanere iscritti all’albo. In quella sede abbiamo anche iniziato il discorso sulle motivazioni. Ed è proprio da qui che vogliamo proseguire: l’elemento motivazionale, infatti, è essenziale per chi, oggi, vuol abbracciare questa professione, fatta di numerosi sacrifici e di scarse soddisfazioni. Con «soddisfazioni» non intendiamo solo quelle economiche, ma anche il piacere di vedere il proprio cliente felice di portare il “risultato a casa”: ecco, proprio questo manca spesso alla carriera di avvocato. Le sentenze arrivano quando oramai sono passati numerosi anni, lo stesso assistito si è disinteressato delle sorti del giudizio, ha perso l’iniziale carica emotiva e, con lui, anche l’avvocato. Tanto è vero che esiste un detto: «giustizia lenta, giustizia negata»; anche chi vince rimane insoddisfatto se ciò avviene dopo tanto tempo. E non c’è bisogno di ricordare che, negli anni, possono cambiare molte cose: il cliente può morire e al suo posto possono subentrare gli eredi (che presentano ancor minor interesse alla vicenda); la società convenuta può fallire o chiudere oppure diventare insolvente, in tal modo rendendo impossibile il recupero dei crediti; il magistrato può essere sostituito con uno che ha una visione diametralmente opposta e così rimettere in discussione il giudizio a una sola udienza dalla fine, ecc.

L’avvocato, deve quindi avere, molta pazienza. Questa è la prima dote richiesta a chi abbraccia questa professione in Italia: pazienza dettata dal “sapere aspettare i tempi”, fare i conti con la burocrazia e le inefficienze dei tribunali o dei pubblici uffici, gestire la variazione dei fattori di una causa, rimescolare le carte e ricomporle nuovamente, ricominciare un nuovo grado di giudizio dopo una sconfitta nella fase precedente. Lo stesso studio di una causa richiede molto tempo, l’impiego di risorse fisiche ed economiche (l’acquisto di libri, banche dati, riviste, ecc.), la ricerca di precedenti giurisprudenziali, la lettura di trattati e note, l’approfondimento e la sedimentazione dei concetti.

La seconda qualità che deve avere un avvocato è l’umiltà. Questa è una professione dove ogni giorno si impara qualcosa di nuovo: non solo perché è enorme la mole di dati e informazioni da immagazzinare, ma anche perché quotidianamente escono nuove sentenze, leggi, circolari, decreti. Materiale, quest’ultimo, che pone ogni giorno tutti gli avvocati davanti alla stessa linea di partenza, giovani e anziani, obbligati a studiare come se fossero ancora sui banchi di scuola. Insomma, una gara che prosegue sui precedenti fronti, ma che ne apre sempre di nuovi. Solo chi è umile si documenta, si informa, approfondisce, non dà nulla per scontato, osserva, impara da ciò sente e legge anche dalla controparte.

Considerato che il moderno processo è ormai completamente scritto (di orale è rimasto poco), la terza dote di un avvocato potrà apparire, per molti, una sorpresa: la sinteticità. C’è chi ancora crede che l’avvocato debba essere prolisso, ampolloso, barocco e che, per convincere, debba fare ricorso a tutto l’arsenale di parole presenti in un vocabolario. Nulla di più falso: solo la semplicità risulta convincente. E la semplicità si basa su poche, dirette e immediate parole. Chi vuol convincere della giustezza delle proprie argomentazioni non ha bisogno di fare giri di parole: deve solo preoccuparsi di raggiungere la chiarezza nel ragionamento e nell’esposizione. Schematico come un’operazione algebrica. Immediato come una freccia. Bisogna mettersi nei panni del lettore, rispettare il (poco) tempo che questi ci dedica e – umilmente (di nuovo questa qualità) – scoprire se il nostro discorso è davvero comprensibile o meno.

Questa qualità va di pari passo con la quarta: saper scrivere bene. Spesso si crede che «saper scrivere» significhi solo essere un tecnico della propria materia, usare frasi con costruzioni ricercate e complesse, terminologia specifica e, magari, riportare le parole di qualche giudice della Cassazione. Sbagliatissimo. Questo si chiama invece “copia e incolla”: il legale non fa alcuna opera di personalizzazione se si limita a riprodurre quanto letto nei libri o nelle sentenze. Ogni giudizio, invece, è un caso a sé: anche le parole più generiche dei volumi sacri di giurisprudenza devono essere contestualizzate. Insomma, è necessario uno sforzo interpretativo e letterario. Non a caso il voto all’esame di abilitazione professionale dipende anche dalle capacità espressive del candidato. Questo perché la legge non è solo sostanza, ma anche “forma”.

Importantissima qualità che deve avere l’avvocato è saper gestire il proprio tempo. Un avvocato è un po’ come una casalinga: deve fare cento cose nello stesso tempo. Con una mano redige un ricorso, con l’altra risponde al telefono, con la terza aggiorna l’agenda e controlla le scadenze del giorno dopo, con la quarta fornisce la consulenza al cliente che ha davanti, con la quinta… Ora, a meno che non sia un polipo, l’unico modo per fare tutte queste cose è non perdere tempo in discussioni inutili, in caffè o pausa sigaretta, telefonate di cortesia, ecc.

L’avvocato deve saper sfruttare ogni momento della giornata: mai come in questa professione vale il detto «il tempo è denaro» ed ogni secondo rubato allo studio è una possibilità in meno di vincere la causa. La vittoria dipende quasi sempre dalle ore di studio sul fascicolo. Non ci si può prendere il lusso di avere troppi tempi morti nella giornata. Tutto va concentrato e saputo canalizzare con le dovute energie.

Non solo. Bisogna anche saper scegliere bene i propri collaboratori, quelli che non fanno perdere tempo, ma anzi aiutano a gestire al meglio il tempo dell’avvocato. Un collaboratore claudicante toglie più di una gamba al professionista. Meglio pochi ma buoni: una regola che l’avvocato doc non dovrebbe mai dimenticare.

Problem solving: una qualità degli imprenditori sta diventando sempre più un istinto dell’avvocato. La nostra pubblica amministrazione è complicata, le manovre necessarie per uscire da un problema richiedono la capacità di sapere individuare tempestivamente la giusta via di uscita. Se è vero che «la burocrazia è l’arte di rendere impossibile il possibile» – e questo vale ancor di più in Italia – l’avvocato deve saper sbrogliare la matassa, senza complicare la vita a sé e al proprio cliente. Il tutto con il minor costo possibile.

Capacità di analisi e di ragionamento logico saranno fedeli compagne che verranno in soccorso nei momenti di maggior sconforto, quanto tutto sembrerà remare contro.

 

L’avvocato non deve essere figlio di papà o di un altro avvocato: questa scusa se la dà solo il perdente che non riesce o non ha voglia di affrontare gli ostacoli. Anche chi parte da una base “familiare” può rovinare tutto se non ha doti personali. Il più affezionato cliente può sparire in un secondo se “l’erede” di studio non ha le capacità di chi lo ha preceduto. Dunque l’unica vera qualità che deve avere un avvocato è essere studioso. La perseveranza e la tenacia premiano sempre. Anche chi parte da zero, e magari con una pessima pratica, può farsi le ossa sui libri, frequentando le cancellerie e ascoltando, nelle aule giudiziarie, le discussioni di altre cause. Studio ed esperienza sono un tandem perfetto per chi vuol abbracciare la carriera e raggiungere risultati di rispetto.

Il tempo libero finirà così per essere destinato prevalentemente alle letture di diritto. Vi accorgerete che a poco a poco romanzi, fumetti, letture di cucina o di fantascienza diventeranno dei piccoli lussi da potersi concedere prima di dormire.

Chi vorrà abbracciare questa professione dovrà, pertanto, spendere molto del suo tempo in letture di riviste specializzate, sia sul cartaceo che su Internet. Chi più legge, più sa. Chi più sa, più ricorda. Chi più ricorda, più va veloce. Chi più va veloce, più fa esperienza. Chi più fa esperienza, più sa. Un circolo perfetto.

L’avvocato di oggi deve avere un occhio al futuro: saper prevedere il mercato, le tendenze dei consumi che, sempre di più, si dirigono verso le nuove tecnologie. Il che gli serve anche per comprendere su quali settori deve specializzarsi per non rimanere con pochi clienti. Ormai ridotte all’osso le vecchie cause sui confini dei terreni agricoli, ci si occupa sempre più di tecnologia (necessaria peraltro per poter stare al passo con il nuovo processo telematico) e finanza.

Ultima qualità su cui è necessario soffermarsi è la capacità di controllare le proprie emozioni. Questa dote, che difficilmente si assume se non con l’esercizio, verrà spontanea dopo molto tempo di professione. Chi pratica le aule dei tribunali sa bene come il controllo della paura e dell’emozione giochi un ruolo fondamentale nella difesa . Un tempo si raccontava una barzelletta che oggi fa al caso nostro. Un cane rivela a un altro cane: «Sapevo giocare benissimo a poker. Ma mi fregava il fatto che, appena avevo buone carte, iniziavo a scodinzolare!».

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Autore immagine: 123rf com

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1 Commento

  1. Tutte bellissime parole quelle che leggo, ma nessun avvocato si assume la responsabilità di dire al cliente , chiaramente, che ha commesso un errore,che ha cambiato linea difensiva , che è un impreparato o che preso alla sprovvista durante un giudizio non è stato abile a trovare una giusta risoluzione. Nel momento in cui un cliente si affida e firma il mandato all’avv., al cliente cosa resta nelle sue mani per contestargli i suoi errori? Allora anche il cliente deve vestirsi da avvocato senza titolo ? E come si fa ?

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