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Lo sai che? Pubblicato il 20 dicembre 2016

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Lo sai che? Acquisto e mancata consegna, quando c’è truffa

> Lo sai che? Pubblicato il 20 dicembre 2016

Annullamento del contratto per dolo o per inadempimento? Gli estremi della truffa devono consistere (dal punto di vista penale) in artifici o raggiri o (dal punto di vista civile) in malizie e astuzie.

Acquistare un bene e non vederselo mai consegnare: un problema che gli acquisti su internet hanno ingigantito e dinanzi al quale la legge ha tentato di offrire una soluzione rapida con il tentativo di mediazione, un procedimento rapido e sostanzialmente a bassissimo costo, col quale si può chiamare la controparte davanti a un organismo di conciliazione per tentare l’accordo con la minaccia, in caso contrario, di avviare la causa. Ma il fenomeno delle vendite senza consegna del bene acquistato non si limita solo al mondo telematico. Basti pensare al tradizionale caso di chi acquista una casa “sulla carta”, ossia ancora da costruire, e poi la ditta non realizza i lavori o li ritarda in modo considerevole. Quali sono gli strumenti a disposizione dell’acquirente? Come può tutelarsi?

Denunciare il venditore per truffa?

Esistono in realtà numerosi strumenti, almeno dal punto di vista processuale, anche se poi, in tutti questi casi, c’è sempre da fare i conti con una regolare causa in tribunale, coi tempi lunghi che essa comporta e gli oneri economici. Così, nel tentativo di farsi giustizia da sé, molti consumatori pensano bene di denunciare il venditore ai carabinieri o alla Procura della Repubblica, lamentando di aver subìto una truffa. Il ragionamento che fa l’acquirente è tanto lineare quanto, però, fallace: «Se tu mi prometti la consegna di un bene e poi non me lo consegni, mi stai frodando». Per la legge non è così e non sempre – anzi raramente – ci possono essere gli estremi del reato. La truffa richiede qualcosa in più rispetto al semplice inadempimento. Sono necessari gli artifici e raggiri: detto in parole povere, il colpevole deve aver fatto in modo che l’acquirente credesse alla sua buona fede, fingendo una situazione che, in realtà, non era o non avrebbe mai potuto essere. Insomma, bisogna intervenire sulla realtà e sulle convinzioni dell’altra parte per indurla in errore. Solo in questo caso scatta il penale.

In tutti gli altri casi, quando cioè non ci sono gli estremi del penale, siamo dinanzi a un illecito di tipo civile. Non che esso non possa essere punito, ma comunque è necessario un giudizio più lungo e, certo, la tagliola della denuncia – con tutto il carico psicologico che essa comporta – non può essere più utilizzata.

 

Differenza tra l’azione penale e quella civile a tutela dell’acquirente “truffato”

La prima differenza tra il penale e il civile – oltre, appunto, alla possibilità che solo nel primo caso la fedina penale del venditore viene macchiata – riguarda i tempi entro cui agire: tre mesi per la querela, 10 anni per la causa civile.

La seconda differenza è che, se nel primo caso, una volta sporta la querela, è la Procura della Repubblica ad avviare il procedimento, nel civile è necessaria l’iniziativa della parte, ossia che questa si rechi da un avvocato affinché avvii un regolare processo. Se l’avvocato non agisce nei termini o si disinteressa del processo, non “stimolandolo”, nessun risarcimento sarà possibile.

La terza differenza riguarda le conseguenze per il colpevole: con il procedimento penale si persegue in via diretta una sanzione da parte dell’ordinamento, la cosiddetta pena, e solo indirettamente il risarcimento del danno (che viene determinato dal giudice penale in via provvisionale e poi viene quantificato, in modo più compiuto, dal giudice civile con una seconda causa). Invece con il procedimento civile l’unica tutela è quella della richiesta dell’indennizzo, che può consistere non solo nel danno economico, ma anche in quello morale.

La quarta differenza riguarda i tempi. Di norma il processo penale, superata la prima fase delle indagini – che dura al massimo sei mesi, salvo proroga di ulteriori sei mesi – l’iter è più rapido e diretto. Il processo civile può durare numerosi anni.

La causa civile per l’annullamento del contratto

Veniamo ora alla causa civile vera e propria. Il rimedio che può chiedere l’acquirente, cui non sia stato consegnato il bene acquistato, è quello dello scioglimento del contratto, da esercitarsi entro 10 anni da quando è venuto a conoscenza del comportamento illecito da parte del venditore.

In verità, esistono due forme di tutela, anche se, dal punto di vista pratico, ben poche sono le differenze per l’acquirente “truffato”.

La prima è l’azione di annullamento del contratto per “dolo” del venditore. In tal caso bisogna agire entro 5 anni dalla scoperta del comportamento fraudolento. Secondo una recente sentenza del tribunale di Perugia [1], però, in caso di mancata consegna dell’immobile compravenduto nei tempi previsti, si può chiedere l’annullamento per dolo solo se si fornisce la prova di un comportamento inequivocabilmente volto a raggirare la controparte. Come già ha detto la Cassazione in passato [2], è necessario qualcosa in più rispetto alla semplice mancata consegna del bene: tenuto conto delle circostanze di fatto e delle qualità e condizioni dell’altra parte, il mendacio deve essere accompagnato da malizie e astuzie volte a realizzare l’inganno voluto, idonee in concreto a sorprendere una persona di normale diligenza. Il semplice silenzio della parte venditrice non rileva come malizia o astuzia salvo che si inserisca in un complesso comportamento volto a realizzare l’inganno.

Il dolo, quale causa di annullamento del contratto può consistere tanto nell’ingannare con notizie false, con parole o con fatti la parte interessata (dolo commissivo) quanto nel nascondere alla conoscenza di altri, col silenzio o con la reticenza, fatti o circostanze decisive (dolo omissivo) [3].

Se tali elementi non sono presenti, l’acquirente non deve crucciarsi: potrà sempre ottenere – peraltro nel maggior termine di 10 anni dalla firma del contratto – la cosiddetta risoluzione per inadempimento, ossia lo scioglimento del contratto e, se dà prova di aver subito un danno, anche l’indennizzo. Molto più facile è dimostrare l’inadempimento: basta esibire il contratto ed eccepire che la controprestazione non vi è mai stata, benché si sia adempiuto alla propria (ad esempio con il pagamento di un anticipo sul prezzo). L’unico impedimento ad ottenere la risoluzione del contratto è che l’inadempimento deve essere considerato «grave» in relazione al valore economico dell’oggetto acquistato. Tanto per fare qualche esempio, non si può chiedere lo scioglimento dal contratto di acquisto di un immobile se una mattonella non è stata posizionata in modo corretto (si tratta di un problema facilmente risolvibile, sebbene con un piccolo dispendio economico che graverà sul venditore); altrettanto dicasi per un abito che presenta una leggera scucitura; per l’acquisto di un’automobile ove un pulsante non faccia contatto, ecc. In tutti questi casi – inadempimento non grave – si può ottenere, al massimo, la riparazione a spese del venditore o una riduzione del prezzo di acquisto.

L’inadempimento, per essere grave, deve riguardare un elemento essenziale del bene acquistato, senza il quale il bene stesso non può essere usato o non realizza la sua naturale funzione.

note

[1] Trib. Perugia sent. n. 1304/2016 dell’8.06.2016.

[2] Cass. sent. n. 30595/2011.

[3] Cass. sent. n. 1480/2012.

Autore immagine: 123rf com

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