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Lo sai che? Pubblicato il 20 dicembre 2016

Lo sai che? Tumore al seno, risarcimento da errata diagnosi

> Lo sai che? Pubblicato il 20 dicembre 2016

Che si tratti di un cancro diagnosticato tardi o di un falso positivo, la paziente ha diritto a chiedere un risarcimento per danni fisici e psicologici.

Diventa piuttosto inaccettabile, in caso di errata diagnosi di un tumore al seno, pensare che oltre al danno si debba accettare la beffa. Credere di avere un tumore che, in realtà, non c’è, oppure vivere tranquilli senza sapere che la malattia esiste ma non è stata riscontrata comporta un danno fisico e psicologico non indifferente. Quanto basta per chiedere un risarcimento per errata diagnosi di un tumore al seno.

Tumore al seno: in che cosa consiste l’errata diagnosi

I medici possono sbagliare in due modi quando rilasciano un’errata diagnosi di un tumore al seno: possono non vedere il cancro quando in realtà c’è (il falso negativo) il che comporta una diagnosi tardiva, oppure possono vederlo dove in realtà non c’è (il falso positivo).

Nel primo caso, la paziente rischia la morte. Nel secondo, un danno psicologico non indifferente. In entrambi i casi, è possibile chiedere un risarcimento.

Nel dettaglio, quando si può parlare di errata diagnosi del tumore al seno? Quando il medico:

  • omette di riconoscere, indagare, o identificare dei sintomi associati al cancro;
  • omette di eseguire i test diagnostici indicati da sintomi o fattori di rischio;
  • esegue degli esami per diagnosticare il tumore in modo erroneo o improprio;
  • non è in grado di leggere o interpretare correttamente i risultati dei test;
  • non segue le raccomandazioni mediche indicate dal laboratorio;
  • non consiglia al paziente uno specialista più qualificato;
  • non sottopone il paziente alle procedure adeguate alla sua patologia,
  • non fornisce il seguito adeguato per la valutazione del trattamento.

In ciascuno di questi casi il danno può essere grave, al punto di compromettere la sopravvivenza della paziente o di doverla sottoporre a delle terapie tanto inutili quanto pesanti. Quindi, in entrambi i casi c’è il diritto ad un risarcimento. Vediamo come.

Tumore al seno diagnosticato tardi

Quando una donna viene informata tempestivamente, in seguito ad una mammografia, di avere un tumore al seno, può affrontare il problema con una terapia farmacologica in grado, se non altro, di fare rientrare l’emergenza. Oltre ad avere un’assistenza morale e psicologica per niente inutile. In presenza, invece, di un cancro diagnosticato troppo tardi per un errore medico, si verifica una maggiore perdita di tessuto del seno, la paziente deve sottoporsi ad interventi più invasivi e c’è una notevole compromissione del benessere fisico e psichico per le conseguenze della chemioterapia e della radioterapia. In questi casi, quasi sempre è inevitabile l’asportazione della mammella.

La responsabilità è unica ed esclusiva del medico che ha sbagliato (e quindi ritardato) la diagnosi. La paziente che vive nella paura di poter morire per questa diagnosi errata ha il diritto di chiedere il risarcimento del danno non patrimoniale al medico che ha sbagliato [1]. Un danno chiamato “perdita delle chance di guarigione”, la cui domanda di risarcimento può essere presentata anche dagli eredi della paziente se, malauguratamente, quella diagnosi ritardata portasse alla morte della donna. In pratica, viene riconosciuto dalla sentenza in commento il risarcimento per la sofferenza conseguente all’apprensione vissuta quando la persona malata viene a conoscenza dell’errore medico e diventa consapevole che a causa del ritardo nella diagnosi si sono ridotte le opportunità di cura e sopravvivenza.

E’ importante che la domanda di indennizzo faccia chiaro riferimento alla perdita delle chance di guarigione come conseguenza di una diagnosi ritardata di tumore al seno e che venga presentata già in primo grado: può essere considerata una parte della generica richiesta di condanna del medico al risarcimento di tutti i danni causati dalla morte della paziente.

Diagnosi sbagliata del tumore al seno: il falso positivo

Da non sottovalutare assolutamente il caso diametralmente opposto, cioè quando ad una donna viene diagnosticato un tumore al seno che, in realtà, non c’è. E’ il cosiddetto “falso positivo”, che può avere delle conseguenze molto serie. Innanzitutto, la paziente viene sottoposta a delle cure innecessarie e, talvolta, estremamente dannose come un ciclo di chemioterapia di cui avrebbe potuto fare a meno. Per non parlare di interventi chirurgici drammatici per una donna come una mastectomia, cioè l’asportazione della mammella. Il tutto quando, per colpa di una diagnosi errata: il tumore al seno non c’è. Il falso positivo non è, poi, così raro: ha interessato negli ultimi 30 anni circa 1 milione e 300.000 donne.

Anche in questo caso è possibile chiedere un risarcimento, come ha stabilito non molto tempo fa il Tribunale di Palermo [2]. Nella sua sentenza, i giudici hanno riconosciuto il danno da sindrome ansiosa, valutando il caso di una 34enne a cui era stato diagnosticato erroneamente un tumore al seno e per la quale il medico aveva disposto un intervento chirurgico urgente. Fortunatamente la donna si è rifiutata di eseguire l’operazione e si è rivolta ad un’altra struttura per avere un secondo parere, dal quale è risultato che del tumore al seno non vi era alcuna traccia.

Ciò nonostante, secondo il Tribunale siciliano, il medico che ha firmato la diagnosi sbagliata deve risarcire la donna dei danni emotivi di natura ansiosa provocati dal suo errore.

In un caso come questo, quando si presenta la domanda di risarcimento è importante allegare i certificati delle cure e le terapie eseguite per combattere il turbamento emotivo ansioso in modo da poter dimostrare l’entità del danno ed il tempo che la paziente ci ha messo per superarlo. In base a questi fattori viene stabilita l’entità del risarcimento.

note

[1] Trib. Vicenza, sent. n. 961/16.

[2] Trib. Palermo, sez. III, sent. n. 1227/16.

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