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Lo sai che? Pubblicato il 20 dicembre 2016

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Lo sai che? Accertamento fiscale Irpef: come contestare la nullità

> Lo sai che? Pubblicato il 20 dicembre 2016

Imposte sui redditi, come impugnare l’accertamento dell’Agenzia delle Entrate per il mancato pagamento di tasse e imposte se la delega del capo ufficio è generica.

Se l’Agenzia delle Entrate ti ha notificato un accertamento fiscale per il mancato pagamento di imposte sui redditi come Irpef o Irap – ma lo stesso discorso vale per qualsiasi altro tipo di tassa o imposta come ad esempio l’Iva, il canone Rai, ecc. – hai più di una possibilità di contestarlo per nullità dell’atto. Secondo un’interpretazione ormai pacifica, sposata sia dalla Cassazione che dai giudici tributari di primo e secondo grado, l’accertamento fiscale è nullo quando viene firmato da un funzionario della terza area che non sia munito di apposita delega da parte del capo dell’ufficio. Una delega che deve necessariamente essere scritta e motivata. Non solo: il contribuente può limitarsi a contestare genericamente l’assenza di delega da parte del dirigente; spetterà poi all’Agenzia delle Entrate fornire la prova contraria, ossia esibire l’atto interno di conferimento dei poteri al funzionario. È quanto chiarito dalla Suprema Corte con una sentenza di poche ore fa [1]. Ma procediamo con ordine.

Quando l’accertamento fiscale è nullo

Gli accertamenti fiscali non devono necessariamente essere firmati dal capo area, ossia il dirigente dell’ufficio territoriale dell’Agenzia delle Entrate, ma possono essere sottoscritti anche da un funzionario della carriera direttiva appartenente alla cosiddetta “terza area”, purché sia stato delegato dal primo. Insomma, il firmatario dell’atto, se non è un dirigente, deve essere stato appositamente delegato dal capo ufficio (dirigente).

La delega deve essere mostrata al contribuente che ne faccia richiesta (a tal fine si può depositare un’istanza di accesso agli atti amministrativi, a cui l’Agenzia deve dare riscontro entro massimo 30 giorni). In questo modo, il cittadino può verificare la validità dell’accertamento fiscale ricevuto e valutare se è il caso di impugnarlo davanti al giudice (la Commissione Tributaria Provinciale). L’impugnazione deve avvenire entro 60 giorni dalla notifica dell’atto.

Come impugnare l’accertamento fiscale

Secondo l’orientamento ormai consolidato della giurisprudenza (leggi Quando l’accertamento fiscale è nullo e Accertamento dell’Agenzia delle Entrate nullo se la delega è generica), la delega conferita dal capo ufficio non può essere né generica (ossia senza l’indicazione dei motivi a supporto dei quali essa è concessa), né “in bianco” (ossia senza l’indicazione del nome e cognome del soggetto delegato).

Anche questa volta la Cassazione ha confermato questo orientamento. In sintesi, se l’accertamento fiscale è firmato da un semplice funzionario della categoria direttiva di 3° area è necessario che lo stesso sia stato appositamente autorizzato dal dirigente. A tal fine, la delega da quest’ultimo rilasciata deve essere:

  • scritta: se, pertanto, l’Agenzia delle Entrate non riesce a dare dimostrazione della delega con un documento scritto in originale o in copia conforme all’originale, l’accertamento è nullo. È diritto del contribuente prenderne visione prima ancora dell’impugnazione in tribunale, con una istanza di accesso agli atti amministrativi. Tuttavia, egli potrebbe anche avviare direttamente il giudizio: non è suo onere, infatti, procurarsi prima della causa il documento (di tanto parleremo a breve);
  • motivata: il dirigente deve spiegare le ragioni per cui ha inteso delegare il funzionario, ragioni che non possono essere generiche, ma devono essere congrue (ad esempio la carenza di personale, l’assenza, la vacanza, la malattia o l’indisponibilità del dirigente, ecc.);
  • nominativa: il dirigente deve indicare nome e cognome del soggetto delegato. La delega non può riferirsi genericamente alla qualifica del funzionario, ma deve specificare i suoi estremi nominativi. Senza tali elementi la delega è “impersonale” e quindi nulla. La disposizione in esame offre quindi al contribuente una garanzia in più specialmente di fronte al (non infrequente) fenomeno del turnover di capi ufficio o capi team dell’Agenzia che, al momento della sottoscrizione degli accertamenti, potrebbero essere diversi da quelli a cui era stata genericamente conferita la delega;
  • temporalmente delimitata: il dirigente deve indicare la data inziale e finale di validità delle delega. In particolare, le deleghe di firma rilasciate dal direttore dell’Agenzia delle Entrate non possono essere “a tempo indeterminato”. Di contro, le stesse devono contenere una data di inizio e una data di fine.

Se la delega non contiene tali elementi si considera “in bianco”; la conseguenza è che l’accertamento fiscale è nullo perché non consente al contribuente di verificare se il delegato abbia il potere di firmare l’atto.

Per maggiori chiarimenti sul punto leggi Come impugnare l’accertamento fiscale.

Che succede se l’Agenzia delle Entrate non mostra la delega?

Secondo l’ordinanza odierna, non spetta al contribuente procurarsi la delega del capo ufficio per dimostrare la nullità dell’accertamento fiscale. È quanto va sotto il nome di «principio della vicinanza della prova»: trattandosi di documenti interni all’Agenzia delle Entrate è il fisco a doverli esibire (essendo per il contribuente altrimenti impossibile); e, anzi, se non lo fa o se questi non corrispondono ai requisiti appena visti, l’accertamento è nullo.

note

[1] Cass. ord. n. 26295/16 del 20.12.16.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – T, sentenza 13 ottobre – 20 dicembre 2016, n. 26295
Presidente Schirò – Relatore Crucitti

Ritenuto in fatto

L’Agenzia delle Entrate propone ricorso per cassazione, affidato ad un motivo, nei confronti di R. I., avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, indicata in epigrafe, con la quale – in controversia concernente l’impugnazione di un avviso di accertamento, per IRPEF, IRAP, addizionali, relative all’anno d’imposta 2007 – è stata parzialmente riformata la decisione di primo grado di parziale accoglimento del ricorso del contribuente.
In particolare, i giudici d’appello, accogliendo il gravame del contribuente e respingendo quello dell’Agenzia delle Entrate, hanno dichiarato nullo l’atto impositivo, perché recante la firma di impiegato della carriera direttiva e non del Direttore dell’Agenzia delle Entrate di Milano II, Capo dell’Ufficio, non avendo l’Agenzia delle Entrate dimostrato l’esercizio del potere sostitutivo da parte del sottoscrittore o la presenza della delega del titolare dell’Ufficio.
Il contribuente resiste con controricorso e propone, a sua volta, ricorso incidentale condizionato.
A seguito di deposito di relazione ex art. 380 bis c.p.c. è stata fissata l’adunanza della Corte in camera di consiglio, con rituale comunicazione alle parti.

Considerato in diritto

1. L’Agenzia delle Entrate lamenta, con unico motivo ex art. 360 n. 3 c.p.c., la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 42 DPR n. 600/1973, assumendo di avere prodotto, sin dalle controdeduzioni in primo grado, stralci degli atti dispositivi sulla delega di firma (all. 3, il cui contenuto è ritrascritto in ricorso), anche al Dr. B., sottoscrittore dell’avviso di accertamento oggetto di impugnazione.
2. La censura è infondata. Di recente questa Corte (Cass. n. 22800/2015) ha affermato il seguente principio di diritto: “In tema d’imposte sui redditi e sul valore aggiunto, l’avviso di accertamento, a norma dell’art. 42 del d.P.R. n. 600 del 1973 e dell’art. 56 del d.P.R. n. 633 del 1972, (che, nel rinviare alla disciplina sulle imposte dei redditi, richiama implicitamente il citato art. 42), deve essere sottoscritto, a pena di nullità, dal capo dell’ufficio o da altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato e, cioè, secondo la classificazione prevista dall’art. 17 del c.c.n.l. comparto “agenzie fiscali” per il quadriennio 2002-2005, applicabile “ratione temporis”, da un funzionario di terza area, di cui non è richiesta la qualifica di dirigente; ove, peraltro, il contribuente contesti, anche genericamente, la legittimazione del funzionario che ha sottoscritto l’avviso di accertamento, l’Amministrazione finanziaria, in ragione dell’immediato e facile accesso ai propri dati, ha l’onere di dimostrare il possesso dei requisiti soggettivi, nonché l’esistenza della delega”.
Trattasi di principio, in punto di onere della prova, da tempo consolidato (cfr. Cass. n. 14626/2000). Solo in diversi contesti fiscali – quali ad esempio la cartella esattoriale (Cass. n. 13461/12), il diniego di condono (Cass. n.ri 11458/12 e 220/14), l’avviso di mora (Cass. n. 4283/10), l’attribuzione di rendita (Cass. n. 8248/06) – e in mancanza di una sanzione espressa, opera la presunzione generale di riferibilità dell’atto all’organo amministrativo titolare del potere nel cui esercizio esso è adottato; mentre, per i tributi locali, è stata ritenuta valida anche la mera firma stampata, ex L. n. 549 del 1995, art. 3, comma 87 (Cass. n. 9627/12).
Nella specie, la C.T.R. ha fatto applicazione dei suddetti principi di diritto ed ha affermato espressamente che, “alla luce degli atti di causa” l’Agenzia delle Entrate non ha dimostrato l’esercizio del potere sostitutivo da parte del sottoscrittore dell’avviso di accertamento o “la presenza della delega del titolare dell’Ufficio”.
La ricorrente – pur allegando di avere prodotto, in una con le controdeduzioni di primo grado, stralci del provvedimento contenente la delega al menzionato funzionario – non denuncia, nel presente ricorso, l’omesso esame di un fatto decisivo, ai sensi dell’art. 360 n.5 c.p.c., quanto l’erronea valutazione del materiale probatorio prodotto ed esaminato dal giudice, sotto il profilo della violazione e/o falsa applicazione di norma di diritto, ex art. 360 n. 3 c.p.c., profilo infondato per quanto sopra esposto. La ricorrente avrebbe dovuto, semmai, dedurre un errore revocatorio del giudice, laddove sussistenti i presupposti di legge.
3. Il ricorso incidentale condizionato (sulle questioni rimaste assorbite in appello) è, di conseguenza, assorbito.
4. Conclusivamente il ricorso principale va rigettato e quello incidentale condizionato dichiarato assorbito.
5. Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso principale e dichiara assorbito il ricorso incidentale condizionato.
Condanna la ricorrente alla refusione in favore del controricorrente – ricorrente incidentale delle spese processuali che liquida in complessivi euro 2.000,00 oltre rimborso forfetario nella misura del 15% ed accessori di legge.

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