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Lo sai che? Pubblicato il 22 dicembre 2016

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Lo sai che? In autobus senza biglietto, cosa rischio?

> Lo sai che? Pubblicato il 22 dicembre 2016

Chi non scende dall’autobus, senza biglietto, commette reato; invece chi sale senza biglietto rischia solo una sanzione amministrativa.

Chi sale sull’autobus senza biglietto commette un semplice illecito amministrativo ed è passibile di una sanzione, mentre chi si rifiuta di scendere e, per questo, fa ritardare al conducente la sua normale marcia commette reato. Illecito penale anche per chi inveisce contro il controllore oppure, alla prima fermata, scappa. Ma procediamo con ordine.

Cosa rischi se vieni trovato in autobus, dal controllore, senza biglietto? E quali sono i poteri del controllore? Può importi di esibire i documenti di identità o, in caso contrario, costringerti ad andare in polizia? Può far chiudere le porte dell’autobus e sequestrarti in attesa che arrivi la polizia? Che rischi se ti rifiuti di scendere dall’autobus benché sprovvisto di biglietto o che succede se, alla prima fermata, scappi via? A tutte queste domande cercheremo di rispondere nel corso di questa breve scheda.

Che rischio se vengo trovato in autobus senza biglietto?

Chi viene trovato in autobus senza il biglietto può essere multato: si tratta di una comune sanzione amministrativa, che si estingue con il regolare pagamento.

In caso contrario, l’ente titolare del credito può agire per la riscossione coattiva, ossia mediante pignoramento. La “fedina” del viaggiatore senza biglietto, però, resta immacolata. In altri termini, non c’è modo di sapere se una determinata persona è recidiva e ha già subìto, in passato, una o più multe dello stesso tipo. Anche il mancato pagamento della multa non implica sanzioni accessorie o ulteriori, se non le conseguenze di tipo patrimoniale che abbiamo appena detto.

 

Che può fare il controllore se mi trova senza biglietto?

Il controllore ha la facoltà di pretendere dal viaggiatore l’esibizione del biglietto e, in mancanza, l’indicazione delle sue generalità per elevare la multa. È nel suo potere chiedere – ma non ordinare – i documenti di identità per l’identificazione del responsabile. È diritto del viaggiatore, però, non esibirli perché, ad esempio, non li ha con sé. In tal caso il controllore non può – come invece potrebbe un comune agente della polizia – accompagnare il soggetto in caserma, questura o alla stazione dei carabinieri per l’identificazione. Ma può, invece, intimargli di scendere e, se del caso, attendere la prima pattuglia di carabinieri o poliziotti, chiamati dallo stesso accertatore per l’identificazione del viaggiatore senza biglietto.

Che rischio se mi rifiuto di scendere dall’autobus?

Commette invece reato – e questa volta il fatto resta ancorato al casellario giudiziario – chi, trovato senza biglietto sull’autobus e invitato dal controllore a scendere, non lo fa. È quanto chiarito dal Tribunale di Campobasso con una recente sentenza [1].

Se il soggetto si rifiuta di scendere potrebbe subire una denuncia per “interruzione di pubblico servizio” qualora il conducente dell’autobus interrompa la propria marcia al fine di consentire al controllore di completare la procedura di sloggiamento del “portoghese” e questa procedura, a causa del rifiuto e della resistenza del viaggiatore, richiede molto tempo.

Secondo la sentenza in commento, infatti, commette il reato di interruzione di servizio pubblico colui che sale sull’autobus senza biglietto, rifiutandosi sia di munirsene che di scendere dal mezzo. Nel caso di specie, il giudice ha condannato tre signore che, scoperte senza un valido titolo di trasporto, si erano rifiutate di scendere dall’autobus di linea, interrompendo così il servizio di trasporto locale per circa mezz’ora.

Il controllore può far chiudere le porte dell’autobus?

C’è da dire, comunque, che appare illecita anche la condotta del controllore che, per impedire ai soggetti senza biglietto di uscire dall’autobus in attesa dell’arrivo della polizia, per controllare gli estremi anagrafici, ordina all’autista di chiudere le porte dell’autobus tenendo ostaggi i “portoghesi”.

Che rischio se fornisco dati anagrafici falsi al controllore?

Chi dà al controllore un nome e cognome falso per fare in modo di evitare di pagare la multa commette reato, in quanto il controllore è considerato pubblico ufficiale. È come, insomma, se lo stesso comportamento fosse posto nei confronti di un carabiniere. Le pene possono arrivare alla reclusione [2].

Come detto, però, il controllore non può trascinare il trasgressore in caserma. Può però trattenerlo fino all’arrivo di Carabinieri o Polizia, che sono in grado di completare l’identificazione del trasgressore. Tale procedura non sarà necessaria in caso di pagamento della sanzioni a mani del controllore.

note

[1] Trib. Campobasso sent. n. 658/16 del 27.09.2016.

[2] Per le sole dichiarazioni non veritiere è prevista reclusione fino ad un mese e multa fino a 206 euro (art. 651 c.p). Si richiamano inoltre l’articolo 494 (sostituzione di persona) per il caso in cui un soggetto dia le generalità di altra persona per sottrarsi alla sanzione; e soprattutto l’articolo 496 c.p., che sanziona chi, interrogato da un incaricato di pubblico servizio, faccia false dichiarazioni sull’identità propria o di altra persona. In tal caso, dunque, dovrà essere segnalato all’Autorità Giudiziaria il soggetto che fornisca informazioni false circa l’identità propria o di altri per sottrarsi alle sanzioni. Per questa condotta è prevista la reclusione fino ad un anno e la multa fino ad euro 516,00.

Autore immagine: 123rf com

Tribunale di Campobasso – Sezione penale – Sentenza 27 settembre 2016 n. 658

TRIBUNALE ORDINARIO DI CAMPOBASSO IN COMPOSIZIONE MONOCRATICA SENTENZA ART. 544, 2 co. c.p.p. REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO IL TRIBUNALE

in persona del GIUDICE Dr.ssa Roberta D’ONOFRIO alla pubblica udienza del 16 settembre 2016 ha pronunziato, mediante lettura del dispositivo, la seguente

SENTENZA
nei confronti di:
1. – Io.Fl., nata (…) ed ivi residente in Via (…) 2. – D’O.Fi., nata (…) ed ivi residente in Via (…) LIBERE – ASSENTI
IMPUTATE

A) del reato p e p dagli artt. 110, 340 c.p. perché, in concorso tra loro, salite a bordo di un autobus cittadino – espletante il servizio di trasposto pubblico Campobasso – centro/Ospedale – richieste dal personale in servizio di esibire il biglietto o di scendere, non solo non lo esibivano ma si rifiutavano di scendere dall’autobus così interrompendo la corsa per circa mezzora; non cessando da tale condotta nonostante l’arrivo di una volante dalla Polizia ed interrompendo tale attività illecita solo dopo lunghe trattative con il personale della Polizia.

Io.Fl.

B) del reato p. e p. dall’art. 651 perché richiesta da personale della Polizia di Stato in attività di servizio di dare indicazioni sulla propria identità personale, si rifiutava di farlo.

C) del reato p. e p dall’art. 341 bis cp perché, in luogo pubblico ed in presenza di più persone offendeva l’onore ed il prestigio di pubblici ufficiali mentre compivano atti del loro ufficio. In particolare nel contesto descritto ai capi A) e B) che precedono, pronunciava nel confronti del personale della Polizia di Stato (Na.Ni. e Ia.An.) espressioni del tipo “… Io non vi do un cazzo di documento … siete dei bastardi Mongoloidi e figli di puttana … brutti stronzi andate a far ein culo alle vostre sorelle ..”.

MOTIVAZIONE

A seguito di decreto di citazione diretta, Io.Fl. e D’O.Fi. sono state tratte a giudizio per rispondere:

entrambe in concorso ex art. 110 c.p., del rubricato reato ex art. 340 c.p. per avere interrotto il pubblico servizio di trasporto urbano in autobus nel tragitto Campobasso – Ospedale per oltre trenta minuti (al Capo A);

la sola Io.Fl. dei reati di rifiuto di tornire indicazioni sulle proprie generalità alla Polizia di Stato ex art. 651 c.p. (al capo B) e di oltraggio a Pubblici Ufficiali ex art. 341 bis c.p. ai danni di due assistenti, Na.Ni. e Ia.An., della Polizia di Stato (al capo C). All’esito del giudizio, all’udienza del 16 Settembre del 2016, raccolte le prove orali e documentali ammesse, il PM e la difesa concludevano come da verbale.

Quanto ai reati di concorso in interruzione di pubblico servizio in concorso, oltraggio e rifiuto di rendere le proprie generalità, l’istruttoria dibattimentale ha raccolto prove tali da dimostrare la colpevolezza delle imputate.

La testimonianza del conducente dell’autobus di linea urbana sul quale sono occorsi i fatti, teste del tutto estraneo e disinteressato al giudizio, è perfettamente concordante con la deposizione del teste qualificato, Na.Ni., quanto alla ricostruzione storica dei fatti.

In data 11 Febbraio 2015, il responsabile del servizio di linea urbano, Se.Fr., era stato allertato da un suo autista nel senso che vi erano delle donne che si rifiutavano di acquistare il biglietto, cosa che era possibile ed agevole in quanto il mezzo era fermo in sosta nei pressi di un’edicola (cfr. la deposizione Se.Fr. a fol. 4 verbale dell’8 Aprile 2016). A quel punto il Se. si avvicinò alle tre donne – delle quali una più attempata ed altre due più giovani – che gli risposero di farsi cazzi suoi” che il biglietto non avevano nessuna intenzione di farlo e che se avesse allertato le forze dell’ordine, esse avrebbero preso a schiaffi sia i Carabinieri che la Polizia (cfr. deposizione Se. a fol. 5 verbale dell’8 Aprile del 2016).

Questa frase, nella specie, fu pronunciata dalla signora più giovane perché quella più anziana “sembrava una mummia, non diceva niente” (cfr. fol. 5 verbale dell’8 Aprile 2016). Dopo un po’ di tempo che l’autobus non poté partire in quanto le tre donne stavano sedute al suo interno e si rifiutavano di scendere e di acquistare il biglietto, arrivarono due agenti della Polizia Stradale, fra i quali il Ne. i quali salirono sul mezzo e tentarono di far “ragionare” le donne spiegando loro che se non avessero acquistalo il biglietto sarebbero dovute scendere ma essi vennero coperti di insulti alla presenza di molte persone (cfr. la deposizione Se.Fr. a fol. 6 verbale del 8 Aprile 2016 e la deposizione Ne. al verbale del 16 Settembre 2016). Costoro infatti si erano rifiutate per lungo tempo già prima dell’arrivo della Polizia di scendere dal mezzo nonostante non avessero il biglietto e dichiarassero di non avere alcuna intenzione di acquistarlo (cfr. le deposizioni Se. e Na.): esse erano rimaste tutt’e tre sedute vicine sulla parte posteriore dell’autobus.

All’arrivo dei due poliziotti, le donne erano rimaste, dunque, sedute nell’autobus, bloccandone la corsa ed alla vista dei medesimi esse presero ad apostrofarli come bastardi, mongoloidi,

figli di puttana, alla presenza di molte persone (cfr. le deposizioni Na. al verbale del 16.9.2016 e Se. al verbale dell’8 Aprile 2016).

Esse rifiutarono di fornire le proprie generalità od i documenti agli operanti e continuarono ad apostrofarli con gli epiteti riferiti, convincendosi, poi. finalmente a scendere dal mezzo, le due donne più giovani, solo su intimazione di quella più anziana che fornì, dopo un po’, anche le generalità proprie e delle altre due (cfr. la deposizione Na. al verbale del 16 Settembre 2016). A quel punto, gli assistenti di Polizia riuscirono ad identificare le tre donne, di cui una era minorenne e giudicata separatamente davanti al Tribunale per i Minorenni, per Io.Fl., la più giovane, e D’O.Fi., la più anziana (cfr. la deposizione Na.Ni. al verbale del 16 Settembre 2016).

L’episodio, nel suo complesso, ha avuto una durata di mezz’ora (cfr. la deposizione Se. a fol. 7 verbale dell’8 Aprile del 2016 e quella Na.Ni. al verbale del 16.9.2016) durante la quale i passeggeri dell’autobus si sono visti impedire la partenza verso la destinazione prevista (Ospedale).

Nessun dubbio sull’identificazione delle donne, avvenuta quando le tre sono scese dal mezzo grazie alle notizie fornite dalla D’O.Fi. (cfr. deposizione Na.Ni.). Fatto sta che successivamente è stato redatto album fotografico ed il signor Se.Fr. (oltre all’autista del mezzo) sono stati chiamati in Polizia ove hanno riconosciuto, senza ombra di dubbio, le effigi fotografiche delle odierne imputate (cfr. l’ulteriore riconoscimento avvenuto in udienza dal Se.Fr. il quale ha riconosciuto i volti delle protagoniste della vicenda in quelli di cui alle foto n. 4 e 11, – cfr. fol. 9 verbale del 8 Aprile 2016 – corrispondenti ai colti delle odierne imputate).

Ebbene, le prove orali raccolte, provenienti da testi del tutto estranei e disinteressati all’esito del giudizio, sono univoche e concordanti verso la dimostrazione dei fatti in contestazione. Né ricorrono dubbi sulla qualificazione giuridica dei fatti.

Le due imputate, in concorso con la terza minorenne, hanno cagionato una considerevole interruzione ed un turbamento della regolarità di un pubblico servizio, in quanto esse, non disponendo di un biglietto, si sono rifiutate di munirsene – possibilità che era stata concessa loro dall’autista dal momento che in prossimità del mezzo in sosta vi era un’edicola – ed altresì di scendere dal mezzo, attendendo appositamente l’arrivo delle forze dell’ordine che, anzi, esse preannunciavano avrebbero preso a schiaffi.

Tutta la scena ha avuto, dunque, una durata non inferiore a mezz’ora così che il servizio di (trasporto urbano verso l’Ospedale ha subito un ritardo non inferiore al citato lasso temporale. Risulta integrata, dunque, nel caso di specie, quella alterazione anche temporanea o marginale del funzionamento dell’ufficio o del servizio pubblico con la consapevolezza che l’azione potesse cagionare un determinato risultato (cfr. Cass. Pen. Sez. VI 10/12/2003), che incentra in sé la sussistenza del reato ex art. 340 c.p.

Il reato ascritto al capo A, dunque, risulta commesso tanto dalla donna più anziana che, benché più silenziosa delle altre e più ragionevole – per aver convinto le altre due alla fine a

scendere -, tuttavia è rimasta seduta sul mezzo fin quando non sono arrivate le forze dell’ordine, che dalle altre due più giovani.

Nessun dubbio sul dolo delle due imputate in ordine al reato loro ascritto essendo ben evidente per le stesse che la condotta dalle medesime perpetrate stava comportando un sensibile ritardo nel servizio di trasporto urbano, peraltro verso una destinazione tanto nevralgica quale l’Ospedale. Corretta poi è la qualificazione giuridica del reato ascritto alla sola imputata più giovane, Io.Fl., al capo C.

Le prove in atti hanno dimostrato che mentre la D’O.Fi. era in silenzio, la Io.Fl., insieme alla minorenne giudicata separatamente, all’arrivo dei poliziotti li apostrofò con gli epiteti bastardi, mongoloidi, figli di puttana, brutti stronzi, e tanto al cospetto, non solo,

dell’autista dell’autobus e del responsabile Se., Se.Fr., ma anche di tutte le persone presenti sul mezzo di trasporto e, poi, una volta scese, della gente che passava nella villetta Flora (cfr. le deposizioni di Se.Fr. e di Na.Ni.).

Infatti, l’art. 341 bis c.p., nuova formulazione (successiva alla legge n. 94 del 2009) ha ridisegnato la fattispecie astratta del reato di oltraggio a Pubblico Ufficiale prevedendo espressamente che i fatti offensivi ed ingiuriosi siano perpetrati “in presenza di più persone”, requisito richiesto in aggiunta alla circostanza che il fatto deve essere consumato “in luogo pubblico o aperto al pubblico”.

E’ evidente quale sia la ratio incriminatrice consistente nel disegnare la nuova fattispecie di reato come, sostanzialmente, una ipotesi speciale di “diffamazione” che si consuma nel momento in cui l’offesa all’onore ed al prestigio di un Pubblico Ufficiale che stia agendo nell’esercizio od a causa delle sue funzioni venga percepito da una pluralità di “persone”.

Nel caso di specie, i testi del PM hanno descritto il fatto nel senso che l’episodio di denigrazione delle Forze di Polizia è avvenuto prima sull’autobus – luogo aperto al pubblico – e poi sulla pubblica via alla presenza di più persone.

Sussiste, dunque, ed è stato integrato dall’imputata Io.Fl. il reato ex art. 341 bis c.p. ascrittole al capo C

E’ corretta altresì la qualificazione giuridica del reato di cui all’art. 651 c.p.

Infatti, gli assistenti di Polizia non conoscevano affatto né l’identità fisica né le generalità dell’odierna imputata la quale, colta nell’atto di interrompere un pubblico servizio doveva essere generalizzata e rifiutava strenuamente di fornire agli operanti le proprie generalità.

Ed in base alle deposizioni raccolte emerge che solo grazie all’intervento dell’imputata più matura di età, D’O.Fl., dopo un po’, le donne si sono decise a scendere e la stessa D’O.Fl. ha fornito al poliziotto le generalità di Io.Fl. (cfr. la deposizione Na.Ni. al verbale del 16.9.2016).

Infatti, “l’identificazione anagrafica dell’imputato avvenuta sulla base delle dichiarazioni dello stesso, anche se non confortale da alcun elemento di riscontro, consente di pervenire all’identificazione dello stesso, non potendosi ritenere che egli abbia fornito false generalità.

L’ordinamento, infatti, non impone l’espletamento delle procedure previste dall’art. 349 comma IV cpp, se non in presenza di elementi di fatto che facciano ritenere la falsità delle suddette dichiarazioni” (cfr. C. Appello Campobasso 1.4.2009).

Nel caso di specie, dunque, vi è prova che gli assistenti di Polizia abbiano richiesto espressamente le generalità alla Io.Fl. e che costei abbia ripetutamente rifiutato di fornirle fin quando le sue generalità sono state fornite dalla D’O.Fi.

Vi è dunque la piena prova che l’imputata Io.Fl. abbia volutamente rifiutato di fornire le proprie generalità ai Pubblici Ufficiali.

Il che è V in se del reato di cui al Capo B dell’imputazione: “può configurarsi il reato di cui all’rt. 651 c.p. quando venga accertato un effettivo rifiuto di indicazione sulla propria identità personale” (cfr. Cass. Pen. Sez. VI 13/9/2007 n. 34689).

Si impone, dunque, la condanna di D’O.Fi. per il solo reato di interruzione di pubblico servizio e di Io.Fl. in ordine a tutti i reati ascrittile, in continuazione fra di loro – sotto quello più grave di oltraggio a Pubblico Ufficiale sub C – in quanto è evidente che le condotte si sono sviluppate in un unico contesto spazio – tempo occasionato dalla resistenza alla richiesta di presentare o di acquistare lui biglietto che legittimasse il tragitto in autobus della medesima.

Quoad poenam, valutati tutti i parametri di cui all’articolo 133 c.p., si stima equo riconoscere a D’O.Fi., in ordine al solo reato ascrittole sub A. la pena base di mesi uno e giorni quindici di reclusione, diminuita, per le attenuanti generiche (in ragione della necessità di adeguare la pena al fatto e della collaborazione dell’imputata con le Forze di Polizia per avere fornito le generalità delle altre due), fino a quella di cui al dispositivo (mesi uno di reclusione); a Io.Fl. la pena base, per il delitto più grave ex art. 34 1 bis c.p. per mesi quattro e giorni quindici di reclusione (in considerazione della serietà dell’episodio di interruzione di pubblico servizio compiuto per la pretesa di fare il tragitto in autobus senza biglietto di viaggio), diminuita, per le circostanze attenuanti generiche (stante la opportunità di adeguare la pena alla concreta entità del fatto e per l’assenza di precedenti penali a carico della medesima) fino a quella di mesi tre di reclusione,

in ultimo aumentata, per la continuazione con gli altri due reati lino alla pena di cui al dispositivo (mesi quattro di reclusione).

Ciascuna delle due imputate va altresì condannata al pagamento delle spese processuali. Stante l’assenza di precedenti ostativi a carico delle imputate e ben potendosi presumere la futura astensione delle medesime dal delinquere, va loro concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena.

PER QUESTI MOTIVI

Il Tribunale, visto l’art. 533 cpp,

dichiara Io.Fl. e D’O.Fi. colpevoli, la seconda, del reato di cui al capo A e, l’altra, di tutti e tre i reati ascrittile ai capi A, B, C della rubrica, in continuazione fra di loro sotto quello più grave di cui al capo C e, per l’effetto, riconosciute in loro favore le circostanze attenuanti generiche,

condanna Io.Fl. alla pena di mesi quattro di reclusione e D’O.Fi. alla pena di mesi uno di reclusione oltre al pagamento, ciascuna, delle spese processuali.

Ordina che le pene inflitte alle imputate restino sospese alle condizioni di legge. Così deciso in Campobasso il 16 settembre 2016.
Depositata in Cancelleria il 27 settembre 2016.

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