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Editoriali Pubblicato il 28 dicembre 2016

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Editoriali Pasta e origine del grano, è giusto?

> Editoriali Pubblicato il 28 dicembre 2016

Il governo italiano ha proposto all’Unione Europea di inserire l’origine del grano nelle etichette della pasta, il risultato è una guerra tra pastai e mugnai contro agricoltori. Il consumatore di cosa ha realmente bisogno?

Mentre i consumatori sono in attesa dell’entrata in vigore del decreto italiano sull’indicazione del luogo di mungitura e trasformazione per latte e latticini, l’ultima proposta del governo italiano in tema di trasparenza sta creando un forte e aspro dibattito tra le parti in causa. Qual è il motivo del dibattito?

Il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali (Mipaaf) e dello Sviluppo Economico hanno inviato all’Unione europea uno schema di decreto per consentire un’etichettatura sperimentale in Italia. Il governo vuole introdurre nelle etichette della pasta l’origine del frumento utilizzato. Sono state proposte le seguenti diciture:

  • Paese di coltivazione del grano: nome del Paese nel quale il grano è stato coltivato
  • Paese di molitura: nome del paese in cui il grano è stato macinato.

Come prevede il citato decreto su latte e latticini, nel caso di paesi diversi dall’Italia, si potranno usare le diciture «Paesi UE», «Paesi NON UE», «Paesi UE e non UE», a seconda dei casi. Lo schema prevedrebbe anche una dicitura specifica nel caso in cui il grano utilizzato sia coltivato per almeno il 50% in un Paese. Se ad esempio una miscela di grani usati per una pasta è composta al 51% da frumento coltivato in Italia si dovrebbe scrivere in etichetta: «Italia e altri Paesi UE e/o non UE».

Perché il governo italiano vuole inserire questa norma?

Le motivazioni indicate dal governo sono chiaramente riferite al consumatore, in un comunicato stampa del Mipaaf [1] si legge che «oltre l’85% degli italiani considera importante conoscere l’origine delle materie prime per questioni legate al rispetto degli standard di sicurezza alimentare, in particolare per la pasta. Sono questi i dati emersi dalla consultazione pubblica online sulla trasparenza delle informazioni in etichetta dei prodotti agroalimentari, svolta sul sito del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, a cui hanno partecipato oltre 26mila cittadini.»

Nello stesso comunicato stampa si annuncia un piano di investimento triennale (2017-2019) e polizze assicurative per aiutare la produzione agricola di frumento. Il governo intende aiutare gli imprenditori agricoli per soddisfare gli standard qualitativi richiesti dal settore della trasformazione (mugnai e pastai) e al tempo stesso aumentare del 20% le superfici coltivate. Questa rubrica non ha l’obiettivo di sviscerare questioni tecniche o di politiche agricole, non mi soffermerò quindi su questi punti, comunicati solo per dovere di cronaca. L’intento di questo articolo è analizzare il motivo del contendere e cosa il consumatore dovrebbe pretendere.

Perché la polemica tra industriali e agricoltori?

Da un lato gli agricoltori, ed in particolare Coldiretti, rivendicano il diritto dei consumatori di acquistare pasta 100% made in Italy, avvalorando le tesi dell’altissima qualità del nostro territorio. Dall’altra parte gli industriali sostengono che la qualità della pasta non dipende dalla provenienza del grano, ma dalla qualità del tipo di grano, dai metodi di coltura e dalle tecnologie di macinazione e trasformazione. In realtà anche gli agricoltori sono consapevoli che non è solo il territorio a fare il buon grano, quanto invece le pratiche agricole, quindi la selezione, il lavoro dell’uomo e le tecnologie usate.

Le parti, però, non si incontrano sui prezzi. I primi accusano l’industria di non riconoscere il giusto prezzo, i secondi si difendono sui parametri qualitativi richiesti e dal limite del prezzo finale di vendita imposto dal mercato della distribuzione.

Dove sta la verità? Sicuramente il comparto agricolo soffre un prezzo di vendita basso che non consente di creare margine da reinvestire sulla qualità delle produzioni.

Sicuramente la qualità della pasta non dipende esclusivamente dal territorio di provenienza, ma dalla selezione del tipo di grano, dal metodo di coltura, dalla tecnologia di macinazione e poi estrusione della pasta, in cui il made in Italy è al top.

Sicuramente i prezzi del mercato delle materie prime non seguono i prezzi al dettaglio annullando così i margini.

Non è un caso che le industrie del settore pasta hanno da tempo incrementato la produzione della pasta fresca e dei piatti pronti secchi o surgelati: hanno creato un plus valore alla ricerca di margine economico, che nella pasta secca è minimo, a volte negativo. Un margine minimo o negativo è assolutamente da evitare, non consente innovazione ed investimenti, alla lunga (neanche troppo lunga) impedisce di coprire i costi (manodopera, macchinari, impianti, tasse, etc…) portando al fallimento di tutta la filiera.

E’ veramente necessario il grano estero?

La produzione agricola di grano italiano non è in grado di soddisfare tutta la produzione italiana di pasta. In media bisogna importare il 30/40% sul totale di grano duro utilizzato nella trasformazione della pasta (fonte Aidepi – Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane). Nei primi del novecento la quota di importazione toccava anche il 70%. Questo dato, quindi, non è figlio della globalizzazione né di altro oscuro motivo: da quando produciamo pasta importiamo le migliori qualità di grano estero, in particolare da Russia, Canada, Francia, Australia e Ucraina. Questo grano è miscelato al nostro e la qualità della pasta dipende da tutti questi grani e da come mugnai e pastai le lavorano. Sia inteso che si tratta di procedimenti meccanici e fisici dove non entra in campo nessun additivo chimico.

Gli intenti del governo per aiutare gli agricoltori ad aumentare la produzione interna sono lodevoli, ma la dichiarazione di origine, sicuramente, poco o nulla ha a che vedere con la qualità, nulla con la sicurezza del prodotto finale pasta.

Il grano estero è sicuro? Più economico?

I dati nazionali, i controlli alle frontiere e il database delle allerte europee sulla sicurezza alimentare (Rasff – Rapid Alert System for Food and Feed) non evidenziano un problema sanitario del grano estero. Anzi, purtroppo, a causa degli scarsi investimenti e di alcune condizioni agricole del terreno, del clima e delle specie usate, il grano italiano in taluni anni è stato meno sicuro di quello estero. A maggior ragione gli industriali italiani cercano l’estero, che costa mediamente di più, non si tratta quindi di forniture volte al risparmio. Il grano estero è una condizione storica della qualità della pasta italiana.

La pasta non è il ciliegino di Pachino Igp.

Per capire ancora meglio, prendiamo ad esempio il ciliegino di Pachino Igp, la sua bontà è scientificamente legata al territorio, alle condizioni geofisiche di quel particolare territorio. Coltivare lo stesso identico pomodoro da un’altra parte non garantirebbe lo stesso risultato. La pasta non è legata al territorio agricolo, ma al lavoro dell’uomo.

Il consumatore ha il diritto di scegliere la pasta basandosi sulla provenienza del grano?

Come già scritto, il governo giustifica questa proposta perché i consumatori la richiedono, legandola anche a concetti di sicurezza alimentare. Da Tecnologo alimentare devo fare alcune considerazioni. In primis, come già affermato, la sicurezza alimentare non c’entra nulla. Non è l’origine del grano a creare un prodotto sicuro, quanto un insieme di fattori: la selezione, i metodi di coltura, l’annata agricola, i controlli attivi e passivi di operatori e amministrazioni pubbliche.

Assodato questo, entriamo nel merito della scelta del consumatore. Nella creazione di un prodotto alimentare è sempre più diffuso lo studio del neuromarketing, ovvero si cerca di studiare le emozioni che può suscitare un prodotto. Una utile e discutibile affermazione di questo approccio dice:

«non siamo macchine pensanti che si emozionano, ma macchine emotive che pensano».

L’approccio del governo sembra sposare in pieno tale pensiero. La proposta di etichettatura di origine non risolve i problemi degli attori della filiera, giustifica un sentimento, una emozione che individua nel made in Italy il bene assoluto. L’origine del grano in etichetta non rispetta gli agricoltori, risponde ad una esigenza emotiva ingiustificata e non adeguatamente formata e informata. Affermare che il consumatore ha diritto di scegliere la pasta secondo la provenienza del grano offende il consumatore stesso, lo racchiude e lo certifica come “macchina emotiva” da sfruttare sulla base dei suoi umori. Una tale dichiarazione in etichetta illude che la sicurezza del prodotto pasta dipenda dalla sua origine. Tale etichetta sarebbe solo consolante sul sentimento emotivo, non di certo informativa. Il risultato, già parzialmente visibile negli scaffali e nelle pubblicità, è la creazione di pasta di seria A (100% grano italiano) ad un prezzo maggiore, e di serie B (grano non italiano) ad un prezzo inferiore. Si crea quindi una nicchia di mercato di plus valore, positiva per la filiera in termini di margine, ma assolutamente disinformativa per la percezione di qualità e sicurezza del consumatore.

Mi auguro che si possa andare oltre questo decreto e si trovi il modo di lavorare sul miglioramento del comparto agricolo nazionale, impegnandosi da ogni parte per costruire nuove alleanze fra industria e produttori agricoli. Tutti noi siamo consumatori e nel pieno rispetto del nostro made in Italy non dobbiamo correre il rischio di considerare l’estero come un essere inferiore. Fermo restando l’attenzione sulla sicurezza alimentare, la qualità delle nostre produzioni è anche frutto di sinergie e partecipazioni con persone e territori esteri. E’ la storia dell’Italia, dell’umanità, non si può pretendere di richiudersi a riccio, di sollevare muri e rinunciare alla ricchezza dello scambio umano e di quanto ogni territorio offra.

note

[1] Comunicato del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali del 20/12/2016

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1 Commento

  1. Chi parla di Made in Italy ad oltranza fa solo male all’agricoltura italiana. il male degli agricoltori italiani è nella loro impreparazione. sono rimasti indietro di cento anni. sfruttano una filiera lunghissima, non sono diventati imprenditori, ma sono rimasti solo “zappaterra”. questa è la pura e semplice verità. come possono competere con i produttori francesi o tedeschi, per non parlare del CWB? se si chiede ad un agricoltore nostrano qual’è il prezzo di mercato del grano in questo momento, al massimo saprà dire il prezzo da strozzo che gli fa il commerciante che per lui ha stoccato e venduto il frumento. triste verità!!!!

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