Professionisti Pubblicato il 23 dicembre 2016

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Professionisti Fatti e atti giuridici

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Definizione e classificazione dei fatti giuridici, la fattispecie ed effetti giuridici. Gli atti umani leciti e illeciti. Le dichiarazioni di scienza o di verità.

Definizione e classificazione dei fatti giuridici

A) Definizione

Tra i molteplici avvenimenti che si producono nella realtà naturale alcuni rivestono una particolare importanza per l’ordinamento giuridico. In particolare, si definiscono fatti giuridici i fatti che avvengono nel mondo naturale o nella realtà sociale che producono conseguenze rilevanti per il diritto (RESCIGNO).

B) Classificazione

La dottrina tradizionale distingue i fatti giuridici in:

fatti naturali, del tutto indipendenti dall’opera dell’uomo (es.: inondazione, terremoto etc., che possono provocare distruzione di proprietà), anche se possono riguardare la persona (es.: morte della persona per cause naturali, che provoca l’apertura della successione del defunto, ex art. 456 c.c.);

fatti o atti umani, posti in essere da un soggetto di diritto, quali il contratto, il matrimonio ecc. (TRABUCCHI).

BETTI critica tale distinzione, sostenendo che la natura oggettiva di per sé sola è priva di interesse ed equivoca in quanto anche un fatto naturale può essere determinato dall’uomo: così la morte di un individuo può essere causata indifferentemente da un fatto sia naturale (es.: fulmine) sia umano (es.: omicidio). CARIOTA replica affermando che il fatto resta sempre quello che è; ciò che cambia è la causa, che può essere naturale (se determina un fatto naturale) o umana (se determina un atto).

La distinzione tra fatti naturali e fatti umani è fondata sul criterio della provenienza o meno dell’evento dall’uomo, della sua «partecipazione alla causazione dell’evento» (GAZZONI): secondo la dottrina più recente tale criterio attribuisce alla bipartizione un valore naturalistico, non giuridico.

Invero quello che interessa non è tanto che un accadimento consista in un evento naturale o in una attività umana, ma la qualifica che l’ordinamento conferisce al fatto tenendo conto del ruolo svolto dalla volontà umana.

Seguendo questa impostazione distinguiamo:

fatti giuridici in senso stretto, in cui manca del tutto la volontà umana (es.: fulmine) o tale volontà, secondo la considerazione fatta dall’ordinamento giuridico, gioca un ruolo indifferente (es.: seminagione);

atti giuridici (detti anche «atti umani»), caratterizzati da un’attività umana consapevole e voluta, posta in essere da un soggetto capace di intendere e di volere, cui l’ordinamento

attribuisce il potere di modificare la realtà esterna.

Gli atti umani, a loro volta, possono suddividersi in relazione alla conformità o meno a norme giuridiche. Abbiamo allora:

atti leciti, se sono conformi al diritto;

atti illeciti, se il comportamento in cui consistono è vietato dall’ordinamento giuridico (es. reato).

TRABUCCHI pone in evidenza come, in entrambi i casi, si tratti di atti voluti, ma, mentre nell’atto lecito il soggetto vuole le conseguenze giuridiche che da questo derivano, nell’atto vietato il soggetto vuole l’atto ma non ne vuole le conseguenze, che rappresentano una sanzione per l’antigiuridicità del comportamento.

In relazione al rapporto intercorrente tra la volontà dei soggetti agenti e le conseguenze giuridiche che l’atto produce, gli atti giuridici possono suddividersi in atti giuridici in senso stretto e negozi giuridici.

Gli atti giuridici in senso stretto (o meri atti giuridici) sono quei comportamenti consapevoli e volontari che rilevano come meri presupposti di effetti giuridici. Pertanto, la volontà dei soggetti ha ad oggetto solo il compimento dell’atto (e talora la generica determinazione del contenuto) e non la determinazione degli effetti, che è riservata alla legge. Si afferma, così, che gli atti giuridici in senso stretto sono frutto di eteronomia, dato che la regola proviene da un «potere diverso ed esterno all’autonomia del privato» (GAZZONI). Ne discende che gli atti giuridici in senso stretto sono sempre tipici. Il legislatore non ha dettato una disciplina generale ed, in alcuni casi, è possibile applicare la disciplina negoziale in via analogica.

Ad esempio, Tizio, proprietario di un fondo, colloca una tubatura per portare acqua da una parte all’altra di esso; se le due parti cessano di appartenergli, per una qualsiasi causa, si costituisce automaticamente una servitù di acquedotto tra i fondi (costituzione di servitù per destinazione del padre di famiglia: art. 1062), in tal caso la costituzione della servitù è un effetto dell’attività di Tizio, predeterminato dalla legge anche se da questi non voluto.

Secondo una dottrina (SANTORO-PASSARELLI, GAZZONI), per il compimento di atti giuridici in senso stretto è necessaria la capacità di intendere e di volere (prevista dall’art. 2046 per gli atti illeciti, essi stessi considerati atti giuridici in senso stretto).

Altri autori (BIGLIAZZI-GERI), invece, ritengono che il problema della capacità dell’agente vada risolto caso per caso con riferimento al tipo di effetto che scaturisce dall’atto.

Per TRABUCCHI, l’esistenza di «anomalie che escludono coscienza e volontà portano all’inefficacia giuridica».

Generalmente, gli atti giuridici in senso stretto si suddividono in:

atti materiali (o operazioni), che consistono in una diretta modificazione materiale del mondo esterno (es.: specificazione, art. 940); in essi rileva un comportamento volontario e consapevole e non la volontà delle conseguenze;

dichiarazioni di scienza o di verità, nelle quali il soggetto dichiara di avere conoscenza di un fatto giuridico; fanno parte degli atti giuridici in senso stretto, in quanto la legge spesso le equipara ai fatti giuridici, senza ricercare se esiste una volontà degli effetti (GALGANO).

Le dichiarazioni hanno, soprattutto, valore probatorio (es.: la confessione, artt. 2730 ss.), ma possono avere anche solo lo scopo di informare (es.: notificazione al debitore della cessione del credito, art. 1264) o di intimare (es.: atto di costituzione in mora, art. 1219).

I negozi giuridici (o atti di autonomia negoziale) sono, invece, quegli atti (consapevoli e volontari) le cui conseguenze giuridiche sono determinate, nei limiti del rispetto delle norme imperative, dai soggetti agenti (es.: compravendita).

In tali atti, cioè, la volontà del soggetto è volta non solo al compimento dell’atto, ma anche alla determinazione degli effetti.

Pertanto, come vedremo meglio, il riconoscimento della autonomia attribuisce rilevanza anche ai cd. negozi atipici (art. 1322, co. 2).

È altresì possibile distinguere:

atti discrezionali, caratterizzati dalla libertà del soggetto nel compimento di un atto;

atti dovuti, compiuti nell’adempimento di un obbligo;

atti necessari, compiuti nell’adempimento di un onere.

Ed infine, in base alla struttura, i fatti giuridici possono suddividersi in positivi (se si concretano in azioni) o negativi (se si concretano in omissioni).

La fattispecie

Il fatto giuridico consiste in un accadimento (umano o naturale) capace di incidere su un rapporto giuridico. A questo proposito occorre distinguere:

— l’ipotesi astratta di un fatto giuridico, che il legislatore prevede e disciplina; si tratta della cd. fattispecie astratta (Tatbestand), che non è altro che la situazione o ipotesitipo cui il legislatore si riferisce quando detta precetti e divieti;

— il concreto verificarsi del fatto nella realtà fenomenica, cioè il fatto singolo specifico che viene preso in considerazione per confrontarlo con la fattispecie astratta, cd. fattispecie concreta.

Compito dell’interprete è, dunque, quello di esaminare se l’accadimento che si è verificato (fattispecie concreta) è equivalente a quello previsto dal legislatore nella norma (fattispecie astratta) e, in caso di coincidenza, dedurne la produzione dell’effetto (cd. procedimento di sussunzione).

Tale confronto tra la fattispecie astratta e la fattispecie concreta realizza il momento del giudizio (TRABUCCHI).

La fattispecie può essere:

semplice, se è costituita da un solo fatto giuridico (es.: morte di un individuo); in questo caso l’effetto si produce in coincidenza del verificarsi del fatto;

complessa, se è composta da una molteplicità di fatti; in questo caso la produzione dell’effetto si ha solo quando tutti i fatti si sono verificati;

a formazione progressiva, quando tra i fatti che costituiscono la fattispecie sussiste un collegamento di ordine logico e cronologico; anche in questo caso l’effetto finale è subordinato

all’accadimento di tutti i fatti previsti nella fattispecie.

In realtà nel corso della realizzazione della fattispecie complessa è solo l’effetto tipo o finale che si produce al termine della serie fattuale. I singoli fatti che compongono la fattispecie complessa producono loro stessi degli effetti che si definiscono preliminari (ad es.: nel caso di acquisto di un bene sotto condizione sospensiva, l’atto di compravendita non realizzerà ancora l’effetto tipico consistente nel trasferimento del diritto, ma certamente produrrà l’obbligo di comportarsi secondo buona fede nello stato di pendenza per salvaguardare l’aspettativa del futuro titolare del diritto).

Effetti giuridici

Ogni accadimento al quale l’ordinamento attribuisce rilevanza (fatto giuridico) produce conseguenze che si definiscono effetti giuridici (MESSINEO).

Tra il fatto giuridico e l’effetto sussiste un rapporto di causalità: il fatto è «causa diretta, concreta e particolare dell’effetto». In particolare, l’idoneità del fatto a produrre l’effetto giuridico deriva dalla legge, che è quindi solo «causa mediata» dell’effetto (CARIOTAFERRARA).

Gli effetti giuridici possono essere:

costitutivi, se sono diretti alla formazione di un rapporto giuridico;

modificativi, se intervengono su un rapporto giuridico in atto per modificarne la disciplina;

estintivi, se determinano l’estinzione di un rapporto giuridico.

Questa classificazione è espressamente dettata nell’art. 1321 in riferimento agli effetti scaturenti da un tipico fatto giuridico, il contratto.

In relazione al loro oggetto gli effetti giuridici si distinguono in:

reali, se consistono nella costituzione o trasferimento di un diritto reale;

obbligatori, se, determinano o incidono su un diritto di obbligazione.

Spesso, a un singolo fatto giuridico conseguono effetti reali ed effetti obbligatori (es.: dal negozio di compravendita derivano tanto il trasferimento del diritto reale quanto l’obbligo di pagare il prezzo).

Gli effetti in relazione ai soggetti su cui incidono possono ancora distinguersi in:

erga omnes, se valevoli contro tutti, cioè se essi devono essere rispettati da tutti;

personali, se, sono valevoli solo nei confronti di alcuni particolari destinatari.

Rispetto ai risultati possono essere:

definitivi (è la regola);

provvisori o temporanei (artt. 610, 615, 618).

Generalmente gli effetti giuridici si producono allorché si perfeziona la fattispecie da cui traggono origine. Così, nel caso di una fattispecie a formazione progressiva, prima del suo perfezionamento si potranno produrre solo effetti preliminari conseguenti ai singoli atti del procedimento, ma non l’effetto finale e tipico cui è diretta la fattispecie.

Tuttavia, in taluni casi l’ordinamento giuridico fa risalire la produzione degli effetti ad un momento precedente a quello del perfezionamento della fattispecie. In tal caso si parla di retroattività dell’effetto. L’effetto retroattivo potrà opporsi a tutti e si parlerà di retroattività reale (es., art. 1360: retroattività della condizione) o l’effetto retroattivo interesserà solo le parti e allora si parlerà di retroattività obbligatoria (es., art. 1458: retroattività della risoluzione).

L’elemento del tempo

I fatti giuridici hanno il loro svolgimento nel tempo e nello spazio. Secondo alcuni autori anche il tempo è un fatto giuridico in quanto al suo decorso l’ordinamento ricollega effetti giuridici (MESSINEO). Tuttavia, la dottrina dominante (TORRENTE, SANTORO-PASSARELLI, RESCIGNO) avverte che non è tanto il semplice decorso del tempo a determinare il prodursi di particolari effetti giuridici quanto il comportamento omissivo (ad es.: inerzia) tenuto dai soggetti. Di conseguenza il tempo e anche lo spazio non possono essere considerati fatti giuridici, bensì essi attengono alla struttura o alle modalità di realizzazione del fatto.

Si osserva (RESCIGNO) che mentre la considerazione dello spazio assume particolare importanza nel regime dei beni (si pensi all’art. 840 che definisce i limiti spaziali della proprietà), il decorso del tempo incide in modo determinante nell’ambito dei rapporti personali (es.: art. 2125) coinvolgendo la libertà e l’essere dell’individuo.

Il computo del tempo

Il computo avviene sulla base del calendario comune; quanto ai giorni, si distingue tra:

—    giorno civile, che va da una mezzanotte all’altra;

—    giorno naturale, che va dall’alba al tramonto.

Di regola la computazione civile prevale su quella naturale.

Si ricordi ancora che:

—    l’anno decorre da un determinato giorno al giorno corrispondente dell’anno successivo (indipendentemente da eventuali bisestilità);

—    i mesi sono calcolati da un determinato giorno al giorno corrispondente del mese successivo (indipendentemente dal numero dei giorni di ogni mese, es.: 1 febbraio – 1 marzo).

Nel computo non si calcola il giorno iniziale (dies a quo non computatur in termino), ma si tiene conto del giorno finale (dies ad quem computatur in termino). Si distinguono, infine:

—    il tempo utile: è quello fuori del quale non è possibile esercitare un diritto soggettivo o compiere un atto giuridico. In esso non si computano i giorni festivi, ma se il giorno di scadenza è festivo il termine si proroga al giorno seguente non festivo.

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