Professionisti Pubblicato il 24 dicembre 2016

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Professionisti La violenza come causa di impugnazione del matrimonio

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I vizi di volontà nel matrimonio, gli articoli 1434-1438 del codice civile: la violenza morale e il timore reverenziale.

La violenza morale consiste nella minaccia di un male ingiusto e notevole posta in essere per determinare un soggetto a compiere un negozio. Essa comporta un’alterazione della volontà e quindi un vizio del consenso del soggetto che la subisce, che comporta il ricorso all’annullamento del contratto. Qualora la violenza sia esercitata da un terzo il contratto sarà ugualmente annullabile e, a differenza di quanto dettato in materia di dolo, è irrilevante che il contraente sia stato a conoscenza di quanto compiuto dal terzo.

Dalla definizione data di violenza morale si evince la differenza con la violenza fisica:

— nella violenza fisica il soggetto è materialmente costretto a compiere l’atto senza averne minimamente la volontà;

— in caso di violenza morale, invece, è la sua volontà ad essere coartata in un determinato senso, per cui volontà vi è, ma è viziata (coactus, tamen volui).

Ciò giustifica la differenza di regime delle due figure: nullità assoluta in caso di violenza fisica, annullabilità in caso di violenza morale.

Dal momento che, una volta cessata la violenza, la vittima potrebbe essersi adattata alla situazione creata con la dichiarazione emessa, l’ordinamento attribuisce a chi ha subito la violenza la valutazione circa l’opportunità di agire o meno per l’annullamento (si ricordi che, ai sensi dell’art. 1442, detta azione può essere esperita entro cinque anni a partire dal momento in cui è cessata la violenza).

La violenza morale va tenuta distinta dal cd. timore reverenziale cioè il timore che il soggetto nutre, a prescindere da specifiche minacce esterne, nei confronti di una persona che si presenta ai suoi occhi, per le più svariate ragioni, gravemente severa e autorevole. In tal caso il negozio non è annullabile (art. 1437).

Il timore reverenziale diventa rilevante quando si concreta in una intimidazione morale esercitata dal superiore che minaccia il sottoposto di avvalersi della sua posizione al fine di obbligarlo a contrattare.

La violenza si distingue anche dallo stato di pericolo: nella violenza, il timore che spinge il soggetto a concludere il negozio è provocato dalla minaccia altrui (metus ab extrinseco); nello stato di necessità invece, il timore deriva da uno stato di fatto oggettivo dovuto a forze naturali (metus ab intrinseco) quali un incendio, il pericolo di crollo etc. Nel caso in cui, spinto dallo stato di necessità, un soggetto abbia concluso un negozio che altrimenti non avrebbe concluso, tale negozio non è annullabile, ma solo rescindibile qualora, proprio per il pericolo, il soggetto abbia assunto obbligazioni inique (ad esempio, cado in acqua e non so nuotare e Tizio, per salvarmi, riesce a farsi promettere 5.000 euro).

Requisiti della violenza morale

La violenza consiste nella minaccia di un male notevole e ingiusto in quanto non ogni generica minaccia rende il negozio annullabile, ma il male minacciato deve essere:

  1. di una certa entità (notevole): la gravità del male minacciato dev’essere valutata in astratto con riferimento ad una persona sensata, ciò allo scopo di evitare che una persona ragionevolmente equilibrata possa invocare un vizio del consenso anche in presenza di una minaccia irrisoria o scarsamente attendibile. Nel valutare l’idoneità della minaccia a fare impressione sul soggetto minacciato, si dovrà tenere conto della condizione della persona, dell’età e del sesso. È noto, infatti, che ad esempio una persona molto anziana può essere più impressionabile di un astratto uomo medio. Come si vede, quindi, la violenza, come l’errore, deve essere valutata con un criterio obiettivo ponderato, e cioè avuto riguardo oltre che alle reazioni concrete che la violenza ha suscitato nella vittima, anche a quelle che avrebbe suscitato in una persona normale che si fosse trovata nelle stesse condizioni della vittima (così SANTORO-PASSARELLI);
  2. ingiusto: l’ingiustizia, di solito, attiene al mezzo utilizzato per la minaccia e può essere determinata in base ai criteri generali sull’individuazione dell’illecito. La violenza non è ingiusta quando si minaccia di far valere un diritto. Così come quando un creditore, di fronte all’inadempimento della controparte, al fine di ottenere una garanzia che rafforzi il suo credito, minaccia di agire in giudizio a tutela del suo diritto. Quando però la minaccia di far valere un diritto è diretta a conseguire vantaggi ingiusti, essa può essere causa di annullamento del contratto (art. 1438). Per la giurisprudenza ciò si verifica quando il minacciante persegue un risultato diverso ed iniquo rispetto a quello perseguibile con l’esercizio del diritto. Così, ad esempio, un individuo aspira da molto tempo ad acquistare un bene immobile e si è sempre trovato di fronte al rifiuto del proprietario. Si supponga che l’aspirante acquirente, presumendo di essere a conoscenza di un illecito penale commesso dal proprietario dell’immobile, minacci di denunciarlo all’autorità giudiziaria al solo fine di indurlo a vendere il bene. Il proprietario, acconsente suo malgrado a stipulare il contratto, che deve pertanto ritenersi annullabile;
  3. diretto alla persona o ai beni dello stesso contraente (o del coniuge o di un discendente o di un ascendente di questo; art. 1436). Va osservato che il legislatore ha limitato la possibilità di addurre come cause perturbatrici del volere i pericoli incombenti su più lontani congiunti o amici, rimettendo in tal caso l’annullabilità del contratto alla prudente valutazione del giudice.

Anche il matrimonio può essere annullato su istanza del coniuge il cui consenso sia stato estorto con violenza (art. 122, co. 1, c.c.). Si tratta della violenza morale, in quanto la violenza fisica comporterebbe la nullità radicale dell’atto per mancanza del consenso. La violenza deve essere idonea a far temere un male ingiusto e notevole, secondo il principio generale dell’art. 1435 c.c.

L’azione di annullamento non può essere proposta se vi è stata coabitazione per un anno dopo la cessazione della violenza (art. 122, co. 4).

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