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Lo sai che? Pubblicato il 26 dicembre 2016

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Lo sai che? Se l’avvocato incassa somme del cliente

> Lo sai che? Pubblicato il 26 dicembre 2016

L’avvocato deve mettere immediatamente a disposizione della parte assistita le somme riscosse per conto della stessa: l’azione disciplinare può essere avviata in qualsiasi momento.

L’avvocato che incassa una somma di denaro per conto del proprio cliente ha l’obbligo di comunicarglielo immediatamente e, su sua richiesta, consegnargliela. Diversamente, egli commette, oltre a un reato, anche un illecito deontologico. Questo illecito può essere fatto valere in qualsiasi momento, almeno finché le somme non vengono restituite al legittimo destinatario. È quanto chiarito dalle Sezioni Unite della Cassazione con una recente sentenza [1].

L’obbligo di restituire subito le somme al cliente

L’avvocato è tenuto a versare, nelle mani del proprio assistito, le somme riscosse per conto di questi dalla controparte. Si pensi al caso in cui l’assicurazione versi un anticipo sul risarcimento, attendendo, per il residuo, l’esito della sentenza; oppure al caso in cui, avendo vinto il giudizio, il legale trattenga parte degli importi corrisposti dal soccombente a titolo di proprio onorario. Numerose sono le disposizioni del codice deontologico forense che vietano tale comportamento.

In particolare si prevede che:

«L’avvocato deve mettere immediatamente a disposizione della parte assistita le somme riscosse per conto della stessa [2]».

Il che significa, che nel momento in cui ottiene dall’avversario di causa un pagamento, deve subito comunicarlo al proprio assistito e, se questi lo richiede, versarglielo.

Inoltre…

«L’avvocato non deve subordinare al riconoscimento di propri diritti, o all’esecuzione di prestazioni particolari da parte del cliente, il versamento a questi delle somme riscosse per suo conto [3]».

Ciò vuol dire che, se anche l’avvocato non è stato ancora pagato, non può trattenere le somme riscosse dalla controparte per suo conto, ma deve comunque versargliele.

Ed ancora…

«L’avvocato non deve subordinare l’esecuzione di propri adempimenti professionali al riconoscimento del diritto a trattenere parte delle somme riscosse per conto del cliente o della parte assistita [3]».

Così, il legale non può mettere il proprio cliente dinanzi all’alternativa «O mi autorizzi a trattenere le somme riscosse oppure non mi presento alla prossima udienza».

La sanzione è la sospensione dall’esercizio della professione.

Tutto ciò che l’avvocato può fare è [2] trattenere le somme da chiunque ricevute a titolo di rimborso delle anticipazioni sostenute, ma resta comunque tenuto a darne immediato avviso al cliente.

Ciò vuol dire ad esempio che, se il legale ha pagato di tasca propria le tasse per l’avvio del giudizio, al primo pagamento che riceve dalla controparte ha diritto a trattenere tali importi a compensazione dell’anticipo.

Infine, l’avvocato ha diritto di trattenere le somme da chiunque ricevute imputandole a titolo di compenso:

  • quando abbia avuto l’autorizzazione del proprio cliente;
  • oppure quando si tratti di somme liquidate dal giudice a titolo di suo compenso, a carico della controparte, e l’avvocato non le abbia già ricevute dal proprio cliente;
  • quando abbia già formulato al proprio cliente una richiesta di pagamento del proprio compenso e quest’ultimo l’abbia accettata.

L’avvocato rischia finché trattiene le somme del cliente

Il termine per denunciare un avvocato al consiglio dell’Ordine per un illecito disciplinare è di sei anni dal fattaccio [4] (stabilisce la normativa, infatti, che «L’azione disciplinare si prescrive nel termine di sei anni dal fatto»); tuttavia tale termine decorre dal momento in cui l’illecito è cessato. Viceversa, se l’illecito permane, come appunto nel caso in cui l’avvocato continui a trattenere le somme dovute al cliente, senza comunicarglielo, l’azione disciplinare può essere sempre intrapresa. È quel che si definisce un illecito permanente, che può essere contestato cioè finché dura. Si tratta, quindi, di un illecito disciplinare che non si prescrive finché rimane in piedi, ossia fino a quando le somme non vengono consegnate (ossia dalla data di cessazione della condotta).

note

[1] Cass. S.U. sent. 13379/16 del 30.06.2016.

[2] Art. 31 cod. deontologico forense

[3] Art. 29 cod. deontologico forense

[4] L. n. 247/2012, art. 56.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 7 – 30 giugno 2016, n. 13379
Presidente Rordorf – Relatore Iacobellis

Svolgimento del processo

L’avv. L.C. ha proposto ricorso per la cassazione della decisione del CNF n. 166/2015 con la quale è stato rigettato il ricorso dal medesimo proposto avverso la decisione dei COA di Campobasso dell’8/4/2013, con la quale esso ricorrente era stato ritenuto responsabile dell’indebita ritenzione di somme riscosse per conto di un cliente- Banco di Sicilia-, così violando gli articoli 7, comma 1 (Dovere di fedeltà), 8 (Dovere di diligenza), 38 comma 1 (Inadempimento al mandata) 41, commi 1, 2 e 3 (Gestione di denaro altrui), con irrogazione della sospensione dall’esercizio della professione per mesi 11. Il CNF riteneva infondata l’eccezione di prescrizione formulata dal C. sul rilievo che la violazione deontologica risultava Integrata da una condotta protrattasi nel tempo, richiamando in proposito l’orientamento espresso con le decisioni n. 208 dei 28/12/2012, n. 55 del 10/4/2013, n. 132 dei 8/9/2011, nonché di queste SS.UU. n. 14620 dell’1/10/2003. Il ricorso è fondato su unico motivo. Nessuna attività difensiva ha svolto il CNF.

Motivi della decisione

Assume il ricorrente la violazione dell’art. 51 del r.d.l. 1578/1933, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., laddove il CNF ha ritenuto il carattere permanente della condotta da lui avuta. Afferma il C. che la data di commissione dell’illecito andrebbe individuata nel giorno successivo alla riscossione delle somme- 11/10/2006-, come peraltro ritenuto dall’istituto bancario mandante che aveva richiesto al tribunale di Milano d.l. in danno di esso ricorrente con interessi decorrenti per l’appunto dalla suddetta data; da ciò conseguirebbe l’avvenuto decorso del termine di prescrizione quinquennale alla data di apertura dei procedimento disciplinare – 31/5/2012-.
La censura è infondata. Ai sensi dell’art. 51 del regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578, l’azione disciplinare nei confronti dell’avvocato si prescrive nel termine di cinque anni, che decorrono dal giorno di realizzazione dell’illecito, ovvero, se questo consista in una condotta protratta, dalla data di cessazione della condotta stessa.
E’ circostanza pacifica che il C. per conto del Banco di Sicilia s.p.a., attraverso mandati emessi a suo nome dal Cancelliere del Tribunale di Larino, abbia riscosso, in data 11/10/2006, la somma di € 161.151,61; e che tale somma non sia stata versata al Banco di Sicilia s.p.a. fino all’inizio del procedimento disciplinare – l’avv. C. avrebbe ripetutamente promesso la restituzione delle somme senza a ciò provvedere-.
II disposto dell’art. 44, ultimo comma, del codice deontologico forense vigente ratione temporis, secondo cui “l’avvocato è tenuto a mettere immediatamente a disposizione della parte assistita le somme riscosse per conto di questa”, contrariamente all’assunto del ricorrente, non può essere interpretato nel senso della irrilevanza della successiva indebita ritenzione del denaro riscosso. La condotta del professionista, nel caso in esame, presenta i connotati tipici della continuità della violazione deontologica, per tale sua natura destinata a protrarsi fino alla restituzione delle somme che il medesimo avrebbe dovuto mettere a disposizione del cliente. Ne consegue che il protrarsi di tale condotta fino alla decisione del COA è ostativa al decorso del termine prescrizionale di cui all’art. 51 cit., come ritenuto dalla sentenza Impugnata. Ciò non senza rilevare che analogo carattere permanente va riconosciuto alle correlate e contestate violazioni di cui agli artt. 7 (dovere di fedeltà), 8 (diligenza), 38 (inadempimento del mandato). Nulla per le spese in assenza di attività difensiva.
Al sensi dell’art. 13 comma 1 quater decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, il ricorrente e tenuto a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, il ricorrente è tenuto a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.

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