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Lo sai che? Pubblicato il 27 dicembre 2016

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Lo sai che? Che fare se il saldo del conto corrente è sbagliato?

> Lo sai che? Pubblicato il 27 dicembre 2016

Il cliente che vuole contestare il saldo del conto corrente deve dimostrare l’errore della banca nella contabilizzazione di accrediti e addebiti.

Se il cliente intende contestare l’estratto conto che gli ha inviato la banca, con il saldo e le movimentazioni fatte in entrata (versamenti) e in uscita (prelievi), deve inviare, alla filiale presso cui è cliente, una lettera di contestazione entro 60 giorni da quando ha ricevuto il predetto estratto conto. Lo deve fare con raccomandata a.r. o con posta elettronica certificata (Pec). Se la banca non intende accogliere le lamentele del cliente, quest’ultimo potrà rivolgersi all’Abf, l’arbitro bancario e finanziario e, in ultima istanza, al Tribunale. Nell’ipotesi in cui lo scontro in causa sia necessario, spetta al cliente dimostrare l’errore in cui è incorso l’istituto di credito; non è quindi la banca a dover dimostrare la correttezza del proprio operato. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. Ma procediamo con ordine.

I tre passaggi per contestare il saldo del conto corrente

Il cliente che voglia contestare errori nell’estratto conto deve rispettare le seguenti procedure:

  • inviare una diffida scritta alla banca entro 60 giorni;
  • se la banca non risponde o non accetta la contestazione, il cliente deve rivolgersi all’Arbitro bancario finanziario;
  • se anche in questa sede egli non ottiene la tutela sperata, può rivolgersi al tribunale, instaurando una causa.

Che fare se sull’estratto conto compare un prelievo che non ho mai eseguito o un addebito mai richiesto?

Chi ritiene che il saldo del proprio conto corrente non sia corretto deve inviare una formale contestazione alla propria banca. Tale contestazione – che deve mettere in evidenza gli errori rilevati – deve arrivare, nelle mani dell’istituto di credito, non oltre il sessantesimo giorno da quello in cui il correntista ha ricevuto la sua copia periodica dell’estratto conto. Questo significa che la lettera va spedita con qualche giorno di anticipo.

Se il correntista fa scadere tale termine, l’estratto conto si considera approvato e non può più essere contestato. Tuttavia, secondo la giurisprudenza, la presenza di tassi usurari, di anatocismo bancario, di commissioni o di spese non dovute può essere fatta valere anche se non c’è stata contestazione nei suddetti 60 giorni, purché la causa venga avviata entro e non oltre 10 anni.

Il cliente può esigere che la banca gli dia copia di tutta al documentazione relativa alle singole operazioni effettuate sul conto corrente. Tale documentazione gli deve essere consegnata entro massimo 90 giorni.

La banca deve rispondere alla contestazione del proprio cliente entro i successivi 30 giorni. Lo deve fare per iscritto. Si possono profilare, a questo punto, due diverse soluzioni:

  • se la banca riconosce l’errore, deve accreditare al cliente le maggiori somme da questi pretese;
  • se la banca non riconosce l’errore, il cliente deve rivolgersi all’Abf.

Che succede se la banca non risponde o risponde negativamente alla contestazione?

Se la lettera di contestazione inviata alla banca non dà gli esiti sperati, il correntista deve rivolgersi all’Abf, un organismo indipendente e imparziale che serve per risolvere, in via stragiudiziale, le liti tra istituti di credito e loro clienti. Il tutto con un procedimento estremamente veloce e sostanzialmente gratuito.

Per avviare il ricorso bisogna compilare il modulo presente sul sito dell’Abf e versare un contributo spese alla Banca d’Italia tramite bonifico bancario, in contanti o con bollettino postale. A questo punto si apre la procedura vera e propria che consta delle seguenti scadenze:

  • entro 45 giorni la Banca deve inviare alla segreteria dell’Abf memorie o controdeduzioni;
  • viene avviata la fase istruttoria: gli arbitri decideranno sulla base della documentazione fornita dalle parti che può essere integrata, su richiesta della segreteria stessa;
  • entro 60 giorni dal ricevimento delle controdeduzioni l’Abf emette la decisione motivata;
  • nei successivi 30 giorni dalla pronuncia, la segreteria invia la decisione e motivazione alle parti;
  • se il ricorso è accolto viene comunicato il termine entro cui la banca deve adempiere alla decisione; se non è fissato alcun termine essa deve ottemperare entro trenta giorni dalla comunicazione.

Le decisioni dell’Abf non sono vincolanti per le parti.

Che succede se l’Abf non mi dà ragione?

Il correntista a questo punto deve prima rivolgersi a un organismo di mediazione presso la città del tribunale competente, accompagnato dal proprio avvocato. Qui deve tentare una seconda conciliazione. Se non riesce, può avviare la causa in tribunale.

A chi spetta la prova in causa?

Secondo la pacifica giurisprudenza della Cassazione, la parte che agisce in giudizio, sia essa la banca o il correntista, a seconda che si tratti di un’azione di recupero credito o di un’azione di ripetizione d’indebito, deve avere le prove di ciò che afferma. È quello che si chiama onere della prova.

Non importa dunque che la banca sia in possesso di tutta la documentazione necessaria per decidere la controversia: è il cliente che prima deve procurarsela e poi esibirla al giudice per dimostrare le proprie ragioni.

Infatti, solo la produzione del contratto e di tutti gli estratti conto emessi dall’inizio alla chiusura del rapporto consente la ricostruzione integrale del rapporto con dati contabili certi, e quindi l’esatta determinazione del saldo, depurato da eventuali interessi ultralegali, usurari e anatocistici.

Ecco perché il cliente ha il dovere, prima ancora che l’onere, di conservare la documentazione bancaria e, solo in caso di eccezionale allegazione di particolari eventi, può richiedere, prima del giudizio e, se necessario, con apposita domanda al giudice, di ricostruire la propria per mezzo di quella conservata dalla Banca.

note

[1] Cass. ord. n. 17923/16 del 12.09.2016.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 1 luglio – 12 settembre 2016, n. 17923
Presidente Ragonesi – Relatore Genovese

Fatto e diritto

Ritenuto che il consigliere designato ha depositato, in data 20 luglio 2015, la seguente proposta di definizione, ai sensi dell’art. 380-bis cod, proc. civ.:
«Con sentenza in data 25 gennaio 2014, il Tribunale di Catanzaro ha accolto l’appello proposto dalla Banca Popolare di Crotone SpA, nei confronti del signor L.A., contumace, contro la sentenza del giudice di Pace di Davoli che, a sua volta, aveva condannato la Banca al pagamento, in favore del correntista, di una somma di denaro, previa dichiarazione della nullità delle clausole di capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi e ricostruzione del rapporto di conto corrente, a titolo di restituzione delle somme non dovute. Sul gravarne della Banca, il Tribunale ha riformato la sentenza di prime cure e condannato il correntista alla restituzione di quanto ricevuto, oltre che alle spese giudiziali.
Avverso la sentenza del Tribunale, l’A. ha proposto ricorso, con atto notificato l’11 marzo 2015, sulla base di tre motivi (con i quali lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 156, 157, 159, 160 e 170 c.p.c. ed altre norme di diritto) e vizi motivazionali. La Banca non ha svolto difese.
Il ricorso appare manifestamente infondato atteso che:
a)quanto alla prima censura, con la quale afferma la nullità della sentenza per l’irregolare notificazione dell’appello, si osserva che, dalla consultazione del fascicolo d’ufficio, risulta che la citazione di appello da parte della Banca è stata regolarmente notificata al signor A., presso lo studio (posto in via Nazionale di Monasterace) del suo difensore in prime cure, l’avv. S. (avviso di ricevimento n. 2807/A del 30-31 luglio 2008: in atti) e che corrisponden anche a quello dell’odierno difensore in Cassazione (cfr. frontespizio del fascicolo di parte depositato);
b) quanto al secondo mezzo di ricorso, esso si palesa del tutto improcedibile, ai sensi dell’art. 369, secondo comma, n. 4, cod. proc. civ_, così come modificato dall’art. 7 del d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, che onera la parte di produrre, a pena di improcedibilità del ricorso, «gli atti processuali, i documenti, i contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda», non avendo il ricorrente provveduto al deposito dei documenti sui quali il ricorso si basa (sentenza del giudice di pace di Davoli; estratti conto che avrebbero, a dire del ricorrente, permesso la completa ricostruzione del rapporto di dare ed avere, non tenuti in considerazione dal giudice di appello);
c) che, peraltro, la ratio decidendi contenuta della sentenza di appello appare plausibile, in quanto è principio fermo (Sez. l,, Sentenza n, 17948 del 2006) quello secondo cui «l’eribizione a norma dell’art. 210 cod.
proc. ciré. non pure in alcun caso supplire al mancato assolvimento dell’onere della
prova a carico della parte istante.»;
d)che, infatti, il principio di prossimità o vicinanza della prova, in quanto eccezionale deroga al canonico regime della sua ripartizione, secondo il principio ancor oggi vigente che impone (incumbit,) un onus probandi ei qui dicit non ei qui negat, deve trovare una pregnante legittimazione che non può semplicisticamente esaurirsi nella diversità di forza economica dei contendenti ma esige l’impossibilità della sua acquisizione simmetrica, che nella specie è negata proprio dall’obbligo richiamato dall’art. 117 ‘l’UB, secondo cui, in materia bancaria, «I contratti sono redatti per iscritto e un esemplare è consegnato ai clienti.»; (11) che, a tal riguardo e nella specie, il ricorrente, da un lato, afferma che tale consegna non sia avvenuta (ciò che avrebbe dovuto costituire oggetto di una apposita e tempestiva documentata istanza all’Istituto di credito) e, da un altro, postula una possibilità di ricostruzione completa del rapporto contrattuale sulla base degli estratti conto che, tuttavia, non sono bastati al primo giudice il quale, nel disporre una CTU reputata in sede di appello come esplorativa, ha disposto sto proprio l’acquisizione del contratto di apertura del conto corrente;
e) che, infine, il terzo mezzo relativo alla riforma della statuizione di liquidazione equitativa della somma dovuta dalla banca, la censura appare assorbita dalla reiezione del secondo mezzo, potendo liquidarsi una somma solo se è provato che essa è dovuta, ciò che difetta nella specie.
In conclusione, si deve disporre il giudizio camerale ai sensi degli artt. 380-bis e 375 n. 5 c.p.c.».
Considerato che il Collegio condivide la proposta di definizione contenuta nella relazione di cui sopra, alla quale non risultano essere state mosse osservazioni critiche;
che, perciò, il ricorso, manifestamente infondato, deve essere respinto, in applicazione dei richiamati ed enunciati principi di diritto;
che, alla reiezione del ricorso, non consegue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali di questa fase, atteso che l’intimata non ha ivi svolto difese, ma solo il raddoppio del contributo unificato.

P.Q.M.

La Corte,
Respinge il ricorso.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quarer,del d.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17, della legge n. 228 del 2012, dichiara che sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art.. 13.

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