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Lo sai che? Pubblicato il 28 dicembre 2016

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Lo sai che? Causa persa, non pago se appello?

> Lo sai che? Pubblicato il 28 dicembre 2016

L’appello non sospende l’obbligo di adempiere al comando contenuto nella sentenza di primo grado, sempre che in prima udienza non ne venga sospesa l’esecutività.

L’appello non sospende, per chi ha perso una causa, l’obbligo di pagare le somme indicate nella sentenza di condanna di primo grado. Non almeno in via automatica. È sempre però possibile chiedere al giudice di secondo grado di sospendere l’esecutività della sentenza impugnata. Ma procediamo con ordine.

Fare appello sospende la condanna di primo grado?

Fare appello è già di per sé un rischio: chi perde in secondo grado può essere costretto a pagare, a titolo di sanzione, oltre alle spese legali sostenute dalla controparte, un importo pari al contributo unificato. Se poi si agisce solo per allungare i tempi del pagamento della condanna di primo grado si rischia di fare un buco nell’acqua e, anzi, di peggiorare le cose. Difatti, chi perde in primo grado è costretto ad eseguire immediatamente l’ordine impartito dal giudice, anche se propone appello (ricordiamo che l’appello va intrapreso entro 30 giorni dalla notifica della sentenza al proprio avvocato o, in mancanza, entro 6 mesi, fatta salva la sospensione dei termini dal 1° al 31 agosto).

Se, pertanto, la sentenza impugnata contiene il comando di pagare determinate somme alla controparte, l’appello non ne sospende l’esecutività. Questo concetto viene espresso, in termini più tecnici, con il seguente principio: la sentenza è provvisoriamente esecutiva benché oggetto di impugnazione. In buona sostanza, anche chi proporne appello deve provvedere all’immediato pagamento non appena ha notizia della precedente condanna. È chiaro che, qualora questi dovesse poi vincere il secondo grado, avrà diritto alla restituzione di tutte le somme versate. Insomma, il “conguaglio” viene fatto alla fine del giudizio.

Quanto sopra vale non solo per la condanna alle somme da pagare in favore della parte vincitrice del primo grado, ma anche a titolo di spese legali, ossia la refusione dei costi di giudizio sostenuti dall’avversario, secondo quanto liquidatogli dal giudice (così la parcella del suo avvocato; le spese vive per contributo unificato, notifiche, bolli; il compenso eventualmente versato al consulente tecnico d’ufficio, ecc.).

La sospensione della sentenza di primo grado

È tuttavia facoltà dell’appellante chiedere al giudice di secondo grado di sospendere l’esecutività della sentenza impugnata. A tal fine, però, deve dimostrare che sussistono fondati motivi, anche collegati al rischio di insolvenza della controparte.

L’espressione «gravi motivi» è volutamente ampia e generica per lasciare ampio spazio alla discrezionalità del giudice.

Nei fatti, il giudice d’appello (sia esso il tribunale – per le sentenze emesse dal giudice di pace – o la Corte di Appello – per le sentenze emesse dal tribunale –) valuta la sussistenza di due condizioni prima di concedere la sospensione della sentenza di primo grado e, quindi, bloccare momentaneamente l’obbligo di pagare le somme:

  • il “sentore” che l’impugnazione sia fondata (nel senso che quanto più è fondata, più deve essere concessa la sospensione); il giudice valuta se, sulla base delle carte già in suo possesso, la critica alla sentenza di primo grado fatta dall’appellante sembra meritare accoglimento;
  • l’esecuzione della sentenza di primo grado deve comportare, per l’appellante, un danno irreparabile. Due sono le ipotesi tipiche. La prima è quella in cui l’obbligo di pagare una cifra elevata è in grado di mettere in ginocchio un soggetto o un’impresa (esponendola magari al rischio di fallimento). La seconda è quella di chi sia costretto a pagare i soldi a un soggetto poco solvibile, che potrebbe, durante il giudizio di secondo grado, spendere completamente l’importo o occultarlo, rendendone così difficile il recupero in caso di ribaltamento della pronuncia di primo grado ad opera della sentenza d’appello.

Onde evitare che la sentenza di primo grado venga impugnata anche con lo scopo di nascondere i propri soldi che, altrimenti, servirebbero per pagare l’avversario provvisoriamente vittorioso in primo grado, il giudice di appello può subordinare la sospensione della sentenza al versamento di una cauzione. La cauzione verrà disposta in caso di accoglimento dell’istanza di sospensione; sarà quindi il soccombente nel giudizio di primo grado a versare la cauzione disposta.

Chiedere la sospensione della sentenza di primo grado senza che sussistano le due predette condizioni è un grosso rischio: difatti, stabilisce la legge [1], se l’istanza di sospensione viene rigettata dal giudice perché inammissibile o manifestamente infondata, la parte che l’ha proposta può essere condannata a pagare una multa tra 250 e 10.000 euro; tale provvedimento non è impugnabile.

Chi impugna deve, per il momento, pagare

Sintetizzando quanto sinora detto, l’appello non sospende l’obbligo di pagare le somme indicate nella sentenza di primo grado. L’unico modo per ottenere tale beneficio è chiedere al giudice di appello, già con l’atto stesso di impugnazione, di “bloccare” l’immediata esecutività della pronuncia impugnata. Tale beneficio viene disposto non in via automatica, solo con la presentazione dell’appello o dell’istanza di sospensione, ma a seguito di un’attenta e ponderata valutazione sui presupposti del diritto fatto valere e dei danni che possono conseguire dell’esecuzione della sentenza di primo grado.

note

[1] Art. 283 cod. proc. civ.

Autore immagine: 123rf com

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