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Lo sai che? Pubblicato il 28 dicembre 2016

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Lo sai che? Quando scade la cartella di pagamento?

> Lo sai che? Pubblicato il 28 dicembre 2016

Cartella esattoriale: oltre alla prescrizione del credito, l’Agente per la riscossione deve rispettare il termine di scadenza di un anno dalla notifica della richiesta di pagamento.

Non tutti sanno che, decorso un anno da quando la cartella di pagamento è stata notificata, questa scade e il fisco non può più procedere al pignoramento nei confronti del contribuente. Solo l’invio di un ulteriore sollecito di pagamento (meglio detto «intimazione ad adempiere») consente l’avvio dell’esecuzione forzata. Tuttavia, anche l’intimazione di pagamento ha un termine di scadenza, che è inferiore a quello della prima cartella: solo 6 mesi di efficacia (o meglio 180 giorni); dopodiché scade e non è possibile più intraprendere l’azione esecutiva. Non almeno fino a notifica di ulteriore intimazione. E così via, a meno che, nel frattempo, il credito non sia andato in prescrizione. Insomma, il pignoramento del fisco è legittimo solo se il debitore, al massimo negli ultimi 12 mesi, ha ricevuto una cartella di pagamento o, negli ultimi 6 mesi, ha ricevuto un’intimazione ad adempiere.

Ma procediamo con ordine e vediamo qual è il termine di validità della cartella di pagamento e quando si prescrive, invece, il credito.

Quando la cartella di pagamento va in prescrizione?

In verità, ad andare in prescrizione non è la cartella, ma il diritto di credito che la sorregge. A seconda del tipo di imposta richiesta, si ha una prescrizione differente. In particolare, se la cartella di pagamento richiede il pagamento di

  • Iva: la prescrizione è di 10 anni;
  • Canone Rai: la prescrizione è di 10 anni;
  • Irpef: la prescrizione è di 10 anni;
  • Irap: la prescrizione è di 10 anni;
  • Contributi camera di Commercio: la prescrizione è di 10 anni;
  • Imposta di registro: la prescrizione è di 10 anni;
  • Imposta ipocatastale: la prescrizione è di 10 anni;
  • Imu e Ici: la prescrizione è di 5 anni;
  • Tasi: la prescrizione è di 5 anni;
  • Tari (imposta sui rifiuti): la prescrizione è di 5 anni;
  • Tosap: la prescrizione è di 5 anni;
  • Sanzioni di varia natura: la prescrizione è di 5 anni;
  • Multe stradali: la prescrizione è di 5 anni;
  • Contributi Inps: la prescrizione è di 5 anni;
  • Contributi Inail: la prescrizione è di 5 anni;
  • Bollo auto: la prescrizione è di 3 anni.

La prescrizione inizia a decorrere dalla notifica della cartella di pagamento, ossia da quando è stata ritirata dal contribuente. Se tra questa data e l’avvio di un pignoramento, un fermo, un’ipoteca o la notifica di un’intimazione di pagamento o di un’ulteriore cartella decorrono i suddetti termini, il diritto di credito si è prescritto e il fisco non può più procedere a effettuare azioni esecutive. Se queste, ciò nonostante, vengono intraprese, sono illegittime ed è consentito opporsi all’esecuzione.

Il giudice competente per presentare l’opposizione è:

  • Iva: la Commissione Tributaria Provinciale;
  • Canone Rai: la Commissione Tributaria Provinciale;
  • Irpef: la Commissione Tributaria Provinciale;
  • Irap: la Commissione Tributaria Provinciale;
  • Contributi camera di Commercio: la Commissione Tributaria Provinciale;
  • Imposta di registro: la Commissione Tributaria Provinciale;
  • Imposta ipocatastale: la Commissione Tributaria Provinciale;
  • Imu e Ici: la Commissione Tributaria Provinciale;
  • Tasi: la Commissione Tributaria Provinciale;
  • Tari (imposta sui rifiuti): la Commissione Tributaria Provinciale;
  • Tosap: la Commissione Tributaria Provinciale;
  • Sanzioni di varia natura: la Commissione Tributaria Provinciale;
  • Multe stradali: il giudice di Pace;
  • Contributi Inps: il tribunale ordinario, sezione lavoro;
  • Contributi Inail: il tribunale ordinario, sezione lavoro;
  • Bollo auto: la Commissione Tributaria Provinciale.

Quando scade la cartella di pagamento?

Oltre ai suddetti termini ci sono anche quelli di “efficacia” della cartella di pagamento. La legge [1] infatti impone all’Agente della Riscossione di avviare il pignoramento non prima di 60 giorni dalla notifica della cartella (30 per le multe stradali; 40 per i contributi Inps e Inail) e non oltre un anno. Si tratta di una sorta di termine di scadenza. Difatti, la cartella di pagamento è equiparata a un tradizionale precetto del processo esecutivo civile (con la differenza che quest’ultimo “scade” dopo solo 90 giorni).

Se l’Agente per la riscossione lascia scadere il termine di un anno, non può avviare le azioni esecutive contro il contribuente, ma deve prima rinotificare la cartella di pagamento o un’intimazione ad adempiere. Lo può fare, però, sempre che, nel frattempo, non siano decorsi i termini di prescrizione, diversamente il secondo atto è nullo.

Facciamo qualche esempio

Immaginiamo che il 30 novembre 2015 un contribuente riceva una cartella per il bollo auto e che, fino al 1° febbraio 2019 non riceva altro.

Il 2 febbraio 2019 riceve un’intimazione di pagamento e il 1 marzo 2019 l’atto di pignoramento.

In tal caso, è vero che l’intimazione di pagamento non è ancora scaduta, ma l’esecuzione forzata è illegittima perché, nel frattempo, il diritto di credito si è prescritto.

Immaginiamo che il 30 novembre 2015 un contribuente riceva una cartella per il bollo auto e che, fino al 1° febbraio 2017 non riceva altro.

Il 2 febbraio 2016 riceve un pignoramento del conto corrente. Anche in questo caso l’esecuzione forzata è illegittima perché, sebbene il credito non si è ancora prescritto, la cartella è ormai “scaduta”. In tal caso il fisco avrebbe dovuto, prima di avviare il pignoramento, notificare un sollecito di pagamento.

Come la cartella di pagamento, anche l’intimazione di pagamento perde efficacia, ma nella metà del tempo: bastano infatti 180 giorni dalla data della sua notifica perché essa non abbia più valore. L’Agente della riscossione, tuttavia, è libero di notificare una seconda intimazione ad adempiere che avrà anch’essa validità per altri 180 giorni, e così via almeno finché non si sarà prescritto completamente il credito.

L’intimazione è nulla se non preceduta dalla notifica della cartella di pagamento o dell’accertamento esecutivo.

L’intimazione di pagamento

L’atto di intimazione – che, secondo alcune sentenze, deve indicare il responsabile del procedimento a pena di nullità [2] – deve essere notificata con raccomandata a.r. o con posta elettronica certificata (Pec); essa segue un modello fissato da decreto ministeriale secondo lo schema che potrete vedere Cliccando qui.

intimazione di pagamento Equitalia

La notifica dell’intimazione di pagamento (o ad adempiere) interrompe il termine di prescrizione del credito.

Secondo l’orientamento prevalente, l’intimazione di pagamento è impugnabile in commissione tributaria (quando il relativo credito ha natura tributaria) per vizi propri [3].

Prima del fermo o ipoteca non c’è bisogno di notificare l’intimazione di pagamento anche se è decorso più di un anno dalla notifica della cartella esattoriale. Fermo e ipoteca, infatti, non sono atti di esecuzione forzata ma misure cautelari. Pertanto, possono essere disposti anche se, nel frattempo, la cartella o l’intimazione di pagamento sono, nel frattempo, scadute.

Cartelle di pagamento per importi bassi

Se il debito da riscuotere è inferiore a 1.000 euro, Equitalia prima di iniziare l’esecuzione deve inviare al debitore, con posta ordinaria, una comunicazione contenente il dettaglio delle iscrizioni a ruolo; deve poi attendere il decorso del termine di 120 giorni per iniziare l’esecuzione [4].

note

[1] Art. 50 co. 2 e 3 DPR n. 602/1973.

[2] Art. 7 L. 212/2000 e CTP Cosenza sent. n. 257 del 6.04.2009.

[3] Cass. S.U. sent. n. 8279/2008.

[4] Art. 1 c. 544 L. 228/2012.

Autore immagine: 123rf com

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