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Lo sai che? Pubblicato il 29 dicembre 2016

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Lo sai che? Diffamazione per chi offende il criminale anche se condannato

> Lo sai che? Pubblicato il 29 dicembre 2016

Il titolare di un sito internet non può chiamare «pregiudicato» o «farabutto» una persona nonostante il certificato penale di quest’ultima sia la prova della sua colpevolezza.

Anche il criminale ha diritto ad essere rispettato: sicché l’eventuale critica o disprezzo non deve essere mai gratuita e rivolta alla persona, ma riferirsi al fatto. Pertanto, chiamare «pregiudicato» o «farabutto» una persona, anche se il certificato di quest’ultima dimostra che è stata condannata per reati, costituisce diffamazione. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di due giorni fa [1].

La vicenda riguarda il proprietario di un sito internet sottoposto a sequestro preventivo, per aver pubblicato un commento nel quale un manager sportivo veniva definito «emerito farabutto» e «pregiudicato doc», con tanto di certificato penale allegato. Evidentemente, secondo i giudici della Cassazione, la verità della notizia non giustifica invettive di tipo personale, ossia rivolte alla moralità della persona. L’esposizione del commento giornalistico, che certo può far riferimento ai trascorsi penali di un soggetto, deve essere comunque imparziale, distante e riferirsi ai fatti, non invece risolversi in una scusa per disprezzare pubblicamente la morale del soggetto.

Del resto, a riprova di ciò, una norma del codice penale [1] stabilisce che il colpevole del delitto di diffamazione non è ammesso a provare, a sua discolpa, la verità o la notorietà del fatto attribuito alla persona offesa (salvo che quest’ultima sia un pubblico ufficiale che abbia commesso il reato nell’esercizio delle proprie funzioni). Si tratta di un principio generale per il quale il colpevole di diffamazione non è ammesso a provare, a sua discolpa, la verità delle accuse. Il punto è che il diritto di critica deve essere sempre permeato al rispetto della moderazione nella forma espositiva. Insomma, sì a uno scritto che si limiti a indicare un fatto vero, no se poi si trascende in offese gratuite sul soggetto.

Anche l’esercizio del diritto di cronaca deve rispettare alcuni limiti per consentire la pubblicazione di notizie diffamatorie: l’esposizione deve rispettare la verità, pertinenza e continenza dei fatti riportati.

In passato la Cassazione ha stabilito [3] che il diritto di stampa e la libertà di diffondere notizie e commenti potenzialmente diffamatori è legittimo quando concorrono le seguenti tre condizioni: utilità sociale dell’informazione; verità dei fatti esposti e forma “civile” dell’esposizione dei fatti e della loro valutazione. Evidentemente, l’aggettivo «farabutto», secondo i giudici, è tutt’altro che moderato e civile. Anche se il fatto è vero.

note

[1] Cass. sent. n. 54946/16 del 27.12.2016.

[2] Art. 596 cod. pen.

[3] Cass. sent. del 10.10.1984.

Autore immagine: 123rf com

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1 Commento

Luca Lodi

30 dicembre 2016 alle 23:03

Ma diamo i numeri? Adesso rispettiamo i criminali? Ma è un diritto o un rovescio? Uno ruba e non è un farabutto? Ma la Cassazione serve a qualcosa o è solo uno spreco di denaro pubblico?

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