Professionisti Pubblicato il 30 dicembre 2016

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Professionisti Le prove sulla scena del crimine

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Congelare la scena del crimine, cosa deve fare chi si trova a intervenire sul luogo ove è stato commesso un reato: è possibile fare filmati o fotografie? E la testimonianza?

Riprese audio, video e foto

Il soccorritore che si trovi a intervenire sulla scena del crimine può filmare e/o fotografare la scena.

La premessa, va da sé, è che l’uso delle immagini resti nell’ambito del soccorso e delle indagini. L’uso improprio, come per esempio la diffusione via internet, la vendita o la consegna delle immagini alla stampa, è perseguibile, oltre che esecrabile.

L’utilità di filmare la scena è decisamente rilevante ai fini delle indagini. Mantenere inalterata la scena di un crimine è compito piuttosto arduo, soprattutto se è necessario compiere tutte quelle operazioni per prestare i primi soccorsi a una vittima. Per permettere a chi, dopo l’intervento dei soccorritori, dovrà occuparsi dell’indagine, di farlo in modo    da avere le informazioni il più complete possibile, la videoregistrazione o le fotografie sono uno strumento   ottimo.

Sebbene i soccorritori, molto spesso, siano chiamati a testimoniare sulla condizione in cui si trovava la scena al loro arrivo, può essere molto difficile ricordare i dettagli. Soprattutto se lo scopo ultimo, nel caso del soccorritore di salvare la vita del paziente, non collima con lo scopo degli investigatori (scoprire il colpevole e assicurarlo alla   giustizia).

Naturalmente tentare di fotografare o riprendere una scena mentre si sta prestando soccorso non è mai semplice (a meno che l’equipaggio sia composto da una quarta persona o che il servizio lo consenta). Ma basta organizzarsi e stabilire i compiti precisi prima.

Una buona organizzazione di équipe può risolvere facilmente il problema: la distribuzione dei compiti e delle mansioni può essere estesa anche alla preservazione e alla documentazione della scena.

L’arrivo dell’ambulanza potrebbe essere precedente all’arrivo delle forze dell’ordine. In molti casi, infatti, sono i soccorritori ad allertare, secondo necessità, le forze dell’ordine.

La legge consente al soccorritore di filmare e/o fotografare lo stato di cose, luoghi e persone. Si può optare per una piccola fotocamera digitale, ma è possibile usare il proprio smartphone e consegnare poi quanto filmato o fotografato all’autorità competente. Foto e video non possono essere, naturalmente, utilizzati per scopi differenti dall’indagine.

La memoria e la testimonianza

La tecnologia mette a disposizione ormai strumenti per immortalare i momenti salienti delle nostre esistenze e vi è altresì la possibilità di condividere con altri l’importanza che hanno per noi quegli attimi.

Quasi tutti i telefoni cellulari in commercio sono dotati di fotocamere e videocamere digitali di uso intuitivo. Se poi parliamo di smartphone, ovvero di apparecchi “intelligenti”, la tecnologia ci ha traghettati verso lidi che solo pochi anni fa ci sembrano inesistenti o fantascientifici.

L’offerta di strumenti tecnologici a prezzi abbordabili e di facile uso ha fatto sì che ognuno di noi (o almeno chi di noi ne sente il bisogno) può essere sempre in contatto con il mondo.

Di contro sembra quasi che le videoregistrazioni in sede di assunzione di sommarie informazioni non siano una pratica ancora radicata. In tanti casi abbiamo a che fare con verbali scritti in modo standard che, se da un lato riportano il fatto, dall’altro non danno modo a chi li legge in momenti successivi, di comprendere cosa abbia detto esattamente la persona ascoltata. Se poi più persone sono state sentite nella stessa giornata dallo stesso verbalizzante, il rischio di avere “verbali fotocopia” è altissimo: gli aggettivi e gli avverbi usati saranno sempre i medesimi, la formulazione della frase sarà identica per ogni persona e la possibilità di cogliere le sfumature, i toni, le pause di chi parla andranno per sempre perdute nella sintesi interpretativa  della verbalizzazione.

Se la prassi adottasse un sistema di audio e video registrazione, chiunque e solo all’occorrenza, nei momenti successivi, potrebbe accedere al video in modo da risalire a quanto detto senza esitazioni, senza dubbi e senza “mediazioni” da parte del verbalizzante.

Ma cosa c’entra tutto questo con i soccorritori? C’entra. Nel caso il soccorritore si trovi a intervenire sulla scena di un crimine, gli attimi in cui “mette piede” sulla scena sono quelli per cui quella scena non sarà mai più la stessa.

Un intervento del soccorritore altera per sua natura la scena e non potrebbe essere altrimenti. Un soccorso  diverso  sarebbe impensabile.

Ma se i soccorritori fossero dotati, come accade già in molte realtà come quella americana, di videocamere che si attivano con il movimento, si farebbe un enorme passo avanti. Sul mercato esistono prodotti a costi accessibili e di facile uso e manutenzione che, se montati su caschi, divise o ambulanze, possono offrire grandi risultati.

Se l’ambulanza fosse dotata di una telecamera (a grandangolo o a uovo) sul cruscotto da attivare nel momento in cui il mezzo parte per la destinazione non sarebbe escluso che, nel filmato, potrebbe immortalare la fuga del colpevole.

Una volta giunti sul posto i soccorritori, anche loro muniti di telecamera, potrebbero “portare sulla scena” gli investigatori: se il ferito fa un nome è sicuramente una testimonianza. Nome che, magari, durante il servizio sfugge. Si avrebbe così la possibilità di visionare la scena, nei momenti successivi il soccorso e dagli enti preposti alle indagini, come è stata trovata. Se ci si sofferma un attimo sui casi di cronaca più conosciuti e sui processi lunghi e tortuosi proprio perché la scena del crimine è stata a più riprese alterata si ha un’idea immediata di quanto importante possa essere la videoregistrazione.

Il secondo passo avanti riguarda proprio il soccorritore che potrebbe trovarsi nella condizione di dover rendere testimonianza in merito al proprio operato sulla scena di un crimine.

ogni processo si basa su ciò che i testimoni ricordano. Partendo dal presupposto che vi è un obbligo di legge, sia per i processi civili che per quelli penali, che impone al testimone chiamato in giudizio di dire la verità e di non nascondere nulla di cui è a conoscenza. Se il giudice scopre che il testimone mente si rivolge alla procura per intentare un procedimento penale per falsa testimonianza.

Basterebbero microcamere fissate alla divisa (o a un casco) come già accade in diversi Stati del mondo e registrare e filmare sarebbe semplice. I costi di questa tecnologia sono ormai decisamente accessibili. E tutto è possibile anche attraverso il proprio smartphone.

Il testimone che accorre sulla scena del crimine

Dal testo art. 497 cpp e art. 251 cpc: “Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza”.

Secondo il legislatore la testimonianza deve essere la più oggettiva possibile e di conseguenza priva di valutazioni soggettive e di deduzioni. Per esempio il testimone che racconta di aver trovato un siringa ipodermica accanto a un corpo e ne deduce che la persona in questione sia tossicodipendente. Il punto di vista di chi racconta, non fosse altro che è lui e non altri, che racconta è naturalmente imprescindibile.

Resta il problema di ciò che si ricorda e come lo si ricorda.

“È ormai noto come il processo mnemonico consista in una complessa funzione della mente di tipo ricostruttivo piuttosto che riproduttivo. Si è, infatti, ampiamente superata quella concezione che considerava il funzionamento della memoria umana assimilabile a quello della fotografia: non si tratta di un processo che semplicemente immagazzina un’immagine relativa a ciò che viene osservato. Tale processo si articola, tradizionalmente, secondo tre fasi: acquisizione, ritenzione e recupero. In quest’attività ricostruttiva è importante sottolineare come l’elaborazione dell’informazione sia possibile anche per la presenza della memoria sensoriale, della memoria a breve termine e di quella a lungo termine. È nell’ambito di quest’ultima che troviamo la cosidetta memoria episodica e la memoria semantica: nel primo caso si tratta della ritenzione di episodi che sono chiaramente collocabili nel tempo e nello spazio; la memoria semantica invece è quella relativa alla conoscenza concettuale e linguistica legata alle esperienze maturate.

La memoria, benché unico processo, può quindi differenziarsi sotto vari aspetti, in base agli elementi che contiene. La memoria autobiografica, ad esempio, ci permette di dire chi siamo e di mantenere nel tempo la nostra identità. (…). La memoria episodica è una forma di memoria legata a eventi e ci aiuta nella vita di tutti i giorni, quando, ad esempio, abbiamo bisogno di ricordare come tornare in un certo luogo.

Se di un’informazione o di un evento conserviamo il significato, allora il dato è rappresentato sotto forma di memoria semantica che, come dice la parola, conserva il significato delle informazioni e delle conoscenze. La memoria semantica è strutturata in schemi e scripts. I primi sono formati dall’associazione tra concetti ed elementi, per tale motivo ognuno di noi ha una rappresentazione ad esempio di “albero” attraverso l’associazione di attributi in grado di dargli concretezza. Gli scripts sono strutture più complesse, poiché riguardano rappresentazioni di eventi come l’andare al ristorante o l’andare a comprare il giornale. Gli schemi e gli scripts sono importanti perché strettamente coinvolti nel processo della testimonianza e ci guidano nell’interpretazione degli eventi e della loro ricostruzione. Alla base della memoria episodica e semantica c’è infine la memoria procedurale, una forma, più che altro, operativa, in grado di trattenere le connessioni tra stimolo e risposta e che agisce in modo indipendente dagli altri due sistemi. (…). Il racconto di una persona che ha, ad esempio, assistito a un incidente o a una rapina, non potrà mai avere caratteristiche di totale accuratezza e coerenza con i fatti realmente accaduti, poiché non sarà mai la riproduzione fedele dell’evento vissuto” [1].

Un fatto noto è la tendenza di ognuno di noi a ricordarsi dei particolari che ci colpiscono: ognuno di noi ha la sua esperienza di vita, il suo background, le sue paure, le sue manie e le sue inclinazioni. Tutto questo contribuisce a fissarsi su alcuni particolari e non su altri. Alcuni ricorderanno benissimo marca e modello di un’auto che a momenti li metteva sotto sulle strisce pedonali, altri invece ricorderanno il colore, ma pochi avranno la prontezza e la capacità di guardare e memorizzare la targa.

Uno studio di Loftus e Messo del 1987 ha evidenziato quello che viene chiamato weapon focus ovvero il concentrasi sull’arma durante una rapina piuttosto che sul rapinatore. In quel caso la vittima sarà così impegnata a “tenere a bada” il vivo di volata (ovvero la bocca della canna dell’arma) che non avrà il tempo e il modo di considerare chi le sta di fronte.

In tantissimi casi le vittime ricordano i loro aggressori come “alti” o comunque “più alti” di loro. In molti casi, quando gli aggressori vengono arrestati, si scopre che non erano affatto alti o più alti delle vittime: ma il ricordo “lavora” in modo che l’essere sopraffatti diventi un dato di fatto, piuttosto che un’emozione o una sensazione. Motivo per cui l’aggressore, se ci ha sopraffatti, in qualche modo doveva essere “alto” o “più alto” di noi.

“La nostra percezione non subisce, infatti, in modo passivo gli stimoli provenienti dall’esterno, ma si comporta come un processo attivo e costruttivo, per questo l’oggetto percepito rappresenta il prodotto finale tra lo stimolo esterno e fattori interni, come le ipotesi, la conoscenza, la motivazione e le emozioni di chi percepisce” [2].

Non solo. Il ricordo di ciò che vediamo o sentiamo, magari per brevissimo tempo e in condizioni di stress, ha una durata limitata. Nei film si vede spesso il protagonista bello e bravo che, visto o sentito un numero di targa o di telefono o un indirizzo, li memorizza per poi usarli facilmente in seguito.

Nella realtà non è così. Ci sono persone che hanno meno difficoltà nel ricordare numeri, lettere, fatti, ma la verità è che sotto stress, ricordiamo ciò che ci colpisce e, nel riportarlo, aggiungiamo tutte le emozioni di quel momento: ansia, paura, rabbia, sorpresa.

Il ricordo in genere viene amplificato dal racconto di quel momento. Chiunque abbia vissuto un momento traumatico o conosca qualcuno che lo ha vissuto, noterà come quell’evento traumatico, che è durato, per esempio, meno di tre minuti, nel ricordarlo e raccontarlo si dilaterà fino a occupare dieci minuti di racconto, un quarto d’ora. A volte ore e ore.

Non si sta raccontando il fatto, in quel caso, si sta raccontando l’esperienza vissuta.

Con la videoregistrazione, proprio in momenti di stress, si potrebbe documentare ogni istante.

Vi è poi da fare una differenza tra un testimone di passaggio e un testimone che invece si trova nella condizione di svolgere un compito.

Un esempio: una signora che passa per strada e assiste a un incidente stradale è una testimone diversa rispetto a un soccorritore giunto sul posto per prestare soccorso alle persone coinvolte nell’incidente.

Mentre la signora di passaggio avrà un’attenzione generale al fatto, il soccorritore sarà focalizzato sul compito da svolgere nell’immediatezza del soccorso: avrà probabilmente meno occasione di notare particolari che, invece, la signora di passaggio ha il tempo e il modo di notare.

Questo per dire che ricordare ciò che si è vissuto non è sempre pacifico, semplice e atraumatico.

Motivo per cui la videoregistrazione dovrebbe diventare più la norma che l’eccezione anche attraverso l’uso di un semplice smartphone. La norma attuale è che la testimonianza resa verbalmente viene verbalizzata, quindi per iscritto di solito a mano, e deve essere sottoscritta dal testimone.

Un consiglio che può essere dato è quello di farsi rileggere la dichiarazione resa, questo perché una volta “letto, confermato e sottoscritto” il verbale assume il valore di evidenza probatoria.

L’importanza di scrivere

Nei casi di interventi su eventi violenti, scene del crimine, incidenti sul lavoro, incidenti domestici, incidenti stradali o di tutti quei servizi che potrebbero in qualche modo avere un seguito giuridico, è importante mettere per iscritto una memoria.

Chi c’era, a che ora, in che luogo, come si è giunti sul posto, cosa si è visto e tutti gli altri elementi utili per ricostruire i fatti in mancanza di fotografie o videoregistrazioni.

 

Un esempio di come potrebbe essere un verbale di servizio è questo (i dati, naturalmente, sono fittizi):

Rapporto di servizio: missione 118 n. 1234567890

Venivamo attivati in codice rosso alle ore 8.53 per un evento cardiocircolatorio a Milano in via Po 716.

Giunti sul posto siamo stati accompagnati nelle cantine dello stabile dall’agente di polizia locale Nome Cognome (o grado o numero di matricola o niente se non si hanno a disposizione altri dati) che ci ha detto di non inquinare le prove per un probabile omicidio dovuto a un accoltellamento.

Io, capo equipaggio Nome Cognome e il soccorritore Nome Cognome siamo entrati nel corridoio della cantina.

La paziente era prona a una distanza di circa 5 metri dal luogo di osservazione (l’imbocco del corridoio della cantina). Molteplici macchie di sangue a terra e, sulla parete d’angolo verso le scale, segni di impronte insanguinate di dita indirizzate verso l’uscita. Porta di una cantina alle mie spalle aperta, luci spente: la paziente non si muoveva.

Telefono alla Centrale operativa per la descrizione della scena e l’attesa delle istruzioni. Dopo qualche secondo dalla telefonata, noto nella paziente espansione toracica.

Interviene il terzo dell’equipaggio, Nome Cognome. Paziente “P”; dinamica respiratoria lenta e superficiale, espansione solo a un emitorace, polso radiale flebile, carotideo più marcato, ma flebile anch’esso, 25 frequenza cardiaca.

 

Si notano ecchimosi sul torace e sulle gambe. Cannula non inseribile. Esame del capo: ecchimosi in volto, occhi aperti, forse infossamento cranico. Decido di evacuare la paziente al di fuori della scena in quanto luogo troppo angusto per procedere con le manovre di soccorso.

Con somministrazione di ossigeno a 14 litri/minuto, la saturazione risultava 94% con frequenza cardiaca di 30 come letta sul saturimetro. Paziente scarsamente reattiva.

Si applica collare più tavola spinale e sistemi di immobilizzazione.

Ci spostiamo al di fuori dello stabile e ci raggiunge l’auto medica appena varchiamo la soglia di uscita del palazzo.

La paziente indossa una maglietta, tagliata da me per osservazione torace, e pantaloncini, non indossava scarpe, che erano buttate a terra lontano dalla paziente.

Non si sono notati oggetti particolari o armi sulla scena. Sul posto intervengono i Carabinieri.

Durante il trasporto i Carabinieri sono a bordo dell’ambulanza insieme al medico dell’auto medica.

Si allega fotocopia della scheda di missione (1 foglio) già consegnata alle forze dell’ordine.

Data, firma di tutti i componenti della squadra.

 

In questo modo ciò che il soccorritore ha visto e sentito può essere “fissato” nonostante la mancanza della videoregistrazione. Importante, in seguito, per gli investigatori sarà sapere, per esempio, che vi erano tracce di sangue che potevano essere impronte di dita sull’angolo del muro prossimo all’uscita del corridoio della cantina.

Un altro dato importante potrebbe essere che la vittima era scalza e che le sue calzature erano in posto ma erano lontane dal corpo. Può far pensare a una colluttazione.

Anche il fatto che al soccorritore sia stato detto di non inquinare la scena e che sia stato lui ad accorgersi che la vittima non era morta, come ritenuta evidentemente dall’agente della polizia locale (fittizio) che gli ha fatto strada, è fondamentale: se dovesse trovarsi nella condizione di testimoniare si può ricostruire la cronologia del soccorso.

Naturalmente se il soccorritore avesse la possibilità di fotografare, filmare e registrare l’intervento, la documentazione sarebbe sicuramente più completa e utile per le indagini.

I soccorritori sono incaricati di un pubblico servizio e, secondo i pareri  del giudice Luigi Levita e del docente ordinario di procedura penale, Luigi Kalb, la videoregistrazione è consentita.

La documentazione delle attività svolte dai soccorritori in occasione di eventi di rilevanza penale e la successiva utilizzabilità, sia endoprocedimentale che, poi, processuale, delle informazioni assunte è stata, finora, lasciata in sospeso.

Secondo il professor Kalb “lo strumento idoneo per documentare le informazioni sull’attività svolta dai primi soccorritori (gli operatori del 118, i Vigili del fuoco, etc.) è senza dubbio l’assunzione da parte della Polizia giudiziaria di “sommarie informazioni” nei confronti di coloro che sono intervenuti sul luogo dell’evento delittuoso (art. 351 c.p.p.). In tal modo l’autorità di Polizia giudiziaria procedente – tanto in forma autonoma, quanto su direttiva dell’ufficio del pubblico ministero – è in grado di raccogliere, mediante verbale (art. 357, comma 2, lett. c) c.p.p.), le notizie riguardanti data, ora, luogo e modalità di intervento degli operatori del settore oltre tutte le altre circostanze utili ai fini delle indagini che sono in grado di riferire perché direttamente percepite. Se poi ci fossero eventuali relazioni di servizio redatte dai primi soccoritori all’amministrazione cui afferiscono per la funzione svolta, l’autorità di p.g. potrà chiederne l’acquisizione in copia, ove sussistano incertezze in merito alle informazioni da loro direttamente assunte ex art. 351 c.p.p.

ovviamente il contenuto delle informazioni assunte nel corso delle indagini preliminari diventa oggetto di testimonianza tutte le volte in cui la vicenda giunga alla fase processuale. In tal caso, il soccorritore sarà citato come testimone per offrire, nella sede processuale, il proprio contributo espositivo. In questa stessa fase, l’eventuale relazione di servizio potrà rilevare quale “prova documentale” ai sensi dell’art. 234 c.p.p.

In conclusione, per quanto concerne la documentazione a supporto del referto redatto dal soggetto che presta attività sanitaria, le registrazioni audio e video confortano e sostengono la notizia oggetto del referto e non integrano illeciti perché correlati all’esercizio delle funzione svolta”.

Anche il giudice Levita sembra dello stesso avviso.

“Un importante aggancio normativo può rinvenirsi, su tutti, nell’art. 47 del TU Privacy: Art. 47. Trattamenti per ragioni di giustizia

1)- In caso di trattamento di dati personali effettuato presso uffici giudiziari di ogni ordine e grado, presso il Consiglio superiore della magistratura, gli altri organi di autogoverno e il Ministero della giustizia, non si applicano, se il trattamento è effettuato per ragioni di giustizia, le seguenti disposizioni  del codice:

  1. a) articoli 9, 10, 12, 13 e 16, da 18 a 22, 37, 38, commi da 1 a 5, e da 39 a 45;
  2. b) articoli da 145 a

2)- Agli effetti del presente codice si intendono effettuati per ragioni di giustizia i trattamenti di dati personali direttamente correlati alla trattazione giudiziaria di affari e di controversie, o che, in materia di trattamento giuridico ed economico del personale di magistratura, hanno una diretta incidenza sulla funzione giurisdizionale, nonché le attività ispettive su uffici giudiziari. Le medesime ragioni di giustizia non ricorrono per l’ordinaria attività amministrativo-gestionale di personale, mezzi o strutture, quando non è pregiudicata la segretezza di atti direttamente connessi alla predetta trattazione”.

Interpretando quindi estensivamente tale norma, potrebbe subito ritenersi che non sussista alcuna violazione dell’altrui riservatezza laddove si proceda alle attività acquisitive di documentazione audio e video.

Nè, onestamente, scorgo preclusioni di alcun tipo laddove, anche in casi “dubbi”, sanitari intervenuti nell’immediatezza (che rivestono pur sempre la qualifica di incaricati di un pubblico servizio) provvedano a documentare nelle forme più varie il loro intervento.

È infatti corretto l’aggancio normativo nell’art. 234 c.p.p. [3].

3)- Quando l’originale di un documento del quale occorre far uso è per qualsiasi causa distrutto, smarrito o sottratto e non è possibile recuperarlo, può esserne acquisita copia.

4)-  È vietata l’acquisizione di documenti che contengono informazioni sulle voci correnti nel pubblico intorno ai fatti di cui si tratta nel processo o sulla moralità in generale delle parti, dei testimoni, dei consulenti tecnici e dei periti.

5)- Documenti in genere.

Il supporto, contenente la registrazione di riprese filmate, costituisce una prova documentale, disciplinata dall’art. 234 c.p.p., e come tale ritualmente versata in atti, a disposizione delle parti, con il diritto di trarne copia e di prenderne visione in camera di consiglio, sicché nessuna lesione sulla conoscenza del contenuto delle riprese è ravvisabile nella omessa riproduzione in aula. Cass. 19 febbraio 2014, n. 18999.

Le videoregistrazioni costituiscono una prova documentale, la cui acquisizione è consentita ai sensi dell’art. 234 c.p.p. essendo inoltre irrilevante che siano state rispettate o meno le istruzioni del Garante per la protezione dei dati personali, poiché la relativa disciplina non costituisce sbarramento all’esercizio dell’azione penale. Cass. 7 giugno 2013, n. 28554.

(omissis)

La Suprema Corte sostiene ripetutamente – e condivisibilmente – che per l’acquisizione di tali documenti non è necessaria l’instaurazione del contraddittorio.

Ciò significa che, in attesa dell’auspicato avvento di videocamere su divise e ambulanze, ogni soccorritore, nell’ambito dell’espletamento delle sue funzioni, ovvero di incaricato di pubblico servizio, può documentare la scena, le persone e le cose.

Può farlo, più semplicemente, facendo fotografie o girando video con il proprio smartphone. O anche con l’attivazione del registratore vocale.

In questo modo, se per disgrazia il paziente a cui sta prestando soccorso morisse, ma nel frattempo avesse detto qualcosa, quel qualcosa non sarebbe di esclusiva responsabilità del soccorritore che, impegnato nel suo lavoro, difficilmente può anche rivestire il ruolo di chi raccoglie una testimonianza.

Ma se quelle parole fossero registrate allora i risvolti giuridici e pratici potrebbero essere sorprendenti.

Supponiamo, ancora per un attimo, che la persona soccorsa dal nostro soccorritore non sia italiana, non parli cioè la stessa lingua del soccorritore (che in questo momento supponiamo italiano). Se la persona soccorsa parla un idioma sconosciuto al soccorritore trattenere il ricordo di ciò che ha detto diventa praticamente impossibile: se quelle parole per il soccorritore non hanno alcun significato, perché incomprensibili, non potrà averne memoria. Ricorderà che ha detto qualcosa, ma non ricorderà cosa ha detto. Potrà forse ricordare il suono. Ma sarà tremendamente difficile, se non impossibile, ricostruire a posteriori le ultime parole della persona soccorsa.

Per quanto riguarda la videoregistrazione è importante per il lavoro successivo degli investigatori che, quasi sempre, trovano difficoltà a ricostruire la scena come è stata trovata dai soccorritori intervenuti per primi sulla scena per prestare soccorso.

Da non dimenticare l’art. 54 del Codice Penale in merito all’agire in stato di necessità. “Lo stato di necessità esclude la punibilità per chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo e che non sussista un dovere di esporsi al medesimo.

Questa disposizione non si applica a chi ha un particolare dovere giuridico di esporsi al pericolo”.

Per fare un esempio pratico: un vigile del fuoco che intervenga su incidente stradale e, per permettere ai soccorritori di estrarre il corpo di una vittima incastrata tra i rottami, proceda con un tronchese a svellere il tetto dell’auto o a rompere un vetro non ha sicuramente compiuto un atto vandalico su una proprietà privata. Ha, infatti, agito in stato di necessità: ha evitato che un pericolo oggettivo, il fatto che una persona sia intrappolata in un’auto incidentata, potesse causare la morte della persona stessa.

Lo stesso dicasi per il soccorritore che, dopo l’operato del vigile del fuoco, entra nel veicolo e mette in atto tutte le misure necessarie al soccorso del paziente.

La stessa possibilità di fare riprese video e di fare fotografie rientra nella necessità di preservare lo stato dei luoghi e di preservarli dal pericolo della contaminazione e dell’inquinamento in seguito al soccorso.

Sintesi

  • Fotografare e filmare una scena di un crimine, anche con mezzi di uso quotidiano, come gli smartphone, fa la differenza, in sede di indagini, tra avere a disposizione la scena “integra” e non averla.
  • Abbiamo parlato della memoria e della testimonianza e ci siamo soffermati sulla fragilità del
  • Abbiamo parlato delle leggi che consentono ai soccorritori di documentare lo stato dei luoghi, delle persone e delle
  • Abbiamo altresì detto che fotografare, filmare e registrare è legale se il fine è quello, esclusivo, di consegnare il tutto alle forze dell’ordine e all’autorità che svolgerà l’indagine. Va da sé che pubblicare, vendere, condividere il materiale filmato o fotografato è
  • Abbiamo preso in esame tre casi:
    • la strage di Erba, in cui la testimonianza dell’unico sopravvissuto ha permesso di “incastrare” i due autori del reato;
    • una sparatoria in cui c’è stato l’intervento di soccorritori e la cui mancanza di documentazione e le testimonianze contradditorie hanno rallentato le indagini;
    • il delitto di Garlasco, in cui le impronte sul pavimento e la mancanza di documentazione, ancora una volta, hanno reso il lavoro degli investigatori davvero impervio.

I  punti salienti:

  • Foto, filmati e registrazioni audio sono FONDAMENTALI per il futuro del soccorso che, in alcuni casi, è strettamente legato alle indagini.
  • Una scena non documentata è una SCENA PERSA.
  • FOTOGRAFARE, FILMARE e REGISTRARE è POSSIBILE: il futuro è la possibilità, per i soccorritori, di essere dotati sia in ambulanza che sulle divise di strumenti di video registrazione che si attivano in automatico (come già accade, da tempo, in molte realtà) affinché il servizio sia

Non si pensi che sia utile esclusivamente all’indagine: la documentazione del proprio operato è fondamentale per prendersi le giuste responsabilità (e non quelle di altri!).

note

[1] Gaetano De Leo, Melania Scali, Letizia Caso, La testimonianza – Problemi, metodi e strumenti nella valutazione dei testimoni, Il Mulino, 2005

[2] La testimonianza, cit.

[3] Luigi Levita, Andrea Conz, Codice di Procedura Penale, Roma –  2014.

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