Professionisti Pubblicato il 30 dicembre 2016

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Professionisti Muoversi e analizzare la scena del crimine

> Professionisti Pubblicato il 30 dicembre 2016

La ricerca di prove e indizi sul luogo ove è stato commesso un reato. Se entrare sulla scena del crimine tentando di non alterarla è difficile, muovercisi all’interno lavorando è praticamente impossibile.

Di fronte a grandi quantità di tracce e alla carenza di spazio non è possibile fare altrimenti che passare. Ma, soprattutto quando è impossibile evitare gravi alterazioni della scena, è necessario, mentre si arriva e quando si procede, filmare e fotografare per la successiva ricostruzione della scena da parte degli investigatori.

Se entrare sulla scena del crimine tentando di non alterarla è difficile, muovercisi all’interno lavorando è praticamente impossibile.

Con questo aspetto è necessario convivere.

Una scena del crimine su cui si debba intervenire non può non essere alterata. È possibile utilizzare alcuni accorgimenti che non vanno a interferire con il protocollo.

In primis l’ingresso. Ma una volta che si è sulla scena, che fare? Innanzitutto, ci sono tracce ben visibili a occhio nudo e altre, invece, che si possono rilevare solo con strumenti appositi o specifici trattamenti (luminol).

Un primo grande distinguo, quindi, va fatto su ciò che i soccorritori vedono sulla scena e ciò che invece non si vede ma c’è, benché invisibile.

Se ci sono tracce ematiche è meglio evitare di calpestarle. Non solo perché si rischia di scivolare (e farsi male), ma anche perché il sangue è una delle prove più rilevanti ai fini di un’indagine.

Con il sangue è possibile risalire al Dna di una persona. A prima vista il sangue è tutto uguale. Per cui chi interviene sulla scena del crimine non può sapere a chi appartenga. E molto spesso accade che l’autore del crimine resti vittima anche lui di colluttazioni e si ferisca. Per cui il sangue sulla scena potrebbe appartenere sia alla vittima che al colpevole.

Non solo. Come già accennato, inoltre esiste la BPA che studia proprio le macchie di sangue: movimento, direzionalità, inclinazione. Sostanzialmente la BPA riesce a ricostruire la dinamica dei fatti basandosi sulle tracce di sangue.

La ricerca di prove e indizi

Sara: “Cosa stai cercando?” Grissom:  “Quando lo trovo te lo   dico”.

Gil Grissom è uno degli scienziati forensi della tv. Protagonista (fino a parte della nona stagione) del telefilm CSI – Scena del crimine e interpretato dall’attore (e poi produttore) William Petersen è stato uno dei primi a regalare allo spettatore (comodamente seduto sul divano) un posto in prima fila sulla scena del crimine.

Grissom è uno di quelli che dice un sacco di frasi a effetto, che sorprende per la sua sconfinata cultura e che non ha bisogno di un’arma per farsi rispettare. Fatto sta che tra le varie frasi ce n’è una che è particolarmente illuminante in campo investigativo. Alla domanda di una collega che sulla scena del crimine chiede a Grissom: “Cosa stai cercando?”. Lui, pacifico come sempre, risponde: “Non lo so. Ma quando lo avrò trovato te lo dirò”. In sé la frase fa molto Hollywood. In realtà è proprio quello che succede a chi capita di investigare sulla scena del crimine.

Siamo abituati, tra libri, film e telefilm, al meccanismo del “whodunit” ovvero del “chi è stato”. Cioè il lettore e lo spettatore hanno più informazioni dell’investigatore: sanno chi è stato.

Un telefilm costruito così era Colombo. Nei primi minuti dello show lo spettatore assisteva al delitto. Sapeva chi l’aveva commesso, perché e come aveva fatto. Non gli restava che seguire le peripezie del tenente più stazzonato della tv per giungere al   colpevole.

Naturalmente non è sempre stato così. Nei romanzi di Agatha Christie il lettore difficilmente arriva ad azzeccare il colpevole: questo perché l’autrice pur disseminando di indizi il romanzo fa un po’ di staging. ovvero sparge qui e là anche falsi indizi. Di solito c’è sempre un personaggio odioso a tal punto da non riuscire a togliersi dalla testa che sia lui il colpevole. Ma in genere risulta del tutto estraneo ai fatti.

E sono proprio gli indizi che il lettore e lo spettatore devono seguire per arrivare alla soluzione. Solo che la differenza tra fiction e realtà è che nella finzione gli indizi sono dichiaratamente indizi.

Mentre nella realtà non è facile distinguere tra un paio di calze di nylon e un indizio. Volendo, su una scena del crimine, tutti possono essere indizi: dai residui nella pattumiera alle macchie sul pavimento, dal cibo in frigorifero alle sigarette nel posacenere, dai bicchieri sulla tavola della cucina allo spazzolino da denti in bagno. Insomma. Tutto, ma proprio tutto. Che significa anche niente. Per capire cosa sia utile alle indagini e cosa non lo sia è necessario pensare, riflettere, studiare la scena.

Se la scena non è particolarmente complessa il compito può risultare meno difficile. Se invece la scena è devastata dall’intervento dei soccorritori, non ci sono filmati che testimonino come si trovava al loro arrivo e, magari, in tutto questo la vittima, povera lei, è anche deceduta in ospedale, può essere che trovare il colpevole non sia un gioco da ragazzi.

Inizialmente non si sa cosa si sta cercando.

Abbiamo una vittima che è stata picchiata a morte mentre faceva colazione in casa. Che non ha debiti. Che non ha nemici. Che i vicini ci descrivono come una brava persona. Tra l’altro un po’ in là con gli anni. Che viveva sola. Che non ha parenti. o, almeno, i vicini non ne conoscono. Qualcuno è entrato in casa sua e l’ha brutalmente aggredita.

La prima domanda televisiva e cinematografica di solito è: “Manca qualcosa?” e la risposta che arriva immediata è: “No, non sembra”, oppure “Sì, un paio di orecchini”.

ora. In effetti è praticamente impossibile stabilire cosa manchi da un appartamento di una persona che non abbiamo mai conosciuto e che non ci può dire più niente.

Nessuno di noi tiene nel primo cassetto della credenza una lista dei suoi beni completi di foto e valore. Per cui capire cosa manca da un appartamento è praticamente impossibile, dato che manca un dato fondamentale: cosa c’era.

Questo per dire che nella realtà è molto difficile stabilire cose che in tv e al cinema sembrano  scontate.

L’intervento dei soccorritori sulla scena del crimine può complicare ulteriormente le cose: l’investigatore, infatti, non sa se prima del passaggio dei soccorritori la scena fosse più ordinata, il coltello appoggiato sulla cucina fosse già lì o è stato spostato perché trovato in prossimità della vittima, non sa neppure se la luce era accesa o spenta e se i bicchieri sulla tavola erano rovesciati prima dell’intervento o si sono rovesciati perché qualcuno ha inavvertitamente strattonato la tovaglia facendoli  cadere.

Dettagli. Ma a volte sono dettagli importanti, anzi decisivi!

Questo breve excursus solo per dire che fare indagini nella realtà è sicuramente più complicato rispetto a come viene presentata la faccenda nei libri gialli e thriller e in tv.

La Bpa

La Bloodstain Pattern Analysis è un metodo che consente agli investigatori di ricostruire non tanto la scena di un crimine, quanto la dinamica del crimine.

Per dinamica si intende come, presumibilmente, dall’esame degli schizzi, delle gocce e delle macchie di sangue, si sono svolti i fatti.

Innanzitutto si stabilisce di chi è il sangue, se non si ha un nome, dall’esame si può sapere quanto meno a quante persone appartiene il sangue sulla scena.

Mettiamo il caso che gli investigatori trovino due donatori (in questo caso per donatori si intende due persone che hanno perso sangue sulla scena) si procede con l’individuare i tipi di macchie di sangue.

Non solo. Si inizia anche considerando la quantità di sangue presente sulla scena: poche gocce? Una pozza da più di un litro?

Poi si passa ad analizzare dove sono le macchie di sangue. Che siano a terra, di solito, è piuttosto normale. Il sangue cade, quando esce, per forza di gravità. Il fatto che invece si trovi sulla maniglia della porta, della finestra o sugli oggetti è ben diverso: la persona ha toccato quelle cose. Le macchie, ovviamente, saranno ben diverse dallo sgocciolamento. Probabilmente avremo “disegni” che ricordano da vicino le mani. Molto spesso si trovano le impronte digitali.

Se invece le macchie di sangue sono sul soffitto e sui muri la situazione cambia ancora.

In qualche caso accade che si tratti di schizzi arteriosi: il sangue che esce da un’arteria “dipinge” schizzi ad alta velocità: la pressione arteriosa, appunto, quando c’è una via aperta verso l’esterno, fa in modo che il sangue esca con una certa forza.

Mano a mano che la vittima perde sangue (e quindi soffre di un abbassamento della pressione arteriosa) gli schizzi saranno sempre meno potenti. Non è detto però che il sangue sul soffitto provenga da schizzi arteriosi. In tanti casi, se l’autore del reato colpisce la vittima con un coltello (o con un corpo contuntende, tipo il candelabro della nonna), quando l’arma sarà sporca di sangue, se l’autore colpirà ancora, il sangue che ha sporcato l’arma verrà proiettato, ad alta velocità, descrivendo il movimento fatto dal braccio alzato che va ad abbattersi sulla vittima.

La BPA riesce anche a stabilire se l’autore ha colpito la vittima mentre questa era già a terra o se invece i due hanno lottato stando in piedi.

Per fare una buona analisi, naturalmente, è opportuno basarsi su buone prove.

La BPA (Bloodstain Pattern Analysis) è la scienza che si occupa dello studio della forma, dimensione e distribuzione delle macchie di sangue. È stata applicata nella stanza da letto e sul pigiama relativi all’omicidio di Samuele Lorenzi avvenuto a Cogne in Valle d’Aosta.

Non calpestare le macchie di sangue sul pavimento, se lo spazio lo consente, di solito è piuttosto semplice, basta evitarle.

In molti casi, però, giacche, guanti e presìdi rischiano di “cancellare” o di alterare le eventuali macchie di sangue sui muri.

Forse perché ci si aspetta, in effetti, che siano tutte a terra e non si fa caso a quelle sulle pareti e, magari, uscendo dalla scena con la tavola spinale, o il telo o la cardiopatica o direttamente con il paziente sulla barella, si striscia lungo il muro (spesso accade proprio per il ridotto spazio di manovra) “portando” via buona parte del “disegno” originale delle macchie di sangue. Entrando e lasciando la scena del crimine per evitare di alterare le macchie di sangue sarebbe sempre opportuno tentare (ove possibile, spazio di manovra permettendo) di non toccare pareti e mobili: nel caso vi siano macchie di sangue, evitando il contatto, resteranno dove si trovano fino all’arrivo dell’autorità che farà le indagini, ma sarà sempre opportuno documentarle fotograficamente e annotare e registrare lo stato fisico delle macchie: sangue fresco, rappreso, secco.

Le tracce ematiche che è possibile rinvenire sulla scena di un crimine si presentano con caratteristiche molto differenti tra loro e, se da una parte esse sono strettamente legate alle proprietà fisiche del sangue, quali la viscosità e la tensione superficiale, dall’altra dipendono dalle forze esterne cui le tracce risultano sottoposte. Tra le due proprietà fisiche del sangue, la tensione superficiale è da considerarsi sicuramente la più importante e permette di comprendere il comportamento del sangue, una volta che esso abbandona il sistema circolatorio, in seguito alle lesioni prodotte nel corso di una aggressione.

Come tutti i liquidi, il sangue è tenuto insieme da forze di coesione fra le sue molecole chiamate di Van der Waals: in un liquido, come la superficie di un bicchiere d’acqua o quella di un lago, la tensione superficiale si manifesta come una sorta di pellicola protettiva che è resistente alla penetrazione o alla separazione ed è la risultante di questa attrazione intermolecolare. Schizzi, chiazze o macchie di sangue, anche invisibili e quindi evidenziabili attraverso il trattamento con il luminol, di cui si riferirà più avanti, possono costituire informazioni di fondamentale importanza per ricostruire in maniera virtuale lo scenario delittuoso e le diversi fasi in cui un determinato crimine si è consumato. Dallo studio delle macchie di sangue si può infatti dedurre tutta una serie di dati come la direzione degli schizzi e l’area di origine delle macchie; il tipo di forza che ha generato quel gruppo di schizzi, ma anche l’area in cui il sangue ha impattato o, viceversa, in cui un corpo, o un oggetto è venuto in contatto con il sangue. Si può determinare la posizione delle persone durante il sanguinamento, la sequenza del delitto, il movimento di cose o persone mentre si stava compiendo il reato o dopo il delitto; le modalità dell’azione, il tipo di arma e le attività compiute durante lo spargimento del sangue.

Quando una goccia di sangue cade perpendicolarmente su una superficie orizzontale (ad un angolo di 90°), la macchia di sangue risultante sarà rotonda. Se l’angolo tra la traiettoria di volo della goccia di sangue e la superficie su cui è diretta diminuisce, la forma degli schizzi di sangue non sarà più rotondeggiante ma tenderà ad allungarsi. In altre parole, la macchia di sangue diventerà sempre più lunga e stretta al diminuire dell’angolo di impatto e comincerà a evidenziare una sorta di coda, una parte allungata, come il manico di una clava.

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