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Lo sai che? Pubblicato il 2 gennaio 2017

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Lo sai che? Cos’è il mobbing

> Lo sai che? Pubblicato il 2 gennaio 2017

Il mobbing consiste in una serie di atti o comportamenti vessatori, protratti nel tempo, posti ai danni di un lavoratore da parte dei colleghi o del capo, finalizzati all’altrui persecuzione ed emarginazione con lo scopo di escludere la vittima dal gruppo.

Con il termine mobbing si intende una condotta illecita, ai danni del dipendente, posta dal datore di lavoro o dal superiore gerarchico all’interno dell’ambiente di lavoro ed in modo sistematico e protratto nel tempo; essa consiste in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con l’effetto finale di ledere il suo equilibrio psico-fisico e la sua personalità [1].

Il termine mobbing deriva dal verbo inglese, to mob, che significa ledere, aggredire, assalire in massa. Tale termine descrive quindi una modalità di relazione di tipo patologico all’interno di una determinata comunità (familiare, lavorativa, amicale), volta a sopraffare ed eliminare i soggetti estranei o non più conformi agli interessi del gruppo.

Perché si possa parlare di mobbing è necessario che il comportamento posto dal datore di lavoro o dal superiore gerarchico abbia una durata di più mesi (normalmente almeno sei, secondo gli studi più accreditati), presentandosi come una forma di terrore psicologico che viene esercitato sul posto di lavoro attraverso attacchi ripetuti.

Il mobbing può essere di due tipi

  • se gli attacchi provengono da parte dei colleghi si parla di mobbing orizzontale
  • se gli attacchi provengono da parte del datore di lavoro si parla di mobbing verticale.

All’atto pratico, il mobbing può consistere in comportamenti di vario genere; la legge, infatti, non richiede che esso si estrinsechi in una forma specifica e dettagliata. Si può, quindi, compiere, ai danni del dipendente, vari comportamenti come: l’emarginazione sul posto di lavoro, l’assegnazione di compiti dequalificanti, le continue critiche, la sistematica persecuzione, il sabotaggio del lavoro. Un singolo comportamento, per quanto illecito, non si può considerare mobbing se non è reiterato e assistito dalla specifica volontà di opprimere e ledere la dignità del dipendente. Così, ad esempio, la frase mortificante espressa in pubblico può costituire gli estremi dell’ingiuria ma non del mobbing, salvo sia ripetuta sistematicamente proprio allo scopo di comprimere la dignità del dipendente.

Insomma, lo scopo del mobbing è quello di logorare e sfinire psicologicamente il lavoratore, sminuendone il ruolo sociale in modo da provocarne il licenziamento o da indurla alle dimissioni. In questo senso il mobbing può essere realizzato mediante qualunque condotta impropria che si manifesti attraverso comportamenti, parole, atti, gesti, scritti capaci di arrecare offesa alla personalità, alla dignità o all’integrità fisica o psichica di una persona, di metterne in pericolo l’impiego o di degradare il clima lavorativo.

Quando scatta il mobbing?

Secondo la Cassazione [2] si può parlare di mobbing lavorativo se ricorrono le seguenti condizioni:

  • una serie di comportamenti di carattere persecutorio – illeciti o anche leciti se considerati singolarmente – che, con intento vessatorio, siano posti in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi;
  • un danno alla salute, alla personalità o alla dignità del dipendente;
  • il rapporto di causalità: ossia il danno all’integrità psicofisica e/o alla dignità del lavoratore deve essere esclusiva conseguenza delle condotte illecite del datore di lavoro o del superiore gerarchico;
  • l’intento persecutorio che deve essere lo scopo di tutti i comportamenti lesivi.

Sempre secondo la Cassazione, si ha mobbing allorché sia ravvisabile da parte del datore o di un superiore gerarchico un atteggiamento sistematico e protratto nel tempo di ostilità verso il dipendente che si concreti in una molteplicità di comportamenti così da tradursi in forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica tali da indurre la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente.

Anche se il giudice ritiene che non vi sia, da parte del datore o del superiore, uno specifico intento persecutorio volto a destabilizzare l’equilibrio psico-fisico del lavoratore o a mortificarne la dignità, non è detto che alcuni dei comportamenti denunciati – esaminati singolarmente – pur non essendo accomunati dal medesimo fine persecutorio, possano essere considerati vessatori e mortificanti per il lavoratore. Anche in questo caso, dunque, il datore di lavoro può essere chiamato a risponderne e a risarcire il relativo danno [3].

note

[1] Cass. sent. n. 87/2012.

[2] Cass. sent. n. 24029/2016. Confronta anche Cass. sent. n. 158/16: «Costituisce mobbing la condotta del datore di lavoro, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolva, sul piano oggettivo, in sistematici e reiterati abusi, idonei a configurare il cosiddetto terrorismo psicologico, e si caratterizzi, sul piano soggettivo, con la coscienza e intenzione del datore di lavoro di arrecare danni – di vario tipo ed entità – al dipendente medesimo. Nel caso di specie i giudici non hanno ravvisato mobbing nella collocazione in CIG o in ferie, stante l’assenza della prova di una esplicita volontà del datore di lavoro di emarginare il dipendente in vista di una sua espulsione dal contesto lavorativo o, comunque, di un intento persecutorio».

[3] Cass. ord. n. 8025/2016.

Autore immagine: 123rf com

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1 Commento

  1. A me è capitato davvero. Pressapoco già dal 1986, fui discriminato dai miei comandanti diretti, perchè mi rifiutavo di strappare Processi Verbali per violazioni al C di S o Verbali per violazioni al TULPS, fatti a loro amici o amici di persone importanti. Dal 1996 ho incominciato ad essere vittima del Mobbing e Bossing. Ho subito dei furti, molestie sessuali, sindrome da scrivania vuota, provvedimenti disciplinari unidirezionali, trasferimenti provvisori, abbassamento delle note caratteristiche, blocco di cause di servizio nonostante numerosissime patologie anche alcune contratte presumibilmente in Kosovo, e tantissime azioni od omissioni contro di me. Dopo aver fatto 2 denunce alla Procura Militare di Roma ed una petizione al Parlamento Europeo di Strasburgo, sono stato “gentilmente” espulso dal corpo di appartenenza dopo 29 anni di servizio e con il grado di M.A. s.UPS..

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