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Lo sai che? Pubblicato il 3 gennaio 2017

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Lo sai che? Facebook: il post offensivo è diffamazione aggravata

> Lo sai che? Pubblicato il 3 gennaio 2017

Le offese su Facebook costituiscono diffamazione con l’aggravante del mezzo di pubblicità trattandosi di un mezzo di comunicazione virale.

Chi offende qualcuno attraverso un post o un commento su Facebook commette il reato di diffamazione aggravata: Facebook, infatti, al pari di qualsiasi altro social network, è ritenuto un «mezzo di pubblicità» per via della facile e rapida diffusione dei suoi contenuti. A confermare l’indirizzo ormai consolidato della giurisprudenza è una sentenza di ieri della Cassazione [1].

Pena più grave, dunque, per chi scrive un post o un commento offensivo su Facebook rispetto a chi diffama con qualsiasi altro strumento (ad esempio, a voce innanzi a più persone). Il codice penale [2], infatti, nel sanzionare con la reclusione fino a 1 anno o con la multa di 1.032 euro chi offende l’altrui reputazione davanti a più persone, stabilisce anche che «se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità» la pena è la reclusione da 6 mesi a 3 anni o con la multa non inferiore a 516 euro.

Ricordiamo – per inciso – che, a seguito della depenalizzazione intervenuta ad inizio di quest’anno, se l’ingiuria non è più reato (resta solo l’illecito civile che dà diritto al risarcimento del danno cui il giudice aggiunge il pagamento di una multa), la diffamazione invece resta un illecito penale. La differenza è semplice:

  • l’ingiuria è l’offesa proferita direttamente al destinatario della stessa, quindi in sua presenza;
  • la diffamazione invece è l’offesa rivolta a qualcuno ma detta in sua assenza a più di una persona, anche se in momento non perfettamente simultanei (quindi, se riferita a una sola persona, a titolo di sfogo o confidenza, non è reato).

La facile diffusione dei messaggi offensivi su Facebook

Secondo l’interpretazione ormai affermata da costante giurisprudenza, «la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca Facebook integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone».

L’aggravante del reato di diffamazione si spiega per via del fatto che il mezzo di diffusione utilizzato è idoneo «a coinvolgere e raggiungere una vasta platea di soggetti, ampliando – e aggravando – in tal modo la capacità diffusiva del messaggio lesivo della reputazione della persona offesa».

Non vi è dubbio, infatti, che la bacheca di Facebook sia destinata ad essere «consultata da un numero potenzialmente indeterminato di persone, secondo la logica proprio dello strumento di comunicazione e condivisione telematica, che è quella di incentivare la frequentazione della bacheca da parte degli utenti, allargandone il numero a uno spettro di persone sempre più esteso, attratte dal relativo effetto socializzante».

Non rileva il fatto che il profilo del soggetto che ha scritto il post o il commento offensivo sia chiuso e ristretto solo alla propria cerchia di amici. Né il fatto che a Facebook si possa accedere solo a seguito di registrazione.

Per la Corte, infatti, «la circostanza che l’accesso al social network richieda all’utente una procedura di registrazione – peraltro gratuita, assai agevole e alla portata sostanzialmente di chiunque – non esclude la natura di “altro mezzo di pubblicità” richiesta dalla norma penale per l’integrazione dell’aggravante, che discende dalla potenzialità diffusiva dello strumento di comunicazione telematica utilizzato per veicolare il messaggio diffamatorio, e non dall’indiscriminata libertà di accesso al contenitore della notizia (come si verifica nel caso della stampa, che integra un’autonoma ipotesi di diffamazione aggravata)».

note

[1] Cass. sent. n. 50/17 del 2.01.2016.

[2] Art. 595 cod. pen.

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 2 dicembre 2016 – 2 gennaio 2017, n. 50

Presidente Mazzei – Relatore Sandrini

Ritenuto in fatto e considerato in diritto

1.Con sentenza in data 3.07.2014 il Tribunale di Pescara ha dichiarato la propria incompetenza per materia a giudicare i reati di minacce e diffamazione, aggravata ex art. 595 comma 3 cod.pen. dall’invio e diffusione dei messaggi minatori e offensivi attraverso il social network “facebook”, ascritto a C.M. nei confronti di B.R., ritenendo i reati di competenza del Giudice di Pace in quanto l’assenza di libera accessibilità dei social network telematici da parte degli utenti della rete internet escludeva la configurabilità della comunicazione con un mezzo di pubblicità.

2.Con ordinanza in data 10.06.2016 il Giudice di Pace di Penne ha sollevato conflitto negativo di competenza, rimettendo gli atti a questa Corte, ritenendo integrata l’aggravante di cui all’art. 595 comma 3 cod.pen. nella condotta dell’imputata, alla stregua dei principi affermati da questa Corte in materia.

3.Il Procuratore Generale presso questa Corte ha concluso chiedendo che sia dichiarata la competenza del Tribunale di Pescara.

4.Il conflitto deve essere regolato con l’affermazione della competenza del Tribunale di Pescara, con conseguente annullamento, senza rinvio, della sentenza declinatoria della competenza dallo stesso emessa il 3.07.2014.

5.Deve, invero, essere data continuità al principio di diritto, affermato da questa Corte, Sez. 1, nella sentenza n. 24431 del 28/04/2015, Rv. 264007, secondo cui la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 terzo comma cod. pen., poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone; l’aggravante dell’uso di un mezzo di pubblicità, nel reato di diffamazione, trova, infatti, la sua ratio nell’idoneità del mezzo utilizzato a coinvolgere e raggiungere una vasta platea di soggetti, ampliando – e aggravando – in tal modo la capacità diffusiva del messaggio lesivo della reputazione della persona offesa, come si verifica ordinariamente attraverso le bacheche dei social network, destinate per comune esperienza ad essere consultate da un numero potenzialmente indeterminato di persone, secondo la logica e la funzione propria dello strumento di comunicazione e condivisione telematica, che è quella di incentivare la frequentazione della bacheca da parte degli utenti, allargandone il numero a uno spettro di persone sempre più esteso, attratte dal relativo effetto socializzante.

La circostanza che l’accesso al social network richieda all’utente una procedura di registrazione – peraltro gratuita, assai agevole e alla portata sostanzialmente di chiunque – non esclude la natura di “altro mezzo di pubblicità” richiesta dalla norma penale per l’integrazione dell’aggravante, che discende dalla potenzialità diffusiva dello strumento di comunicazione telematica utilizzato per veicolare il messaggio diffamatorio, e non dall’indiscriminata libertà di accesso al contenitore della notizia (come si verifica nel caso della stampa, che integra un’autonoma ipotesi di diffamazione aggravata), in puntuale conformità all’elaborazione giurisprudenziale di questa Corte che ha ritenuto la sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 595 terzo comma cod. pen. nella diffusione della comunicazione diffamatoria col mezzo del fax (Sez. 5 n. 6081 del 9/12/2015, Rv. 266028) e della posta elettronica indirizzata a una pluralità di destinatari (Sez. 5 n. 29221 del 6/04/2011, Rv. 250459).

6.L’aggravante contestata radica la competenza per materia del Tribunale in ordine al reato di diffamazione, che attrae per connessione quello di minaccia, ex art. 6 commi 1 e 2 D.Lgs. n. 274 del 2000, ascritto nell’imputazione come commesso con la medesima condotta, diffusiva di messaggi diretti contestualmente e contemporaneamente a offendere entrambi i beni giuridici tutelati dagli artt. 595 e 612 cod. pen.

P.Q.M.

Dichiara la competenza del Tribunale di Pescara, cui dispone trasmettersi gli atti, annullando la sentenza 3.07.2014 del Tribunale di Pescara dichiarativa di incompetenza.

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1 Commento

  1. Ti adoro Corte di Cassazione, e se quando esaminerai il delitto di avetrana, farai il tuo dovere, gli avv dovranno fare gli straordinari, per quante offese hanno ricevuto Sabrina e la sua fam.

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