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Lo sai che? Pubblicato il 4 gennaio 2017

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Lo sai che? Sito responsabile dei commenti degli utenti

> Lo sai che? Pubblicato il 4 gennaio 2017

Il gestore del sito o del blog è responsabile del testo postato dai visitatori, anche se anonimamente, solo quando, richiestagli la cancellazione del contenuto dall’interessato, non vi provveda.

Chi gestisce un sito internet risponde dei commenti offensivi e diffamatori postati dagli utenti, anche in forma anonima, ma solo quando è al corrente del testo incriminato e, nonostante la richiesta di cancellazione da parte dell’interessato, non provvede alla rimozione. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza recentissima [1].

La nostra legge, recependo una direttiva comunitaria [2], stabilisce il principio della cosiddetta «neutralità dell’intermediario»: in altre parole, chi gestisce servizi internet – come la pubblicazione e/o la predisposizione di spazi online per i contenuti di terzi (un esempio: Facebook) – non è responsabile per i reati commessi dagli utenti sulle proprie pagine salvo quando non “partecipi” all’illecito, controllando i contenuti, filtrandoli o semplicemente conoscendoli in anticipo e, ciò nonostante, autorizzandoli. In altre parole, il gestore del sito internet tantomeno mette le mani sui testi postati dagli utenti, tantomeno rischia di essere chiamato come responsabile per eventuali lesioni ai diritti altrui.

Questo principio è stato variamente interpretato dalla giurisprudenza in più occasioni e, nel caso del gestore del sito, si è ritenuto quest’ultimo complice del delitto di diffamazione se ha mantenuto online un commento offensivo, benché postato da terzi anonimi, nonostante la vittima ne abbia espressamente chiesto la rimozione. La consapevolezza, infatti, circa la lesione all’altrui reputazione, prodotta dal testo postato dall’utente, rende il proprietario del sito non più «neutrale», bensì corresponsabile con l’autore del crimine (sebbene spesso difficilmente individuabile).

Possiamo ben dire, dunque, che la responsabilità del titolare del dominio internet non scatta, in automatico, solo per la sua posizione di gestore del sito, ma per aver questi agevolato la commissione della diffamazione. Ad esempio mantenendo consapevolmente il commento sul sito (nel caso di specie, solo 10 giorni) e consentendo, con l’omessa rimozione, che lo stesso sviluppi la sua efficacia diffamatoria.

Sintetizzando, non è vero – come spesso si dice – che il proprietario del sito è sempre responsabile per i commenti postati da terzi e chi dovesse avviare una querela dopo aver letto il testo offensivo non troverebbe tutela. Il gestore però è tenuto, una volta a conoscenza della diffamazione (resagli nota dall’interessato con una diffida e una richiesta di rimozione) a cancellare il testo e ad avvisare le autorità, fornendo loro i dati per individuare il colpevole.

Da una tale imposizione – secondo la Corte Europea dei diritti dell’uomo [3] – il diritto di cronaca e la libertà di espressione non vengono violate.

note

[1] Cass. sent. n. 54946/16 del 27.12.2016.

[2] Art. 17 del dlgs 70/2003. Esso dispone che nella prestazione dei servizi online di semplice trasporto (trasmettere, su una rete di comunicazione, informazioni fornite da un destinatario del servizio, o nel fornire un accesso alla rete di comunicazione), di caching (memorizzazione automatica, intermedia e temporanea di informazioni trasmesse in rete effettuata al solo scopo di rendere più efficace il successivo inoltro ad altri destinatari a loro richiesta) e di hosting (informazioni memorizzate a richiesta di un destinatario del servizio) il prestatore (il provider) non è assoggettato ad un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmette o memorizza, né ad un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite.

[3] Gran Camera Corte Europea diritti uomo, sent. n. 64569/09 del 10.06.2015.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 14 luglio – 27 dicembre 2016, n. 54946
Presidente Lapalorcia – Relatore Zaza

Ritenuto in fatto

Con la sentenza impugnata, in riforma della sentenza assolutoria del Tribunale di Bergamo del 10/11/2014, appellata dal pubblico ministero, M.M., quale legale rappresentante della Kines s.r.L, gerente il sito internet agenziacalcio.it, veniva ritenuto responsabile del concorso nel reato di diffamazione commesso in Clusone nell’agosto del 2009 in danno di C.T., presidente della Lega Nazionale Dilettanti del Federazione Italiana Gioco Calcio, pubblicando, sulla community del sito, un commento di D.F. nel quale lo stesso definiva il T. «emerito farabutto» e «pregiudicato doc» e ne allegava il certificato penale.
L’imputato ricorrente deduce vizio motivazionale sull’affermazione di responsabilità; la sentenza impugnata sarebbe contraddittoria nel momento in cui, dando atto che il F. inseriva autonomamente il commento sul sito senza alcun intervento del gestore, riteneva quest’ultimo responsabile per il solo fatto dell’aver il M. ricevuto tre giorni dopo dal F. una missiva di posta elettronica contenente il certificato penale del T., omettendo di considerare che in quel periodo l’imputato si trovava in vacanza all’estero e non aveva accesso al sito; non vi sarebbe motivazione sul mancato accoglimento della richiesta del pubblico ministero appellante di nuova assunzione delle prove in sede di appello; la sentenza assolutoria di primo grado sarebbe stata sovvertita omettendo la necessaria critica alle argomentazioni della stessa, ed anzi valutando in senso accusatorio lo stesso documento, costituito dalla comunicazione dell’imputato alla polizia postale in data 14/09/2009 con cui si informava dell’autonomo inserimento del commento da parte del Filippini, utilizzato dal Tribunale per escludere la responsabilità dell’imputato.
II ricorrente chiede altresì sospensione dell’esecuzione della condanna al risarcimento dei danni in favore della parte civile tenuto conto delle considerazioni che precedono e della liquidazione del danno nella misura arbitraria di € 60.000 in assenza di elementi certi sullo stesso.

Considerato in diritto

II ricorso è infondato.
La motivazione della sentenza impugnata, sull’affermazione di responsabilità dell’imputato, era coerente e rispettosa, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, dell’onere di adeguata critica dell’impostazione assolutoria della decisione di primo grado. La Corte territoriale concordava sulla conclusione,
posta alla base di quella decisione, per la quale l’articolo incriminato era stato autonomamente caricato sul sito da D.F.; ma osservava che il Tribunale, come in effetti emerge dalla lettura della sentenza appellata, non aveva valutato l’ulteriore elemento costituito dalla ricezione, sulla casella di posta elettronica dell’imputato, di una missiva con la quale lo stesso F. il 01/08/2009 trasmetteva al M. il certificato penale del T. II giudizio di responsabilità veniva pertanto formulato per l’aspetto, del tutto inesplorato in primo grado, dell’aver l’imputato mantenuto consapevolmente l’articolo sul sito, consentendo che lo stesso esercitasse l’efficacia diffamatoria che neppure il ricorrente contesta, dalla data appena indicata, allorché ne apprendeva l’esistenza, fino al successivo 14 agosto, allorchè veniva eseguito il sequestro preventivo del sito; osservando inoltre la Corte d’Appello che l’invio della descritta missiva di posta elettronica smentiva la versione dell’imputato di aver saputo della presenza dell’articolo nel sito solo in conseguenza di detto sequestro, e che d’altra parte la conoscenza di quella presenza da parte dell’imputato, prima del sequestro, era confermata dalla pubblicazione di un articolo a firma dello stesso M. intitolato «chiedere se T. è stato eletto legalmente è diffamazione», nel quale, allegando dei collegamenti al certificato penale del T. e rispondendo ad un comunicato della Federazione Italiana Gioco Calcio del 14/08/2008, si asseriva che dopo la pubblicazione dell’articolo del F. era dovere del sito fornire un’informazione priva di censure sulla sollevata questione dell’ineleggibilità del T., in conformità peraltro ai contenuti di una compagna decisamente critica condotta dal sito nei confronti di quest’ultimo.
Per il resto il ricorso, oltre ad attingere profili di merito non valutabili in questa sede, è generico con riguardo alla decisività della dedotta circostanza del trovarsi l’imputato in ferie all’estero nel momento in cui sulla sua casella di posta elettronica perveniva la missiva di cui sopra; non esplicitando il ricorrente, nel mero riferimento ad una conseguente impossibilità per l’imputato di accedere personalmente al sito, se tale circostanza avesse impedito allo stesso anche di visionare la corrispondenza elettronica e prendere conoscenza del contenuto della missiva, e in caso negativo quale ragione non avesse consentito al M. di assumere comunque le iniziative necessarie per evitare che la condotta diffamatoria si protraesse.
La doglianza relativa alla mancata riassunzione delle prove nel giudizio di appello è infine manifestamente infondata, essendo l’affermazione di responsabilità, per quanto detto, giustificata non da una rivalutazione delle prove dichiarative, ma dalla valorizzazione di un dato documentale non considerato rilevante in primo grado.
II ricorso deve pertanto essere rigettato, seguendone la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e delle spese sostenute nel grado dalla parte civile, che avuto riguardo alla contenuta dimensione dell’impegno processuale si liquidano in € 2,000 oltre accessori di legge. Non vi é di conseguenza luogo a provvedere sull’istanza di sospensione della condanna al risarcimento dei danni in favore della parte civile.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché alla rifusione delle spese di parte civile, che liquida in € 2.000 oltre accessori di legge.

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