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Lo sai che? Pubblicato il 5 gennaio 2017

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Lo sai che? Soprusi, persecuzioni e dispetti di colleghi: è mobbing

> Lo sai che? Pubblicato il 5 gennaio 2017

Il mobbing consiste in una serie di atteggiamenti vessatori, protratti nel tempo, posti in essere nei confronti del lavoratore da parte dei componenti del gruppo di lavoro in cui è inserito o dal suo capo.

Non solo il capo può compiere mobbing ai danni del lavoratore dipendente: anche le angherie, i soprusi e i dispetti provenienti dai colleghi di lavoro, quelli cioè di pari grado, rientrano nel mobbing e di questi è l’azienda a risponderne. A ricordarlo è una recente sentenza della Cassazione [1].

Il mobbing può essere di due tipi: mobbing verticale, quello esercitato dal datore di lavoro o dal superiore gerarchico; mobbing orizzontale, consistente nel comportamento vessatorio dei colleghi di lavoro. Il datore è ugualmente responsabile per essere rimasto colpevolmente inerte nel non tutelare il proprio dipendente, prendendo misure contro i suoi colleghi dispettosi. È obbligo infatti dell’aziende tutelare non solo la salute fisica, ma anche quella psichica di chi presta lavoro. Una tutela, insomma, a tutto tondo che si estende anche alla difesa contro le angherie dei colleghi di pari grado.

Leggi: Cos’è il mobbing?

Il mobbing, ricorda la Corte, è un fenomeno consistente in una serie di atti o comportamenti vessatori, protratti nel tempo, posti nei confronti di un lavoratore da parte dei componenti del gruppo di lavoro in cui è inserito o dal suo capo e caratterizzati da un intento di persecuzione ed emarginazione finalizzato ad escludere la vittima dal gruppo. Tali comportamenti, peraltro, singolarmente presi, possono anche essere leciti come, ad esempio, la richiesta di giustificazioni in dipendenza dall’assenza dal lavoro, la contestazione disciplinare per il ritardo nell’invio del certificato medico, la revoca delle ferie già concesse e la mancata concessione dei permessi sindacali ecc.); quel che rileva è il fine che li unifica, ossia l’intento vessatorio. In altre parole devono essere posti contro la vittima in modo mirato e sistematico, prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o anche da parte di altri dipendenti sottoposti al potere direttivo dei primi.

Dunque, il datore di lavoro risponde delle condotte persecutorie dei suoi sottoposti ai danni del dipendente di pari grado (i colleghi, insomma), considerato che anche l’aspetto umano fa parte dell’ambiente di lavoro. L’imprenditore è responsabile dell’organizzazione dell’impresa anche per le condotte poste in essere dal personale.

note

[1] Cass. sent. n. 74/2016.

Autore immagine: 123rf com

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