Donna e famiglia Pubblicato il 8 gennaio 2017

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Donna e famiglia Quando si perde il mantenimento

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Separazione e divorzio: ecco i casi in cui si ha la perdita del diritto all’assegno di mantenimento o dell’assegno divorzile, da parte dell’ex coniuge.

L’assegno di mantenimento non è per sempre: l’obbligo di versare all’ex coniuge una somma di denaro (determinata di comune intesa o, in caso di disaccordo, dal giudice) cessa o può essere modificata (in aumento o in diminuzione) al sopraggiungere di determinate situazioni. Tali situazioni possono riguardare:

  • il soggetto obbligato al pagamento dell’assegno di mantenimento: è il caso, ad esempio, di una malattia invalidante che ne riduca le capacità lavorative e, quindi, anche il reddito; un licenziamento o la cassa integrazione; la creazione di una nuova famiglia e l’arrivo di un figlio; ecc.
  • il soggetto beneficiario dell’assegno di mantenimento: come, ad esempio, una nuova convivenza stabile e duratura con un’altra persona, anche se disoccupata; un’assunzione o una promozione con aumento dello stipendio e, quindi, con incremento del tenore di vita; la morte; ecc.

Procediamo con ordine e vediamo in quali casi si verifica la perdita dell’assegno di mantenimento. Ma prima cerchiamo di comprendere in cosa consiste il «mantenimento».

Cos’è l’assegno di mantenimento?

L’assegno di mantenimento non è né una sanzione, né una forma del risarcimento del danno. Esso ha solo la funzione di fornire al coniuge che non ha adeguati redditi propri un sostegno economico dopo la cessazione della convivenza, onde consentirgli di mantenere un tenore di vita simile a quello goduto durante il matrimonio, purché sempre nei limiti di quanto consentono le capacità economiche del coniuge obbligato. In buona sostanza, l’obbligo di pagare l’assegno di mantenimento scatta solo e unicamente nei casi in cui, al momento della separazione, i due ex coniugi presentano situazioni reddituali o patrimoniali diverse: in tal caso il più agiato dovrà aiutare il meno abbiente. Se, invece, le rispettive condizioni economiche si equivalgono non sarà dovuto alcun mantenimento.

Ne consegue che l’assegno di mantenimento non serve a ricompensare il coniuge dei sacrifici fatti nel corso della convivenza né ha la funzione di risarcire il coniuge delle conseguenze negative della cessazione della convivenza. Pertanto, anche in assenza di addebito, il giudice può imporre il mantenimento se vi è disparità di reddito tra i due ex coniugi. Con l’importante precisazione, però, che non ha diritto al mantenimento chi, con il proprio comportamento colpevole, abbia determinato la fine del matrimonio (così subendo dal giudice la cosiddetta dichiarazione di addebito): si pensi al coniuge che lascia, senza giusto motivo, la casa coniugale o a quello che tradisca l’altro.

Chi stabilisce l’assegno di mantenimento?

L’assegno di mantenimento può essere determinato dalle parti di comune accordo o, in mancanza di un’intesa, dal giudice su ricorso di uno o di entrambi i coniugi. In particolare:

  1. se le parti decidono di procedere con una separazione consensuale saranno libere di determinare l’assegno in base a parametri personali che non è necessario esplicitare nel proprio ricorso, potendosi limitare a indicare solo l’importo concordato. Il giudice non verifica se esistono i presupposti di legge per il riconoscimento di un contributo a favore di un coniuge e a carico dell’altro, ma si limita a prendere atto della volontà degli ex coniugi, fidandosi della quantificazione da questi operata e in merito alla quale hanno raggiunto il pieno accordo;
  2. nella separazione giudiziale, invece, le parti ricorrono al giudice ed è questi che determina il “se” spetta l’assegno e il relativo importo. In particolare, per determinare la misura dell’assegno di mantenimento, il magistrato decide sulla base di diversi parametri quali:
  • la differenza di reddito tra i due ex coniugi al momento della separazione;
  • il tenore di vita goduto dalla coppia durante il matrimonio;
  • l’apporto che, durante il matrimonio, il coniuge beneficiario ha dato alla famiglia e ai figli, eventualmente sacrificando le proprie aspirazioni di carriera;
  • le spese a carico del coniuge obbligato a versare il mantenimento (ad esempio, se la casa è stata assegnata alla donna, l’uomo andrà incontro a spese di affitto);
  • la durata del matrimonio;
  • l’età, il grado di istruzione e la formazione professionale del coniuge beneficiario: per cui il tribunale potrà negare l’assegno di mantenimento se questi è in età e nelle condizioni di trovare un’occupazione per mantenersi da solo.

Il giudice, pronunciando la separazione, stabilisce a vantaggio di un coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, determinandone l’entità, in relazione alle circostanze e ai redditi dell’obbligato. Il giudice può disporre un assegno di mantenimento solo in presenza di una espressa richiesta del coniuge economicamente più debole.
Non può disporre d’ufficio l’assegno di mantenimento.

A chi non spetta l’assegno di mantenimento?

Al coniuge che chiede l’assegno di mantenimento non deve essere stata addebitata la separazione. In pratica, chi subisce l’addebito, anche se in condizioni di reddito più svantaggiate, non ha diritto al mantenimento.

Differenza tra assegno di mantenimento e assegno divorzile

Spesso si parla di assegno di mantenimento in modo indistinto e onnicomprensivo, sia per riferirsi al contributo versato dall’ex coniuge dopo la separazione, sia a quello versato dopo il divorzio. In realtà, per quanto i presupposti e le condizioni siano identiche e la differenza sia solo terminologica, la legge parla di:

  • assegno di mantenimento con riferimento alla somma da versare dopo la separazione e prima del divorzio;
  • assegno divorzile con riferimento invece alla somma da versare dopo il divorzio.

Quando si perde l’assegno di mantenimento?

Analizziamo ora le ipotesi in cui si perde il diritto all’assegno di mantenimento. Queste possono essere classificate in due categorie:

Cause dipendenti da chi versa il mantenimento

Si perde il diritto al mantenimento quando il coniuge obbligato al versamento del mantenimento:

  • muore;
  • perde la capacità lavorativa e di reddito per via di una malattia gravemente invalidante che porti le sue condizioni di reddito a una situazione di sostanziale equivalenza a quella dell’ex coniuge;
  • viene licenziato o messo in cassa integrazione o chiude l’azienda per fallimento o liquidazione dettata da crisi economica: in tal caso egli deve essere oggettivamente non più in grado di provvedere al proprio mantenimento e, nello stesso tempo, dar prova di aver tentato di rioccuparsi;
  • crea una nuova famiglia e da questa abbia un figlio. La nostra costituzione tutela la famiglia in tutte le sue espressioni: se, all’aumento del carico di spese non corrispondesse la cancellazione o, quanto meno, la riduzione dell’assegno di mantenimento all’ex coniuge, il diritto a crearsi un nuovo nucleo familiare verrebbe definitivamente compresso.

Cause dipendenti da chi riceve il mantenimento

Si perde il diritto al mantenimento quando il coniuge beneficiario:

  • muore;
  • consegue nuovi e più elevati redditi a seguito, ad esempio, di promozione in carriera o di assunzione sempre che, da tale situazione, cessi il divario di reddito con l’ex coniuge. Se invece il divario continua a persistere, si avrà solo una riduzione dell’assegno di mantenimento;
  • inizia una nuova convivenza con un’altra persona, a prescindere dal fatto che questa sia o meno occupata e abbia le possibilità economiche per mantenerla;
  • rinuncia al mantenimento;
  • riceve una cospicua eredità.

In tutti questi casi, a perdere il mantenimento è solo l’ex coniuge e non i figli, per i quali il diritto all’assegno mensile non cessa fino a quanto, anche se già maggiorenni, non hanno raggiunto l’indipendenza economica. Anche al figlio sposato, se persiste la situazione di un reddito non stabile, spetta il mantenimento.

Vediamo ora alcune delle ipotesi in cui, più facilmente, è possibile che il giudice neghi il diritto all’assegno di mantenimento.

Donna ancora giovane e abile al lavoro

È ormai un orientamento costante quello di calibrare l’assegno di mantenimento sulla base delle aspettative di lavoro del coniuge beneficiario. Ben venga la possibilità di un sostegno dopo la separazione e la cessazione del matrimonio; ma se il coniuge beneficiario è ancora in età di lavoro e ha le capacità fisiche e mentali per trovare un impiego, anche non strettamente correlato alle proprie aspettative professionali, il mantenimento potrebbe ben essergli negato. L’orientamento della giurisprudenza della stessa Cassazione è rivolto ormai a ritenere sussistente il diritto al mantenimento solo i quei casi di obiettiva difficoltà economica e di impossibilità a procurarsi un reddito. L’assegno non diventa più una misura automatica, ma collegata all’effettiva meritevolezza. È il caso, ad esempio, della donna che ha svolto i lavori di casa per una vita e, dopo la separazione, non ha le capacità e l’esperienza per trovare un lavoro. Opposta è la situazione di colei che, invece, con una laurea e precedenti lavorativi, non intende cercare un impiego (leggi Divorzio, addio mantenimento della moglie).

L’ex inizia una nuova convivenza stabile

Una causa ricorrente di perdita del mantenimento è quando il coniuge beneficiario (di norma la donna) inizia una nuova convivenza stabile e duratura con un’altra persona, formando con questa una famiglia di fatto. Tale circostanza fa perdere automaticamente il diritto al mantenimento, a prescindere dalle capacità reddituali del nuovo partner (quindi, anche se questi sia disoccupato e incapace di mantenere la compagna). Se poi la convivenza finisce, il diritto all’assegno di mantenimento non può più tornare in vita perché perso ormai per sempre (leggi Se l’ex moglie convive devo versare il mantenimento?).

Rinuncia al mantenimento

Il coniuge beneficiario può sempre rinunciare all’assegno di mantenimento, anche se, secondo alcune sentenze della Cassazione, si tratta di un diritto indisponibile per cui l’eventuale rinuncia deve essere sempre valutata dal giudice alla luce della capacità del coniuge beneficiario di poter sopravvivere anche senza. In ogni caso, la rinuncia può essere sempre revocata: in altre parole, se il coniuge ci ripensa e le sue condizioni di reddito sono rimaste inalterate, può sempre tornare a chiedere nuovamente l’assegno di mantenimento.

Successione

Secondo la Cassazione, il coniuge beneficiario del mantenimento che riceve una cospicua eredità, tale da consentirgli di mantenersi da solo, perde il diritto all’assegno di mantenimento. Infatti anche i beni ottenuti a titolo di successione concorrono a determinare il tenore di vita di una persona. Con la conseguenza che si può perdere il diritto al mantenimento se, a seguito di un lascito ereditario successivo alla separazione, il tenore di vita del coniuge beneficiario dell’assegno migliori sensibilmente.

Viceversa, sempre secondo la Cassazione, se a ricevere l’eredità è colui che versa il mantenimento, l’ex coniuge può chiedere un aumento dell’assegno.

Nuova famiglia di chi versa il mantenimento

Il coniuge che versa il mantenimento ha il diritto di crearsi una nuova famiglia ed, eventualmente, avere figli con il nuovo partner. Questo fatto può incidere negativamente sul suo reddito per via dell’aumento dei costi e delle persone da sostenere. Il che lo autorizza a chiedere al giudice una riduzione o la totale cancellazione dell’assegno di mantenimento che versa all’ex coniuge. Deve però dare dimostrazione di una effettiva diminuzione delle proprie capacità economiche (leggi: Nuova famiglia non giustifica la riduzione del mantenimento).

Come non perdere il diritto all’assegno di mantenimento

Il coniuge che voglia ottenere l’assegno di mantenimento deve:

  • non subire la dichiarazione di addebito, ossia non deve essere responsabile della fine del matrimonio;
  • avere un reddito più basso dell’ex e conservare tale sproporzione per tutto il tempo in cui pretende di avere il mantenimento;
  • non essere abile al lavoro o non avere le capacità professionali per essere assunto (avendo ad esempio sempre svolto il lavoro di casalinga) oppure, in ultima analisi, se ancora in età lavorativa e pienamente capace di svolgere un mestiere qualsiasi, dimostrare di aver cercato un impiego e non averlo trovato;
  • non avere riduzioni di spese rispetto a quelle sostenute al momento della determinazione dell’assegno;
  • non iniziare una nuova convivenza stabile e duratura.

Consulta la guida Come non perdere il diritto al mantenimento.

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