Professionisti Pubblicato il 7 gennaio 2017

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Professionisti Caduta alla metropolitana: chi paga i danni?

> Professionisti Pubblicato il 7 gennaio 2017

Di chi è la responsabilità in caso di caduta per le scale di accesso alla stazione della metropolitana a causa della scivolosità dei gradini per la presenza di liquidi di natura imprecisata?

Occorre preliminarmente stabilire se alla fattispecie concreta in esame sia applicabile la presunzione di cui all’art. 2051 c.c. o invece la regola generale di cui all’art. 2043 c.c.

Nel primo caso, infatti, non è necessario accertare se l’attore abbia provato la colpa della convenuta.

Secondo la tesi proposta da Trib. Roma, 20 marzo 2006 tra questi due orientamenti, nel perdurare dei contrasti, è preferibile il secondo, così motivando:

In primo luogo, infatti, se pure è indubitabile che la presunzione di cui all’art. 2051 c.c. trovi applicazione anche con riferimento ai danni causati da cose in sé non pericolose, il problema della applicabilità della presunzione alle cose non pericolose non può essere confuso col diverso problema della sussistenza d’un valido nesso causale tra la cosa ed il danno. Detto altrimenti, una volta accertato che la cosa alla quale viene ricondotta la genesi del danno abbia natura pericolosa, non può dirsi che, per ciò solo, essa sia stata la causa del danno.

In secondo luogo, l’orientamento qui in contestazione trascura di considerare un aspetto essenziale, e cioè che nel caso di cadute od urti contro cose di proprietà altrui, queste ultime hanno un ruolo meramente passivo nella causazione del danno, e dunque è semplicemente «occasione», e non «causa», di quest’ultimo.

Ove, infatti, si ammettesse l’applicabilità dell’art. 2051 c.c. anche con riferimento ai danni arrecati da cose inerti suscitate dall’uomo, l’art. 2051 c.c. diverrebbe norma di applicazione generalissima e costante, con esclusione dei soli casi di danni corpore corporibus illata (così, ad esempio, chi è stato picchiato con un bastone altrui potrebbe invocare l’art. 2051 c.c. nei confronti del proprietario del bastone: l’evidente reductio ad absurdum suscita serie perplessità sul principio affermato nelle due sentenze di legittimità che precedono).

Infine, è opportuno aggiungere che ritenere applicabile l’art. 2051 c.c. ad ipotesi come quelle di specie produrrebbe una inammissibile conseguenza: tutti coloro che, a qualsiasi titolo, entrino in contatto con cose altrui, potrebbero omettere di usare qualsiasi prudenza od attenzione nell’usarne, invocando poi la presunzione di legge (difficilissima da superare, in quanto richiede la prova positiva del caso fortuito o del fatto del terzo) per ottenere il risarcimento dei danni eventualmente subìti.

Così la presunzione di cui all’art. 2051 c.c. potrebbe essere invocata:

  • da colui che, ioci causa, decida di salire di corsa ad occhi chiusi una rampa di scale;
  • da colui che decida di estrarre a mani nude un oggetto dal fuoco dell’altrui caminetto;
  • da colui che si diverta a congiungere tra indice e pollice i poli positivo e negativo del circuito elettrico dell’altrui abitazione.

Anche in questo caso l’evidente reductio ad absurdum, palesando la non condivisibilità della conseguenza, dimostra la fallacia della premessa.

Deve pertanto concludersi ribadendo che, secondo l’orientamento prevalente del giudice di legittimità, di questo tribunale e della giurisprudenza di merito, l’art. 2051 c.c. può trovare applicazione soltanto quando il danno sia stato arrecato o dal dinamismo intrinseco della cosa stessa, ovvero da un agente dannoso in essa insorto. Deve invece escludersi l’applicabilità dell’art. 2051 c.c. nelle ipotesi in cui la res abbia avuto un ruolo del tutto inerte e passivo nella causazione del danno, come  appunto nel caso di urti contro cose di proprietà altrui.

Appare invece prevalente, come esposto nei casi in rassegna, la opposta tesi che vuole l’applicabilità al caso di specie della presunzione di cui all’art. 2051 c.c., anche qualora il danno sia causato da un bene apparentemente inerte.

In conclusione

L’art. 2051 c.c. non postula che la cosa sia suscettibile di produrre danni per sua natura, cioè per suo intrinseco potere, in quanto anche in relazione alle cose prive di un dinamismo proprio sussiste il dovere

di custodia e controllo, allorquando il fortuito ed il fatto dell’uomo possono prevedibilmente intervenire, come causa esclusiva o come concausa, nel processo obiettivo di produzione dell’evento danno, eccitando lo sviluppo di un agente, di un elemento o di un carattere che conferiscono alla cosa l’idoneità al nocumento (Cass. 22 maggio 2000, n. 6616; Cass. 23 ottobre 1990, n. 10277).

note

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