Professionisti Pubblicato il 7 gennaio 2017

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Professionisti Art. 2051 cod. civ.: quale tipo di risarcimento?

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Può il danneggiato per cosa in custodia ottenere anche il risarcimento per danno morale e per cd. danno esistenziale oltre a quello biologico?

Al di là del danno patrimoniale (sia sub danno emergente; sia sub lucro cessante) subito in conseguenza del sinistro, il danneggiato ha diritto di ottenere il ristoro del danno non patrimoniale. E sul punto non può prescindersi da quanto statuito dal supremo giudice con la sentenza a sezioni unite dell’11 novembre 2008, n. 26972 (identica nella motivazione alle decisioni n. 26973, 26974 e 26975) il quale ha precisato che sono «palesemente non meritevoli» di tutela risarcitoria — a titolo di lesione esistenziale — i disagi, i fastidi, i disappunti e ogni altra insoddisfazione riguardante i più disparati aspetti della vita quotidiana.

Per le Sezioni Unite il danno esistenziale non è una voce autonoma da indennizzare, ma solo una parte del complessivo danno non patrimoniale possibile. E per il suo riconoscimento è necessario attuare il filtro della «gravità della lesione» e della «serietà del danno».

Il predetto arresto ha altresì chiarito che il danno non patrimoniale è risarcibile nei soli casi previsti dalla legge, i quali si dividono in due categorie: ipotesi in cui la risarcibilità è prevista in modo espresso (ad es., nel caso in cui il fatto illecito integri gli estremi di un reato, fattispecie previste dalla legge); e quella in cui la risarcibilità del danno in esame, pur non essendo espressamente prevista da una specifica norma di legge, deve ammettersi sulla base di una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c., per avere il fatto illecito vulnerato in modo grave un diritto della persona direttamente tutelato dalla Costituzione o da Convenzioni internazionali (es la Convenzione europea dei diritti dell’uomo).

Il decisum ha inoltre evidenziato che, costituendo il danno non patrimoniale una categoria ampia ed omnicomprensiva non è conforme al dettato normativo pretendere di distinguere il c.d. «danno morale soggettivo», inteso quale sofferenza psichica transeunte, dagli altri danni non patrimoniali.

Ne consegue che la sofferenza morale non è che uno dei molteplici aspetti di cui il giudice deve tenere conto nella liquidazione dell’unico ed unitario danno non patrimoniale, e non un pregiudizio a sé stante.

Da questo principio è stato tratto il corollario che non è ammissibile nel nostro ordinamento la concepibilità d’un danno definito «esistenziale», inteso quale la perdita del fare areddituale della persona.

Da ciò le SS.UU. hanno tratto spunto per negare la risarcibilità dei danni non patrimoniali cc.dd. «bagatellari», ossia quelli futili od irrisori, ovvero causati da condotte prive del requisito della gravità, ed hanno al riguardo avvertito che la liquidazione, specie nei giudizi decisi dal giudice di pace secondo equità, di danni non patrimoniali non gravi o causati da offese non serie, è censurabile in sede di gravame per violazione di un principio informatore della materia.

La sentenza è completata da due importanti precisazioni in tema di liquidazione e prova del danno.

Per quanto attiene la liquidazione del danno, le SS.UU. hanno ricordato che il danno non patrimoniale va risarcito integralmente, ma senza duplicazioni: deve, pertanto, ritenersi sbagliata la prassi di liquidare in caso di lesioni della persona sia il danno morale sia quello biologico; come pure quella di liquidare nel caso di morte di un familiare sia il danno morale, sia quello da perdita del rapporto parentale: gli uni e gli altri, per quanto detto, costituiscono infatti pregiudizi del medesimo tipo.

E ciò ad eccezione dell’ipotesi in cui si tratti di ristorare la sofferenza psichica provata dalla vittima di lesione fisiche alle quali sia seguita dopo breve tempo la morte, ma che sia medio tempore rimasta lucida durante l’agonia in consapevole attesa dell’exitus.

Infine, circa la prova del danno, il quale, è bene ribadirlo, costituisce «un danno conseguenza» — che deve essere allegato e provato — e non già «un danno evento», le SS.UU. hanno ammesso che essa possa fornirsi anche per presunzioni semplici, fermo restando però l’onere del danneggiato di fornire gli elementi di fatto dai quali desumere l’esistenza e l’entità del pregiudizio.

Conforme, ex multis: Cass., 15 genaio 2014, n. 687

«La liquidazione del danno non patrimoniale deve essere complessiva e cioè tale da coprire l’intero pregiudizio a prescindere dai «nomina iuris» dei vari tipi di danno, i quali non possono essere invocati singolarmente per un aumento della anzidetta liquidazione. Tuttavia, sebbene il danno non patrimoniale costituisca una categoria unitaria, le tradizionali sottocategorie del «danno biologico» e del «danno morale» continuano a svolgere una funzione, per quanto solo descrittiva, del contenuto pregiudizievole preso in esame dal giudice, al fine di parametrare la liquidazione del danno risarcibile».

Mette conto peraltro rammentare che alcuni arresti di legittimità, pur richiamandosi agli appena richiamati insegnamenti delle S.U., sembrano optare per un impianto risarcitorio del danno non patrimoniale composto da più voci (ivi comprese quelle del danno morale e del esistenziale) le quali, solo se complessivamente considerate, sarebbero capaci di assicurare alla vittima dell’illecito il ristoro integrale del danno alla persona. Piace così riportare di seguito alcune massime significative di tale orientamento.

Parzialmente difforme: Cass., 20 novembre 2012, n. 20292

«Il danno biologico (cioè la lesione della salute), quello morale (cioè la sofferenza interiore) e quello dinamico-relazionale (altrimenti definibile «esistenziale», e consistente nel peggioramento delle condizioni di vita quotidiane, risarcibile nel caso in cui l’illecito abbia violato diritti fondamentali della persona) costituiscono pregiudizi non patrimoniali ontologicamente diversi e tutti risarcibili; né tale conclusione contrasta col principio di unitarietà del danno non patrimoniale, sancito dalla sentenza n. 26972 del 2008 delle Sezioni Unite della Corte di cassazione, giacché quel principio impone una liquidazione unitaria del danno, ma non una considerazione atomistica dei suoi effetti (in applicazione del suddetto principio, la S.C. ha confermato la sentenza

di merito la quale, in un caso di danno da uccisione del prossimo congiunto, aveva liquidato ai congiunti due doversi danni, definiti l’uno morale e l’altro esistenziale).

Parzialmente difforme: Cass., 3 ottobre 2013, n. 22585

«Il danno morale, pur costituendo un pregiudizio non patrimoniale al pari di quello biologico, non è ricompreso in quest’ultimo e va liquidato autonomamente, non solo in forza di quanto espressamente stabilito – sul piano normativo – dall’art. 5, lettera c), del d.P.R. 3 marzo 2009, n. 37, ma soprattutto in ragione della differenza ontologica esistente tra di essi, corrispondendo, infatti, tali danni a due momenti essenziali della sofferenza dell’individuo, il dolore interiore e la significativa alterazione della vita quotidiana».

In conclusione

Il danno non patrimoniale è risarcibile anche in caso di responsabilità presunta quale è la responsabilità ex art. 2051 c.c.

Epperò, alla stregua della giurisprudenza di legittimità tuttora prevalente, il risarcimento della sofferenza fisica, psichica e del patema d’animo non può essere riconosciuto in via autonoma e così liquidato in mera proporzione al danno biologico, bensì occorre che il giudice proceda ad una valutazione sintetica del danno non patrimoniale unitariamente inteso, in un’ottica personalizzata alla gravità e serietà della lesione patita.

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