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Lo sai che? Pubblicato il 8 gennaio 2017

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Lo sai che? Avvocato col gratuito patrocinio, il reddito del coniuge conta?

> Lo sai che? Pubblicato il 8 gennaio 2017

Nella determinazione del reddito complessivo familiare ai fini dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, non si tiene conto del reddito del familiare convivente quando quest’ultimo è controparte della causa.

Chi ha un reddito non superiore a 11.369,24 euro (aggiornato al 2016) può ottenere l’ammissione al gratuito patrocinio, beneficio che consente di non pagare l’avvocato per la difesa in una causa civile o penale.

Per calcolare il rispetto del tetto previsto dalla legge si considera il reddito imponibile ai fini Irpef. L’importo viene periodicamente aggiornato con decreto del Ministero della Giustizia.

Se l’interessato convive con il coniuge o con altri familiari il reddito è costituito dalla somma dei redditi di ogni componente della famiglia, compreso l’istante. In altre parole il reddito del coniuge o dei conviventi si somma a quello del richiedente e, se il risultato non supera il limite di 11.369,24 euro, si ha diritto al gratuito patrocinio. Diversamente, non si può accedere al beneficio. Questo perché si presume che, in ambito familiare, i rapporti di convivenza generino una reciproca assistenza economica; per cui laddove il reddito di uno dei componenti sia insufficiente ad affrontare una spesa, gli altri verosimilmente possono offrirgli un sostegno pecuniario.

In ambito penale, il limite di reddito è elevato di € 1.032,91 per ognuno dei familiari conviventi.

Attenzione però: se il processo si svolge proprio contro uno dei familiari o dei conviventi, i redditi di questi ultimi non contano più e si tiene conto solo del reddito del richiedente. L’esempio più classico è quello di una causa di separazione tra due coniugi: la moglie con un reddito inferiore al tetto del gratuito patrocinio ha diritto all’avvocato a spese dello Stato, a prescindere dal reddito del marito. Un altro esempio è quello un soggetto querelato da un figlio convivente con un proprio stipendio: in tal caso, il reddito di quest’ultimo non si somma a quello del richiedente. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. La Corte riconosce dunque che, ai fini dell’ammissione al patrocinio gratuito, non si può tener conto del reddito prodotto dal familiare convivente, quando questi risulti persona offesa dal reato per cui si procede.

Per il calcolo del reddito familiare complessivo che consente di accedere al beneficio in questione, si deve tenere conto solo di quella parte di reddito su cui l’imputato possa ragionevolmente far affidamento per sostenere le spese processuali, cosa che non avviene, ovviamente, se il giudizio si svolge proprio nei confronti del suddetto familiare. La contestazione tra i due soggetti rende inverosimile che l’uno possa aiutare l’altro nell’affrontare le spese legali.

In sintesi, qualora nella causa gli interessi del richiedente siano in conflitto con quelli degli altri componenti il nucleo familiare con lui conviventi, il reddito da considerare è solo quello relativo alla persona che fa domanda di gratuito patrocinio.

note

[1] Cass. sent. n. 54484/16 del 21.12.2016.

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 8 luglio – 21 dicembre 2016, n. 54484
Presidente D’Isa – Relatore Izzo

Ritenuto in fatto

1. Con provvedimento del G.i.p. del Tribunale di Genova, G.P.W. veniva ammesso al gratuito patrocinio, nel procedimento penale a suo carico iniziato per tentato omicidio in danno della figlia minore G.V. ed altro (fatti acc. in (omissis)).
2. Con informativa del 18/10/2012 l’Agenzia delle Entrate comunicava alla A.G. che il reddito del nucleo familiare del G. era stato, per l’anno 2010, di Euro 17.451,00, superiore al limite consentito per ottenere il beneficio.
3. Con ordinanza del 29/11/2012 la Corte di appello di Genova revocava l’ammissione al patrocinio gratuito dell’imputato.
4. Avverso il provvedimento ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, lamentando la erronea applicazione della legge. Infatti la corte di merito, indotta dall’Agenzia delle Entrate, aveva erroneamente calcolato il reddito familiare, computando anche quello della convivente, persona offesa nel processo che lo vedeva imputato.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato.
2. Invero dagli atti richiamati nell’ordinanza e nel ricorso, emerge che nel 2010 il reddito familiare del ricorrente era così composto: Euro 3.187,00 riferibile al G. ; Euro 14.264,00 riferibile alla convivente O.B. .
Orbene va osservato che nel decreto di giudizio immediato, emesso dal G.i.p di Genova il 2/3/2011, la O. figura, unitamente alla figlia, persona offesa. Ne consegue che l’indagato non poteva fare affidamento sul reddito della convivente per far fronte alle spese della difesa in un processo nel quale la stessa convivente era persona offesa.
Va pertanto affermato il seguente principio: nella determinazione del reddito complessivo familiare, previsto dall’art. 76 del d.P.R. 115 del 2002, ai fini del riconoscimento del diritto all’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, non può tenersi conto del reddito prodotto dal familiare convivente, quando quest’ultimo è persona offesa del reato in ordine al quale si procede.
In considerazione di quanto detto, si impone l’annullamento dell’ordinanza, con rinvio alla Corte di appello di Genova per nuovo esame.

P.Q.M.

Annulla l’impugnata ordinanza con rinvio per nuovo esame alla Corte di Appello di Genova.

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