Donna e famiglia Pubblicato il 10 gennaio 2017

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Donna e famiglia Matrimonio durato due anni, mi spetta il mantenimento?

> Donna e famiglia Pubblicato il 10 gennaio 2017

La durata del matrimonio può incidere sull’entità dell’assegno di mantenimento ma non escluderlo se c’è differenza di redditi tra i coniugi.

Anche se il matrimonio è stato breve, al coniuge più “povero” spetta il mantenimento. Difatti la durata del matrimonio può essere valutata solo per determinare l’ammontare dell’assegno mensile di mantenimento, ma il criterio cardine per stabilire la sussistenza o meno del diritto resta principalmente la differente capacità economica tra i due coniugi. A dirlo è una sentenza della Cassazione di qualche ora fa [1].

Come abbiamo spiegato nell’articolo Quando si perde il mantenimento, il giudice decide se assegnare o meno l’assegno di mantenimento sulla base di una serie di parametri tra i quali vi sono: la differenza di reddito tra i due ex coniugi, il tenore di vita goduto dalla coppia durante il matrimonio, le spese a carico del coniuge obbligato al versamento dell’assegno, l’età e la capacità lavorativa del coniuge beneficiario del mantenimento. La durata del matrimonio è uno di questi elementi, ma serve principalmente per stabilire l’entità dell’importo. Per cui, in caso di matrimonio breve, la misura del mantenimento sarà sicuramente inferiore rispetto a quella di un matrimonio pluriennale. Ma, certamente, anche nel caso di un’unione resistita solo due anni, il giudice non può negare l’assegno di mantenimento se l’ex moglie (o l’ex marito) ha un reddito inadeguato a mantenersi.

La Cassazione ha così ribadito un principio ormai stabile nella giurisprudenza: il “matrimonio lampo” non esclude il mantenimento, poiché la sua durata incide solo sulla misura del contributo.

Quando scatta il diritto all’assegno di mantenimento?

Per poter chiedere il mantenimento, il richiedente:

  • deve avere redditi inadeguati (valutazione non codificata e quindi che lascia ampia discrezione al giudice);
  • deve essere nell’impossibilità oggettiva di procurarseli (per cui, se l’ex coniuge è ancora in età per poter lavorare e ha le capacità tecniche o professionali per farlo dovrà tentare, alla lunga, di mantenersi da solo, con i propri sforzi);
  • non deve aver subito l’addebito, ossia la dichiarazione di responsabilità per la fine dell’unione matrimoniale;
  • non deve aver avviato una nuova convivenza stabile e duratura con un’altra persona.

Nello stesso tempo il soggetto obbligato al versamento:

  • deve avere un reddito superiore a quello dell’altro coniuge, al netto dei maggiori costi che andrà a sostenere a seguito della separazione (ad esempio, nel caso di assegnazione della casa all’ex moglie, le spese per l’affitto);
  • deve mantenere questa situazione di “superiorità economica” nel tempo: se dovesse venire meno (ad esempio, per l’arrivo di un nuovo figlio o di una malattia invalidante) può chiedere la cancellazione o la riduzione dell’assegno.

A quanto ammonta il diritto al mantenimento?

Una volta deciso se il mantenimento spetta o meno, il passo successivo, per il giudice, è quello di stabilire la sua quantificazione e, in questo, soccorre il criterio relativo alla durata del matrimonio.

Anche in quei pochi casi in cui la Cassazione ha negato l’assegno di mantenimento in caso di divorzio brevissimo (pochi giorni o pochi mesi di convivenza) [2], è stato sempre ribadito che il criterio della durata del matrimonio non attiene al diritto all’assegno ma alla sua quantificazione.

Per sintetizzare, anche nel caso di matrimonio durato uno o due anni, il mantenimento non può essere negato, ma sarà sicuramente più ridotto rispetto a quello spettante a un coniuge le cui nozze hanno “tenuto di più il tempo”.

note

[1] Cass. sent. n. 275/17 del 10.01.17.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 26 ottobre 2016 – 10 gennaio 2017, n. 275
Presidente Di Palma – Relatore Dogliotti

Svolgimento del processo

Con sentenza in data 15-01-2009, il Tribunale di Roma dichiarava la cessazione degli effetti civili del matrimonio tra B.G. e M.S.; disponeva l’affidamento della loro figlia minore, V., ad entrambi i genitori, con prevalente collocazione presso la madre, condannando il B. alla corresponsione, con cadenza mensile, di un assegno per la minore stessa, oltre alla metà delle spese scolastiche, mediche, sportive e ricreative; rigettava la domanda di assegno per il convenuto.
Proponeva appello il B..
Costituitosi il contraddittorio, la moglie ne chiedeva il rigetto, proponendo appello incidentale.
Con sentenza in data 2-3-2012, la Corte d’Appello di Roma rigettava gli appelli, confermando la sentenza impugnata.
Ricorre per cassazione il B..
Resiste con controricorso la M..
Sono state depositate memorie difensive.

Motivi della decisione

Con il primo motivo, il ricorrente lamenta violazione dell’art. 5 L. Divorzio, non avendo il giudice a quo accolto la domanda di assegno per sé.
Con il secondo, vizio di motivazione, ancora sul suo diritto all’assegno, anche in considerazione del contributo dato dal ricorrente alla conduzione familiare e al mancato rilievo di tutti i criteri previsti dal predetto art. 5.
I due motivi possono essere trattati congiuntamente, per evidenti ragioni di connessione.
Presupposto per il riconoscimento dell’assegno di divorzio è che il richiedente non abbia redditi adeguati e non sia in grado di procurarseli per ragioni oggettive. Non vi è dubbio che il criterio relativo alla durata del matrimonio attenga al momento successivo della quantificazione. E ciò, sia che l’inadeguatezza dei redditi venga correlata al tenore di vita goduto durante la convivenza o più in generale in costanza di matrimonio (criterio considerato, da larga parte della dottrina e da una parte della giurisprudenza, inadeguato e astratto – in quanto, in genere, la separazione e il successivo divorzio incidono negativamente sul tenore di vita di entrambi i coniugi – ed eccessivamente sanzionatorio per l’obbligato) sia che vengano in considerazioni altri criteri (ad es. un assegno che permetta una autosufficienza economica all’avente diritto, magari con alcune variabili collegate alla sua posizione economico-sociale, oltre che alle possibilità dell’obbligato): com’è noto, l’art. 5 L. Divorzio non fornisce definizione alcuna del l”‘inadeguatezza” dei redditi, attribuendone il contenuto all’opera della giurisprudenza.
Come si diceva, il criterio della durata del matrimonio appartiene al momento successivo della quantificazione dell’assegno, dopo che sia stata accertata l’inadeguatezza dei redditi del richiedente.
Erra dunque la Corte di merito che esclude il diritto del ricorrente all’assegno divorzile, fondando esclusivamente la propria argomentazione sulla durata del matrimonio (poco più di due anni dalla celebrazione alla separazione di fatto con
l’uscita dalla casa coniugale della moglie), non considerando peraltro il periodo di separazione assai più lungo.
Né si potrebbero richiamare alcune sentenze di questa Corte (tra le altre Cass. N. 6164 del 2015) che ammettono l’esclusione dell’assegno in casi eccezionali di divorzio brevissimo (pochi giorni o pochi mesi di convivenza), ma ribadiscono sempre che il criterio della durata del matrimonio non attiene al diritto all’assegno, ma alla sua quantificazione.
L’errore della Corte di merito richiede necessariamente l’accoglimento del ricorso, per quanto di ragione, con cassazione della sentenza impugnata, e rinvio, anche per le spese, alla Corte di Appello di Roma, in diversa composizione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di Appello di Roma, in diversa composizione. In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 d.lgs 196/03, in quanto imposto dalla legge

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1 Commento

raffaele bottacchi

14 gennaio 2017 alle 18:43

Una autentica follia che qualche volta porta qualcuna/o in malafede a speculare sul Matrimonio con inganni e strategie da film dell’orrore. Parlo da vittima, ancora una vergogna Italiana da combattere e da distruggere in nome di quei poveracci/e che hanno dovuto ricorrere all’istituto del matrimonio spesso loro malgrado perché dettato da convenzioni di tipo sociale o da necessità di tipo anagrafico (si pensi solo al ricongiungimento familiare). La sentenza numero 11/2015 della Corte Costituzionale parla chiarissimo, nella valutazione dell’assegno divorzile si può determinare anche il suo annullamento……semmai occorre lavorare per alzare il livello di percezione immorale del mantenimento e questa deve divenire la priorità dei Giudici che siano moderni e coscienti. Non è possibile che nel 2017 ci sia ancora chi percepisce un mantenimento, quando invece su base delle ultime novità delle unioni civili lo stesso assume più liberamente forma di alimento e anche periodico. Il mantenimento è cosa immorale, sacrosanto sarebbe determinare ed ufficializzare in modo inequivocabile e fin dal principio per chi ha intenzione di contrarre matrimonio la benedetta forma dei PATTI PREMATRIMONIALI con uguaglianza di diritti ma anche di doveri in ambito della gestione familiare.

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