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Lo sai che? Pubblicato il 13 gennaio 2017

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Lo sai che? Compensazione delle spese processuali: che significa?

> Lo sai che? Pubblicato il 13 gennaio 2017

Il giudice può disporre la compensazione delle spese di lite, al termine del processo, solo su sussistono giusti motivi.

Il giudice può decidere per la compensazione delle spese processuali solo nei tre casi specifici indicati dal codice di procedura civile [1] e purché ne dia adeguata motivazione nella propria sentenza. È quanto chiarito di recente dalla Cassazione [2]. Ma procediamo con ordine.

Quando si vince una causa, dopo anni di difficoltà e sacrifici economici, la condanna della parte soccombente alle spese processuali può passare in secondo piano, specie quando si tratta di questioni delicate. Capita così che il giudice disponga la “divisione” delle spese di lite e, ciò nonostante, si chiuda un occhio pur di lasciarsi il giudizio alle spalle. Ma se il giudizio ha avuto ad oggetto la contestazione di una somma di scarso valore – ad esempio, l’impugnazione di una cartella esattoriale o di una multa – la pronuncia sulle “spese” può decidere la convenienza dell’intera causa. Si pensi al ricorso contro una sanzione per 100 euro che richiede il pagamento di 43 euro di contributo unificato, cui bisogna poi aggiungere la parcella dell’avvocato. Ed allora è bene sapere quando davvero il giudice può disporre la compensazione delle spese processuali e quando, invece, tale decisione è illegittima.

La regola generale: la condanna alle spese

Di regola il giudice condanna la parte a cui dà torto (la parte soccombente) a pagare tutte le spese del processo, comprese quelle anticipate dalla controparte, che ha quindi diritto al rimborso. Difatti, il codice di procedura civile [1] stabilisce, quale regola generale, il cosiddetto principio della soccombenza: in buona sostanza «chi perde, paga». Paga non solo le spese che ha già affrontato e quelle che verranno (ad esempio, l’imposta di registro della sentenza, la liquidazione dell’onorario del consulente tecnico d’ufficio, ecc.), ma anche quelle già sostenute dall’avversario sino ad allora, compresa la parcella del proprio avvocato. Anche chi è stato ammesso col gratuito patrocinio può essere condannato alle spese processuali se perde.

Che significa «soccombente»? Si intende «soccombente» la parte che non vede accolte le proprie domande (anche formulate in via subordinata) o che vede accolte le domande della controparte.

La soccombenza può derivare anche da motivi che non attengono al merito della causa, ma sono di ordine processuale, come, ad esempio, il mancato accoglimento di un’eccezione procedurale o pregiudiziale di rito.

Il giudice indica la parte soccombente nel dispositivo della sentenza che chiude il processo, con una formula, generalmente, simile alla seguente:

«Il Giudice, disattesa ogni diversa istanza, deduzione ed eccezione, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta dall’attore, l’accoglie per le ragioni di cui in motivazione e, per l’effetto, dichiara il convenuto tenuto a…., e lo condanna alla rifusione in favore dell’attore delle sostenute spese di lite che si liquidano in complessivi….euro a titolo di compenso e…euro per spese. Si aggiungono IVA e CPA come per legge».

Anche se non espressamente indicato dal provvedimento del giudice, insieme all’onorario dell’avvocato della controparte è sempre dovuto il rimborso forfettario del 15% calcolato sulla parcella liquidata in sentenza. Quindi, se il compenso è di 1000 euro, andrà sommato il 15% e solo dopo l’Iva e la Cassa forense.

Il giudice, nel momento stesso in cui emette un provvedimento (sentenza, decreto o ordinanza) pronuncia d’ufficio la condanna al pagamento delle spese processuali, anche senza che nessuna delle parti ne abbia fatto esplicita richiesta: tale decisione è, infatti, necessaria e inscindibile dal provvedimento giudiziale. L’omessa pronuncia sulle spese costituisce un vizio della sentenza.

Il soccombente deve, quindi:

  • sopportare le spese anticipate, che sono definitivamente poste a suo carico;
    – rimborsare alla parte vittoriosa le spese che ha sostenuto dall’inizio del giudizio;
    – pagare il compenso spettante all’avvocato della parte vittoriosa, nei limiti dell’importo liquidato dal giudice nella decisione: se la parte vittoriosa e l’avvocato si sono accordati per un pagamento del compenso in misura maggiore, tale accordo non rileva nè riguarda il soccombente.

Chi paga le spese di registrazione della sentenza?

Di solito il costo della registrazione della sentenza è ripartito in base al medesimo criterio stabilito dal giudice nella sentenza: ad esempio in caso di soccombenza totale di una parte, il costo è a suo integrale carico; in caso di compensazione totale delle spese tra A e B esso graverà per 50% su A e per 50% su B; in caso di compensazione di metà delle spese tra A e B, esso graverà per 1/4 a carico di A (vittorioso) e per 3/4 a carico di B (soccombente).

L’eccezione: la compensazione delle spese

In tre casi soltanto il giudice può derogare alla predetta regola:

  • se vi è soccombenza reciproca
  • nel caso di assoluta novità della questione trattata
  • nel caso di mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti.

Come abbiamo già spiegato nella guida Quando il giudice può compensare le spese di lite, non è sufficiente che ricorrano tali tre motivi, ma il giudice deve anche spiegare, pure succintamente, perché ha ritenuto di dividere le spese processuali tra le parti. È il cosiddetto obbligo di motivazione. Così, una sentenza che stabilisca la compensazione delle spese processuali senza chiarire per quali ragioni viene adottata tale decisione è viziata e può essere impugnata.

La scelta tra la regola generale della soccombenza e la regola eccezionale della compensazione è rimessa alla scelta del giudice che, valutando l’esito finale del giudizio, la condotta delle parti e le questioni trattate, verifica l’eventuale opportunità di optare per una compensazione delle spese.

Pertanto il giudice è sempre tenuto ad applicare la regola generale della soccombenza a carico di chi perde, salvo si tratti di uno dei tre casi eccezionali prima visti e, comunque, dandone motivazione [3].

Il giudice non è, invece, tenuto a motivare la mancata compensazione.

La compensazione può essere:

  • totale quando ogni parte sopporta le spese che ha anticipato dall’inizio del giudizio;
  • parziale quando il giudice decide una compensazione proporzionata alla misura della reciproca soccombenza (ad esempio compensa le spese per la metà e pone la restante metà a carico della parte soccombente).

La soccombenza reciproca

Il primo dei tre casi in cui il giudice può disporre la compensazione delle spese è quello della soccombenza reciproca che si ha, ad esempio, quando vengono respinte alcune delle richieste dell’attore e altre del convenuto.

Novità della questione trattata o mutamento della giurisprudenza

Il giudice dispone inoltre la compensazione delle spese in caso di assoluta novità della questione trattata o di mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni più importanti e determinanti del giudizio.

Rifiuto di una proposta conciliativa

Se una parte rifiuta senza giustificato motivo l’eventuale proposta conciliativa e il giudice accoglie la domanda in misura non superiore a tale proposta, il giudice può condannare la parte al pagamento delle spese del processo maturate dopo la formulazione della proposta, salvo il caso di soccombenza reciproca.

Violazione dei doveri di lealtà e probità

Il giudice può derogare al principio della soccombenza se la parte risultata vincitrice sia venuta meno ai doveri di lealtà e probità imposti dalla legge. In tali casi anche se la parte ha vinto la causa può essere condannata a una sanzione e al al rimborso delle spese che il soccombente ha dovuto sostenere a causa del suo comportamento scorretto e sleale [4].

La condanna può andare dal rimborso di singoli atti fino al pagamento dell’intero importo delle spese ingiustamente sopportate dal soccombente.

note

[1] Art. 92 cod. proc. civ.

[2] Cass. sent. n. 591/17 del 12.01.2017.

[3] Cass. sent. n. 2709/16.

[4] Cass. sent. n. 10478/2004.

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