Professionisti Pubblicato il 14 gennaio 2017

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Professionisti Condominio: danni provocati dall’ascensore

> Professionisti Pubblicato il 14 gennaio 2017

Che prevede la legge in caso di sinistri provocati dall’uso dall’ascensore condominiale?

Nei confronti di eventuali danneggiati dalle cose o impianti comuni non v’è dubbio che il condominio sia chiamato a rispondere sul piano risarcitorio ex art. 2051 c.c.. Il condominio è infatti il custode dei beni e degli impianti comuni e, per tale ragione, sarà responsabile dei danni che da essa discendano, col solo limite del caso fortuito (inteso quest’ultimo come ogni fatto idoneo ad interrompere il rapporto di causalità tra la cosa e il danno, assolutamente imprevedibile e non controllabile da parte del custode), cui è parificato il fatto del terzo. Il singolo condomino ed il terzo sono parificati laddove subiscano un danno dal condominio, con la sola differenza che il primo non potrà sottrarsi all’obbligo di contribuzione su di lui gravante invocando la circostanza di essere egli stesso danneggiato dal condominio. Il titolo della responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia e l’estensione di essa fino alla prova del caso fortuito corrispondono, come è noto, ad una esigenza di giustizia distributiva secondo la quale non è ammissibile che le conseguenze cagionate da una cosa inanimata ricadano sul terzo incolpevole che le ha subite e non piuttosto su chi detiene o comunque utilizza la cosa stessa» (Cass. 31 maggio 1971, n. 1641).

Conforme: Trib. Terni, 1° febbraio 1993

«Del danno cagionato da un ascensore ai suoi utenti per difettoso funzionamento è responsabile il condominio quale custode della cosa, a meno che provi il caso fortuito».

Contra: Trib. Terni, 3 luglio 1997

«Non sussiste la responsabilità del condominio nell’ipotesi in cui, in seguito ad una prolungata discesa libera dell’ascensore, un utente abbia subito danni nel caso in cui la causa di tale inconveniente — non percepibile dall’utilizzatore — debba essere ravvisata nell’omessa riparazione del sistema frenante da parte dell’impresa addetta alla manutenzione dell’impianto».

In questa ottica — (di responsabilità per colpa presunta) — qualora l’amministratore e condomini s’affidino per le verifiche  c.d.  periodiche  e  straordinarie  e  per  le  manutenzioni ai soggetti abilitati e notificati, titolati come da prescrizione normativa ed anche si dotino dei documenti là previsti (c.d. libretto di impianto), ben potranno in caso di sinistro affermare l’assenza di colpa, per avere fatto tutto quanto necessario (ed in ossequio alla legge).

Conforme: Cass., 21 luglio 1979, n. 4385

«Nel caso di appalto del servizio di manutenzione, continuativa o periodica, di cose, macchinari o impianti, non si verifica il passaggio dei poteri di custodia e degli oneri di vigilanza — e della connessa responsabilità presunta ex art. 2051 c.c. — a carico dell’appaltatore: quando il bene resti in potere del committente, pertanto, nel caso di manutenzione dell’impianto di ascensore da parte di un’impresa specializzata, poiché l’impianto continua a restare nella sfera di disponibilità dei proprietari dell’edificio, i quali ne conservano, con carattere di continuità, l’uso e il godimento, ad essi incombono, conseguentemente, gli oneri di custodia e di vigilanza con l’inerente responsabilità presunta».

Secondo alcuna giurisprudenza di merito occorre anche distinguere il tipo di anomalia che ha dato luogo al sinistro, dovendone rispondere ex art. 2043 c.c. la ditta appaltatrice della manutenzione in via esclusiva laddove il sinistro si sia verificato per un improvviso malfunzionamento dovuto ad una carente manutenzione tecnica ed essendo in tale ipotesi il condominio esonerato da responsabilità ex art. 2051 c.c. — ricorrendo il caso fortuito integrato per l’appunto dal fatto omissivo del terzo — e da responsabilità ex art. 2043 c.c. (fatta salva una culpa in eligendo della ditta appaltatrice). Qualora, invece, l’anomalia che avesse a provocare l’evento dannoso sia ricorrente ed il condominio, a mezzo del suo amministratore, ne abbia ugualmente consentito l’utilizzo, non vi è dubbio che si possa configurare una responsabilità ex art. 2051 c.c., concorrente con quella della impresa incaricata della manutenzione ex art. 2043 c.c.

Giova tuttavia evidenziare che in linea di massima i vizi di manutenzione, al pari di quelli di costruzione della cosa in custodia non possono costituire il caso fortuito, che esclude la responsabilità del custodia. Infatti, l’articolo 2053 del c.c., che costituisce una applicazione particolare della responsabilità del custode, stabilisce che detta responsabilità del proprietario sussiste anche per i vizi di costruzione dell’immobile ed è significativo che la norma non solo preveda la compatibilità logica della responsabilità di chi ha la disponibilità del bene, con il vizio di fabbricazione, ma addirittura considera tale circostanza, insieme al difetto di manutenzione, come fondamentale titolo giustificativo dell’obbligazione risarcitoria (Cass. 20 agosto 2003, n. 12219).

Ne consegue che qualora il sinistro sia addebitabile ad un difetto di manutenzione dell’ascensore permane la responsabilità oggettiva del condominio (concorrente con quella ex art. 2043 c.c. a carico della impresa appaltatrice del relativo servizio).

Inoltre la Cassazione (Cass. 9 giugno 1983, n. 3971) – in relazione a danni sofferti da una persona che, nell’uscire dall’ascensore di uno stabile condominiale, era caduta, avendo inciampato in un lembo, scollato, della moquette dell’atrio – ha avuto modo di affermare che la responsabilità presunta per danni cagionati da cose in custodia, stabilita dall’art. 2051 c.c., ha il suo fondamento – oltre che su un effettivo potere esercitato dal soggetto sulla cosa, tale da implicare il controllo e l’uso di essa – anche sul fatto che il danno si sia prodotto nell’ambito del dinamismo connaturato alla cosa medesima o per l’insorgenza, in questa, di un processo dannoso, ancorché provocato da elementi esterni. Detta norma, pertanto, non richiede necessariamente che la cosa sia suscettibile di produrre danni per sua natura, cioè per suo intrinseco potere, in quanto, anche in relazione alle cose prive di un dinamismo proprio, sussiste il dovere di custodia e controllo, allorquando il fortuito o il fatto dell’uomo possono prevedibilmente intervenire, come causa esclusiva o come concausa, nel processo obiettivo di produzione dell’evento dannoso, eccitando lo sviluppo di un agente, di un elemento o di un carattere che conferiscono alla cosa l’idoneità al nocumento.

Inoltre la Suprema Corte (Cass. 10 novembre 1998, n. 11309) si è occupata anche dell’incidenza dell’uso improprio di un montacarichi difettoso che, sobbalzando, aveva provocato la caduta di un soggetto rigettando un ricorso avverso una sentenza di merito che aveva condannato il convenuto custode dell’impianto al risarcimento dei danni subiti dall’utente nella misura del 30% avendo ravvisato il concorso di colpa del danneggiato al 70%.

Orbene la Corte ha osservato che, correttamente, i giudici di appello avevano fatto applicazione dell’art. 2051 c.c. essendo stata accertata l’anomalia nel funzionamento del montacarichi (che aveva provocato un sobbalzo in conseguenza del quale l’istante ebbe a perdere l’equilibrio) ed evidenziato che la custodia del montacarichi doveva essere esercitata dal convenuto che, invece, nel caso di specie non aveva assunto iniziative di alcun tipo idonee a avvertire i terzi del pericolo nell’uso — non consentito — di quel mezzo non destinato specificamente al trasporto di persone.

È costantemente ribadito dalla Suprema Corte, infatti, che per il verificarsi della responsabilità prevista dall’art. 2051 c.c. è necessaria e sufficiente una relazione tra la cosa in custodia e l’evento dannoso, che risulti così riconducibile ad una anomalia (originaria e sopravvenuta) nella struttura o nel funzionamento della cosa stessa, nonché l’esistenza dell’effettivo potere fisico su di essa da parte del custode, sul quale incombe l’obbligo di vigilarla e di mantenerne il controllo onde evitare che produca danni a terzi, con il conseguente onere per l’attore, che agisce per il risarcimento del danno, di fornire la prova della esistenza di tali elementi, mentre resta a carico del custode convenuto offrire la prova contraria alla presunzione iuris tantum della sua responsabilità, mediante la dimostrazione positiva del caso fortuito, cioè del fatto estraneo alla sua sfera di custodia, avente impulso causale autonomo e carattere d’imprevedibilità e di assoluta eccezionalità, rimanendo a suo carico il fatto ignoto.

Conforme: Cass., 10 marzo 2009, n. 5741

«Ai fini dell’attribuzione della responsabilità prevista dall’art. 2051 cod. civ. sono necessarie e sufficienti una relazione tra la cosa in custodia e l’evento dannoso nonché l’esistenza dell’effettivo potere fisico su di essa da parte del custode, sul quale incombe l’obbligo di vigilarla e di mantenere il controllo onde evitare che produca danni a terzi. Ne consegue che il custode convenuto è onerato di offrire la prova contraria alla presunzione «iuris tantum» della sua responsabilità mediante la dimostrazione positiva del caso fortuito, cioè del fatto estraneo alla sua sfera di custodia, avente impulso causale autonomo e carattere di imprevedibilità e di assoluta eccezionalità. Nell’eventualità della persistenza dell’incertezza sull’individuazione della concreta causa del danno, rimane a carico del custode il fatto ignoto, in quanto non idoneo ad eliminare il dubbio in ordine allo svolgimento eziologico   dell’accadimento».

Pertanto il difetto di funzionamento e l’assenza di segnalazioni atte a rendere edotti i terzi del divieto di utilizzo dell’impianto per il trasporto di persone, sono elementi più che sufficienti a fondare il giudizio di responsabilità a carico del custode.

Ciò anche se il comportamento dell’istante, sia stato in concreto imprudente in quanto egli innanzitutto non poteva non conoscere la differenza tra un ascensore ed un montacarichi e non era quindi esonerato da responsabilità per avere usato un mezzo non adibito al trasporto di persone.

Giustamente, dunque, il giudice di merito pur avendo riconosciuto la responsabilità per violazione degli obblighi di custodia del convenuto in misura non superiore al 30% ha ritenuto di ben maggiore efficacia determinativa il comportamento imprudente dell’istante e, quel che più conta, motivando adeguatamente la sentenza impugnata. Come insegna la Cassazione, infatti, si deve valutare la conoscenza che il terzo, che si avvalga della cosa, abbia del difetto strutturale o funzionale della cosa medesima e, quindi, della pericolosità dell’uso in relazione al suo stato, anche non apparente, al solo fine di stabilire se ed in quale misura la mancata adozione di cautele sia addebitabile a colpa del danneggiato, diminuendo comparativamente la responsabilità del custode.

Il condominio rimane certamente custode dell’ascensore condominiale e risponde pertanto ex art. 2051 c.c. dei danni arrecati a condomini e terzi durante l’utilizzo del predetto impianto, fatta salva quindi la prova del caso fortuito che può essere integrato anche dalla condotta del danneggiato – in caso, ad esempio di uso improprio dell’ascensore — o di terzi. In particolare, secondo la Suprema Corte (Cass. 21 luglio 1979, n. 4385), mancando tale ultima prova, il solo condominio e non l’appaltatore del servizio di manutenzione è responsabile ai sensi della norma sopra richiamata: ciò non esclude l’inadempimento dell’appaltatore e la conseguente rivalsa del condominio nei suoi confronti, non influendo la mancata prova liberatoria nel primo rapporto (condominio-danneggiato) sul secondo autonomo rapporto (condominio-appaltatore).

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