La difesa legale di un cliente non può spingersi sino al consiglio rivolto a quest’ultimo di violare la legge; né l’avvocato può giustificarsi sostenendo di esservi stato costretto al fine di rispettare il proprio mandato professionale.
La Cassazione [1], chiamata a pronunciarsi sul caso di un professionista che aveva suggerito al proprio assistito di presentare una dichiarazione IVA con fatture false, ha condannato il primo a un anno di reclusione e 516 euro di multa, nonostante si fosse limitato (secondo le sue affermazioni) a offrire un semplice “consiglio”.
I giudici, anzi, sottolineano che il comportamento dell’avvocato, anziché potersi considerare come conforme al mandato professionale, è piuttosto inquadrabile come infedele patrocinio. È infatti lo stesso codice deontologico [2] a stabilire che l’assistenza dell’avvocato al proprio cliente deve essere condotta nel miglior modo possibile, ma sempre nel limite del rispetto della legge e dei principi deontologici.
Il consiglio a violare la legge, dunque, deve essere inquadrato come una vera e propria istigazione a commettere l’illecito e si traduce, di fatto, non in un vantaggio per il cliente, ma in un danno.
Né l’avvocato può giustificarsi facendo firmare al proprio assistito una dichiarazione con cui lo rende edotto di tutti i rischi dell’operazione.
[1] Cass. sent. n. 6703 del 20.02.2012.
[2] Art. 36 codice deontologico avvocati.
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