Indennità di accompagnamento: non solo per invalidità fisica ma anche psichica
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9 Feb 2015
 
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Redazione
 


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Indennità di accompagnamento: non solo per invalidità fisica ma anche psichica

Rilevano anche le incapacità mentali del beneficiario e non solo quella a deambulare.

 

La Cassazione ritorna sul delicato e spinoso tema dell’indennità di accompagnamento per ampliare le possibilità, da parte dei malati, di chiedere il sostegno assistenziale e il conseguente assegno a carico dell’Inps.

 

Si ricorderà che, a fine dello scorso anno, una importantissima sentenza della Suprema Corte aveva finalmente stabilito che l’accompagnamento spetta all’inabile anche se in grado di camminare: ciò che rileva – hanno sostenuto, in quella occasione, i supremi giudici – è l’impossibilità dell’interessato a compiere gli atti quotidiani della vita. E dunque anche l’incapacità mentale deve essere equiparata a quella fisica. Con la conseguenza che l’infermità psichica va equiparata a quella fisica. Leggi a riguardo l’articolo “Sì all’accompagnamento anche se l’inabile è in grado di camminare”.

 

Oggi, a distanza di pochi mesi, la Cassazione ritorna sullo stesso tema per chiarire ulteriormente la questione e sancire, ormai in modo definitivo, il nuovo indirizzo di pensiero.

 

Con una sentenza pubblicata qualche giorno fa [1], la Corte chiarisce che l’incapacità del malato di compiere gli elementari atti giornalieri della vita deve intendersi, non solo in senso fisico, cioè come mera idoneità ad eseguire in senso materiale tali atti, ma anche come capacità di intenderne il significato, la portata, la loro importanza anche ai fini della salvaguardia della propria condizione psico-fisica. È chiaro il riferimento all’incapacità di intendere e di volere e, dunque, anche alle affezioni di tipo psichico.

 

Insomma, il diritto al cosiddetto accompagnamento – che farebbe, nella terminologia, pensare solo a un’impossibilità di deambulare – non va inteso invece in senso materiale, ma anche mentale, come inidoneità dell’interessato a gestire autonomamente la propria quotidianità, sia per menomazioni fisiche che mentali.

 

La vicenda

Nel caso di specie, la Cassazione ha ritenuto che avesse diritto all’accompagnamento una donna sì autosufficiente all’interno delle mura domestiche, tuttavia il cui spostamento dal proprio domicilio poteva essere attuato solo con la forza a causa di una patologia schizofrenica.

 

I precedenti

Oltre alla sentenza del 2014 [2], la Suprema Corte ha avuto modo, in questo inizio 2015, di tornare sullo stesso tema.

 

È dei primi di gennaio una pronuncia di simile tenore [3]. In essa si chiarisce che, ai fini dell’attribuzione dell’indennità di accompagnamento, la nozione di “incapacità a compiere gli atti quotidiani della vita” comprende chiunque il quale, pur potendo spostarsi nell’ambito domestico o fuori, non sia per la natura della malattia in grado di provvedere alla propria persona o ai bisogni della vita quotidiana, ossia non possa sopravvivere senza l’aiuto costante del prossimo. Insomma, nel riferimento ai soggetti che necessitano di un’assistenza continua [4], ci sono anche coloro che, a causa di disturbi psichici, non siano in grado di gestirsi autonomamente per le necessità della vita quotidiana.

 

Nel caso di specie è stata confermata l’indennità di accompagnamento in favore di un uomo che a seguito di un grave trauma commotivo versava in condizione di deficit mnemonico e disorientamento topografico oltre a rallentamento ideativo e della fluenza verbale.


[1] Cass. sent. n. 1069 del 21.01.2015.

[2] Cass. sent. n. 15255 del 27.11.2014.

[3] Cass. sent. n. 546 del 15.01.2015.

[4] Di cui all’art. 1 della legge n. 18/1980.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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Commenti
10 Feb 2015 valerio calzolaio

e per il ritardo mentale?